E i suoi
discepoli lo interrogarono dicendo: "Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi
genitori, da nascere cieco?".
Gv 9 Vs 2
Titolo: I
due perché.
Argomenti: L'uomo ama la luce. - Perché l'uomo
interroga? - Il bisogno di unità. - Il perché finale richiede la presenza
di un essere operante. - La diversità d'intenzione tra noi e
Dio provoca l'interrogazione. - Causa & fine. Fine & intenzione. - L'interrogazione esprime il bisogno
di interrogazione dell'uomo. - Non giudicare – La morte di Cristo
per noi – Dio Creatore – Verbum breviatum – Superare il pensiero dell’io – Tommaso
– La vita vera – L’esperienza del negativo -
21/Dicembre/1986 Casa di preghiera
Fossano.
- Esposizione di Luigi Bracco -
Siamo
al versetto due del capitolo nono.
Qui
si dice: "I suoi discepoli lo interrogarono dicendo: Maestro chi ha
peccato? Lui o i suoi genitori dal nascere cieco"
Gesù
stava uscendo dal tempio.
Quel
tempio in cui aveva trovato opposizione, contrasto alla luce che Egli portava
nel mondo.
Lui
stesso dice: "Fintanto che sono nel mondo sono luce per il mondo".
Uscendo
dal tempio, Gesù incontrò un uomo cieco dalla nascita.
Abbiamo
visto che in questo uomo cieco c'era la significazione dell'uomo.
L'uomo
autentico è povero ed è cieco, perché la vita e la luce dell'uomo è Dio.
Nel
capitolo settimo, abbiamo visto la luce non accolta, non compresa.
Nel
capitolo ottavo abbiamo visto la luce contestata, il conflitto con la luce.
Qui finalmente troviamo invece la luce amata.
Gesù
trovò amore alla luce del cielo.
Se
l'uomo è creato cieco, è perché la luce dell'uomo è Dio.
L'uomo
è creato nell'amore per la luce.
L'uomo
cieco ama la luce, desidera la luce, invoca la luce e la cerca con tutte le sue
forze, perché capisce che l'unico vero bene gli viene dalla luce.
Ma
qui, proprio di fronte a questo uomo cieco, i suoi discepoli interrogano Gesù e
lo interrogano su chi ha peccato: "Lui o i suoi genitori dal nascere
cieco?".
Già
possiamo capire come il cieco non può avere peccato, perché se è nato cieco,
non può la cecità essere conseguenza del suo peccato.
Resta
il problema dei suoi genitori.
Gesù
smentirà, quindi non pone in relazione la cecità dell'uomo con il peccato
originale.
Noi
forse lo giustificheremmo con il fatto del peccato originale.
Gesù
qui no e lo vedremo in seguito.
Però
c'è il fatto di questa interrogazione.
Sono
discepoli di Gesù che interrogano e interrogano sul peccato, sulla colpa.
Le
pagine del Vangelo non sono e non devono essere motivo di cultura.
Le
pagine del Vangelo sono lezioni di vita per ognuno di noi.
Di
fronte alle scene e alle parole del Vangelo, dobbiamo sempre chiederci, quale
lezione, quale significato per la nostra vita personale, Dio vuole comunicare a
noi.
Soprattutto
dobbiamo chiederci che cosa Dio vuole fare sapere di Sé a noi in queste scene e
in queste parole.
Dobbiamo
anche qui chiederci il significato di questi discepoli che interrogano Gesù.
Sono
discepoli di Gesù, proprio perché interrogano Gesù.
Ognuno,
interrogando il proprio maestro, rivela chi è il proprio maestro.
In
quanto questi discepoli interrogano Gesù circa il peccato, già rivelano una
deviazione.
Questi
discepoli, rivelano di non avere presente Dio.
Stanno
cioè cercando la causa motivante la cecità di quest'uomo: rivelano di non avere
presente Dio.
È
necessario approfondire.
Prima
di tutto dobbiamo chiederci
perché l'uomo interroga.
Se
interroga è perché è spinto ad interrogare ma, cosa è che spinge l'uomo a porre
interrogazioni?
Perché
l'uomo chiede perché?
L'uomo
interroga per capire ma, intanto se interroga è perché sente il bisogno di
capire.
E
che cosa vuole capire?
Capire
vuole dire giustificare.
Giustificare
una cosa nell'altra, quindi vuole dire stabilire dei rapporti.
L'uomo
sente il bisogno di stabilire dei rapporti.
Di
fronte a due cose, l'uomo non è soddisfatto.
Ha
bisogno di stabilire un rapporto tra una cosa e l'altra.
Quando
noi diciamo che l'uomo sente il bisogno di stabilire un rapporto, è perché
sente il bisogno di unificare, di dire che cosa è una cosa rispetto all'altra.
Tiene
fermo un termine e vuole misurare l'altra cosa su quel termine lì.
Basta
dire questo per capire che l'uomo è sospinto dal bisogno di unificazione.
Quello
che attrae l'uomo, quello che
gli fa sentire il bisogno di capire, quello che gli fa sentire il bisogno di
interrogare è il bisogno di unità.
Abbiamo
già visto altre volte che questo bisogno di unità è una espressione della sete
di Assoluto che l'uomo porta in sé.
La
sete di Assoluto dell'uomo è una testimonianza: "Voi stessi dite che io
sono".
La
sete di Assoluto è una testimonianza che l'uomo porta in sé l'Assoluto e questo
Assoluto è uno.
L'uomo
non cercherebbe l'Assoluto se non portasse già in sé l'Assoluto.
Proprio
perché l'uomo porta in sé l'Assoluto e questo Assoluto è uno, l'uomo sente il
bisogno di unificare tutto in questo uno.
Sente
il bisogno di rapportare tutto a questo uno.
Ed
è proprio per questo bisogno di rapportare tutto a questo uno, che l'uomo ha
bisogno di capire.
Per
cui di fronte alle cose che gli si presentano, l'uomo non si accontenta della
realtà delle cose ma, va a cercare la giustificazione, il perché.
Qui questi discepoli stanno cercando la causa della
cecità di quest'uomo nato cieco.
Abbiamo
già osservato nelle domeniche precedenti che quando l'uomo cerca la causa fa
della scienza.
Tutte
le scienze sono fondate sul rapporto causa-effetto e implicitamente trascurano
il fine.
L'uomo
fa della scienza (conoscenza delle cause), perché riferisce tutte le cose al
pensiero di se stesso.
L'uomo
nel pensiero del suo io, esperimenta cause ed effetti.
Ma
nel pensiero del suo io, l'uomo non esperimenta la finalità.
La
finalità è l'espressione dell'intenzione di un essere che opera e solo se si ha
presente l'essere che opera, si va alla ricerca del fine per cui opera.
Direi
che il fine è più importante dell'opera stessa, perché è il fine che dà
significato alle cose e anche alle parole.
Infatti
se vogliamo intendere il parlare di qualcuno o l'operare di qualcuno, dobbiamo
sempre andare alla ricerca dell'intenzione che ha quest'uno, del fine che guida
quest'uomo a parlare in questo modo o a operare in quest'altro modo.
La
ricerca del fine presuppone sempre la presenza di un essere operante.
Per
questo dico che questi discepoli che, stavano interrogando sul peccato,
sulla colpa per cui questo uomo era cieco, davanti ai loro occhi non avevano
presente Dio.
Ci sono due perché nella vita dell'uomo.
C'è
il perché attraverso il quale l'uomo cerca la causa di una cosa che non può
sopportare di per sé.
La
cecità è un difetto, è una negatività.
Con
la cecità, noi abbiamo tutte le negatività che esperimentiamo nel nostro mondo.
Anche
la morte è una negatività.
Ora,
le negatività, non sono sopportabili da sole.
Noi
non le sopportiamo perché abbiamo presente la Positività.
La
positività, abbiamo visto prima, è data dal Dio che opera tutte le cose.
Noi
non sopportiamo le cose finite.
Noi
non sopportiamo la molteplicità.
Noi
non sopportiamo la privazione.
Noi
non sopportiamo la volubilità, il cambiamento, non sopportiamo la morte.
Tutto
questo ci rivela che portiamo in noi l'Assoluto, portiamo in noi l'infinito.
Non
è vero che arriviamo all'infinito partendo dal finito.
È
proprio perché abbiamo presente l'infinito che arriviamo al finito.
E
il finito, proprio perché abbiamo presente l'infinito non lo sopportiamo.
Proprio
perché noi abbiamo presente l'Assoluto non sopportiamo il relativo.
Proprio
perché noi abbiamo presente l'eterno non sopportiamo il tempo.
Allora
tutto il nostro domandare, tutto il nostro interrogare, è cercare di vedere
l'infinito nel finito.
È
cercare di vedere l'eterno nel tempo e di giustificarli.
Perché
soltanto quando noi troviamo la giustificazione delle cose che passano, in ciò
che non passa, finalmente lì troviamo la pace.
Quindi
il punto fisso di riferimento in noi non sono le cose finite ma, è l'infinito.
Non
è il tempo ma è l'eterno.
Non
è il relativo ma è l'Assoluto.
Abbiamo
detto che, soltanto se l'uomo supera il pensiero del proprio io e quindi ha
presente Dio, interroga sopra la finalità delle cose.
Altrimenti l'uomo va alla ricerca della causa, della
colpa o del peccato.
Noi
ci stupiamo di fronte a questi discepoli che interrogano circa il peccato.
Ci
stupiamo perché sappiamo che, subito dopo, Gesù risponderà che non c'è stato
nessun peccato.
Quest'uomo
non è nato cieco per la colpa di qualcuno.
Ci
stupiamo perché questi discepoli, anziché interrogare di chi è la colpa,
avrebbero dovuto chiedere, se avessero tenuto presente Dio, perché Dio
presentava loro quell'uomo cieco.
Di
fronte a tutto quello che si presenta ai nostri occhi, noi dobbiamo sempre
tenere presente Dio, perché tutto è creazione di Dio.
Dio
è il Creatore e se Dio è il Creatore, tutto quello che accade, è Dio che lo
presenta ai nostri occhi.
E
se lo presenta ai nostri occhi, lo presenta per dire a noi qualche cosa: è
Parola di Dio.
Noi
diciamo, di fronte alle letture della Bibbia e alle letture del Vangelo:
"È Parola di Dio" ma, tutto è Parola di Dio.
Tutta
la creazione è Parola di Dio.
La
creazione è opera di Dio ogni giorno e ogni giorno noi dovremmo dire: "È
Parola di Dio".
Di
fronte a ogni fatto, a ogni avvenimento, noi dovremmo sempre dire: "È
Parola di Dio".
E
se è Parola di Dio, noi dovremmo sempre chiederci: "Perché?".
Ecco
il "perché?".
"Perché
Dio mi presenti questo?".
"Perché
Dio mi fai arrivare questa parola?".
Ma
questo "perché?" non è causa, questo "perché?" è il fine.
"Per
quale fine, Dio mi presenti questo avvenimento?".
"Per
quale fine, Dio mi dici, mi fai arrivare questa parola?".
Ora,
per poter interrogare sul fine, dobbiamo avere presente l'intenzione e l'Intenzione di
Dio.
Dio
opera in tutto per manifestare Se Stesso.
Abbiamo
detto che l'interrogazione si forma in noi, in quanto c'è una diversità, tra
l'infinito e ciò che, attualmente abbiamo presente davanti ai nostri occhi.
Tra
l'Assoluto e ciò che abbiamo presente davanti ai nostri occhi.
Tra
l'eterno e ciò che abbiamo presente davanti ai nostri occhi.
È
la diversità che provoca in noi l'interrogazione, il "perché?".
La diversità che provoca in noi l'interrogazione, nel campo dell'intenzione è
questa: quando tra l'Intenzione di Dio e l'intenzione nostra c'è una diversità.
Dio
opera tutto per manifestare Se Stesso, per farsi conoscere, per farsi pensare.
Quando
in noi c'è una intenzione diversa da Dio, Dio opera, davanti ai nostri occhi
qualcosa, per suscitare in noi l'interrogazione.
Per
suscitare in noi il bisogno di vedere la cosa dal punto di vista di Dio.
Quindi
per dire a noi: "Guarda che tu hai una intenzione diversa da Me".
Allora
quest'interrogazione, questo perché che domina nella vita degli uomini, è il
bisogno sostanziale che gli uomini hanno di vedere le cose dal punto di vista
di Dio.
Vedere
le cose dal punto di vista di Dio è contemplare.
Quindi
il "perché?", l'interrogazione, esprime il bisogno di contemplazione
da parte dell'uomo.
L'uomo
è stato creato per contemplare le cose in Dio e da Dio, cioè per formare una
cosa sola con Dio ed è per questo che l'uomo non sopporta tutte le cose che
sono spezzate.
L'uomo
non sopporta tutte le cose che sono diverse, tutte le cose che non vede in
relazione a Dio, come Parole di Dio.
Qui,
abbiamo trovato questi discepoli che cercano la colpa.
Quante
volte noi crediamo di giustificare gli avvenimenti e i fatti, attribuendo la
colpa a uno o all'altro.
È
l'errore dell'uomo.
E
questa è una testimonianza che l'uomo non tiene presente Dio.
È
una testimonianza che l'uomo vuole giustificare le cose nel pensiero del
proprio io e non assumersi la responsabilità degli avvenimenti.
Perché
se l'avvenimento accade è Dio che ce lo fa giungere.
Fosse
anche lontanissimo, in quanto giunge ai nostri occhi, giunge alla nostra
coscienza, giunge alla nostra mente, è Dio che ce lo fa giungere.
E
se Dio lo fa giungere a noi, è perché noi non siamo senza responsabilità di
quel fatto.
Dio
parla per rivelare a noi la diversità di intenzioni fra la sua intenzione e la
nostra e quindi per far sentire a noi il bisogno di unificazione.
Il
bisogno quindi di riportarci nel Pensiero di Dio, per contemplare, per
osservare ogni cosa dal punto di vista di Dio.
Soltanto
qui noi troviamo la luce e quindi la pace, perché siamo stati creati per
questo.
- Conversazione -
E.: Il fatto positivo
è che i discepoli rivolgono questa domanda a Gesù.
Luigi: Sì, si rivolgono a Gesù e quindi
sono disponibili ad ascoltare Gesù.
E
Gesù correggerà il tiro.
E.: Il fatto
negativo è cercare la causa di un fatto che Dio pone davanti a noi senza
cercarne il fine.
E questo è un
difetto che accompagna tanta parte della nostra esistenza.
Perché noi nel
pensiero di noi stessi facciamo molte interrogazioni a Dio.
E siamo
costretti a farle nel pensiero di noi stessi.
Infatti qui
chiedono chi ha peccato.
Luigi: Poi tenendo presente Dio,
avrebbero dovuto capire che quel cieco era lo specchio per loro.
Dobbiamo
tenere presente Dio, la creazione di Dio e io che osservo, che ricevo la
creazione di Dio.
Per
cui c’è sempre questo triangolo: Dio, la creazione di Dio e la mia anima, alla
quale Dio sta parlando.
E.: Di fronte
a qualsiasi fatto non posso non rendermi conto che Dio opera con un fine, per
cui la domanda non va posta con un perché causale ma con un perché finale.
Luigi: Cioè, se io tengo presente una
persona, cerco sempre l'intenzione di quella persona.
Invece
se cerco la causa, vuol dire che non ho presente la persona divina che opera
tutto, che è la causa di tutto.
La
difficoltà sta in questo: per tenere sempre presente la persona divina, devo
superare il pensiero del mio io.
Fintanto
che siamo nel pensiero dell'io, il nostro "perché?" è causale: si
cerca la causa, dimenticando che è Dio la causa di tutto.
Per
cui c'è anche una ricerca di conoscenza che ci può portare molto lontano da Dio
e che finisce con l'essere cultura, scienza, che costituisce l'orgoglio, perché
come punto fisso di riferimento ha il pensiero dell'io.
Il
pensiero dell'io, esperimenta cause ed effetti ma non tiene presente i fini.
Perché
per potere contemplare i fini, devo avere presente la persona divina.
Per
cui la vera religione non è cultura.
La
vera religione non è dottrina ma,rapporto personale con Dio.
Il
che richiede il superamento del pensiero del nostro io.
Se
superiamo l'io e teniamo presente la persona divina, noi passiamo dal
"perché?" causale, al perché finale.
Andiamo
cioè sempre alla ricerca dell'Intenzione di Dio.
Per
cui, come già abbiamo visto, anche qui ci sono sempre questi due mondi: uno
riferito all'io e l'altro a Dio.
Ci
sono due acque, come abbiamo visto nell'episodio della Samaritana.
Ci
sono due nascite come abbiamo visto nell'episodio di Nicodemo.
Ci
sono due pani, come nella moltiplicazione dei pani.
Ci
sono due cibi: "Io ho un cibo che voi non conoscete".
Abbiamo
sempre questa duplicità e così anche ci sono due perché.
C'è
un perché che sorge dal pensiero del nostro io, che patisce la passione
dell'Assoluto: è il perché causale.
C'è
invece il perché che nasce dal Pensiero di Dio (se abbiamo superato il pensiero
del nostro io) ed è il perché finale.
Questo
è quello che ci conduce a contemplare le cose da Dio e ci conduce quindi alla
conoscenza di Dio.
E.: Ed è
quello che fa i discepoli autentici.
La ricerca
della causa rivela proprio che c’è un rapporto sbagliato fra me e Dio.
Luigi: Tant’è vero che Gesù dirà che non
è per colpa sua o dei genitori ma è per la maggior gloria di Dio.
Quindi
è perché la conoscenza di Dio risplenda nei vostri cuori.
Dio
non difetta mica di gloria, dove difetta di gloria è nel pensiero del nostro
io.
Quindi
quel cieco lì è per noi.
G.: Voler
attribuire una colpa a qualcuno è non prendere su di sé la responsabilità.
Luigi: Soprattutto è trascurare Dio.
Dio
infatti presentandoci persone, fatti e avvenimenti, ci dice sempre di non
giudicare.
Giudicare
vuole dire attribuire una cosa a uno.
Non
attribuirla, perché è per te quella cosa.
Un
giorno noi capiremo che tutte le cose che Dio ci ha presentato erano per noi.
Perché
era parola di Dio personale per me.
Quindi
anche la creatura, l’uomo che opera, è spettacolo per me.
Quindi
è teatro per me, ma sono io lo spettatore.
Sono
io che devo ricevere la lezione e la devo ricevere da Dio.
Devo
superare le cause seconde e in tutte le cose devo sempre vedere Dio che opera.
“Signore
me lo presenti, che cosa mi vuoi dire?”
Allora
qui c’è questo rapporto: Dio e la mia anima.
G.: E resto in
pace perché non mi faccio coinvolgere...
Luigi: No! Mi coinvolgono!
Mi
coinvolgono perché mi rendono responsabile.
“Perché
Io per te ho fatto questo, per te un mio angelo l’ho fatto diventare ubriacone,
per te l’ho vestito di stracci, per te l’ho fatto diventare malato, per te l’ho
fatto morire, sempre per te”.
Io
nel pensiero del mio io cerco la colpa negli altri, in quanto non mi voglio
coinvolgere.
“Io
mi lavo le mani, io non sono responsabile mi metto fuori, quello è un
delinquente”.
Ma
a Dio non posso mica dire che quello è un delinquente, il delinquente allora
sono io.
Allora
sono io responsabile di quell’avvenimento, è Dio che me lo presenta, è per me.
Ecco
a cosa mi porta il rapportare tutte le cose a Dio.
E
noi dobbiamo rapportare tutte le cose a Dio, perché: “Non avere altro Dio all’infuori
di Me, uno solo è il Creatore”.
Non
è stato il Creatore, è il Creatore, quindi ogni giorno, tutto quello che accade
è opera del Dio Creatore, quindi del Dio che sta parlando con te.
E
allora cerca presso di Lui, il significato delle cose.
Se
tu cerchi presso Dio il significato delle cose, tu lo rapporti con l’intenzione
di Dio.
L’intenzione
di Dio è Dio che vuole farsi conoscere a
me che sono in difetto, quindi m’accorgo che quel fatto è un fatto per me e
allora mi sento responsabile.
Allora
Cristo muore in croce ma mi dice: “Tu sei responsabile del mio sangue”.
Se
noi rapportiamo le cose al Padre, noi ci rendiamo conto di come Cristo muore
per me.
Per
far capire a me che devo morire al mio io, a me stesso per iniziare la vita
vera.
“Se
siete risorti non vivete più per le cose visibili (relative al mio io) ma
cercate le cose di Dio”.
Ecco
lo scopo della morte del Cristo.
Soltanto
morendo al pensiero del mio io, io contemplo le cose dal punto di vista di Dio,
quindi cerco il fine, la finalità delle cose in Dio.
S.: Noi non
riferiamo le cose a Dio.
Luigi: Noi ci mettiamo fuori, noi ci
facciamo punto fisso di riferimento
assoluto e allora attribuiamo le cose a cause apparenti anziché a Dio.
Per
cui: “Lì è il gatto, qui è il cane, là è l’uomo, qui è l’uomo malvagio, la
società, la natura, il caso che ha fatto questo”.
No,
chi ha fatto questo è Dio.
Ma
allora Dio perché l’ha fatto.
Dobbiamo
sempre arrivare a Dio.
Dio
è il principio e Dio è il fine.
E
quindi dobbiamo partire da Dio ed arrivare sempre a Dio.
Dobbiamo
cercare in tutto l’intenzione di Dio.
Allora
questo implica il mio io, perché Dio sta parlando con me, personalmente.
Noi
sbagliamo in quanto stabiliamo sempre rapporti orizzontali tra causa e effetto.
G.: Ma all’epoca
era uso comune pensare quello, che le menomazioni, gli handicap fossero effetti
di peccati umani. Gesù magari è venuto anche per chiarirci queste cose.
Luigi: Sì ma quello che domina in noi,
non deve essere nè tradizione, né abitudini, né ambiente.
Noi
non siamo giustificati dicendo: “Io appartenevo a quell’ambiente, a quella
società, a quella tradizione”.
Dio
non ci giustifica mica.
Noi
non siamo giustificati davanti a Dio quando diciamo: “Io ho i buoi, i campi, la
moglie”.
Perché non c’è niente che mi giustifichi di tutto quello che è ambiente, di
cosa esterna, perché il rapporto con Dio è interno.
G.: Ma loro
non conoscevano queste cose.
Luigi: Tutte le creature si trovano di
fronte a Dio Creatore.
E
Dio creatore è Colui che nessuno può ignorare.
Se
tu lo ignori diventi in colpa.
Quando
l’uomo non tiene conto di Dio, è come se tu andando in macchina non tenessi
conto della segnalazione stradale.
Non
sei giustificato e la multa te la prendi o magari finisci nel fosso.
La
segnalazione c’è, Dio si annuncia a tutti.
Non
sei tu che hai fatto il filo d’erba, basta questo.
Il
filo d’erba non lo hai fatto tu, lo ha fatto un Altro.
Allora
comportati, in tutte le cose, tenendo presente l’Altro.
Non
sai ancora chi sia, però sei tenuto a cercarlo.
Perché
il filo d’erba, non lo hai fatto tu.
Noi
non ci siamo fatti da soli, le cose non le abbiamo fatte noi, c’è un altro che
opera: cerca l’altro.
Rapportiamo
tutte le cose all’Altro.
Dio
Creatore è un essere che nessuno può ignorare.
Se
lo ignoriamo restiamo in colpa.
Quando
non lo ignoriamo, vuol dire che lo teniamo presente, allora qui si forma il “perché”,
ma il perché che cerca la finalità delle cose che Dio opera.
Perché
Dio operi questo?
Perché
Dio mi presenti questo?
È un
perché che cerca il fine, perché la causa la so già: è Dio.
Dio
non lo posso ignorare, Dio è il Creatore.
La
Causa la so, non so il Fine.
Perché
Dio fa questo?
Perché
Dio a un certo momento manda suo Figlio a morire in Croce?
È quel
fine lì, che se teniamo presente Dio ci implica personalmente.
È il
fine che ci cambia.
La
scienza non ci cambia mica.
La
conoscenza delle cause e degli effetti non mi cambia mica.
È la
finalità che cambia me.
Quindi
Dio opera tutte le cose nella sua Intenzione, per cambiare me, se io cerco la
sua intenzione.
G.: Perché
vuole cambiarmi? Magari perché ho fatto qualcosa di male?
Luigi: Le cose le faccio male se tengo
presente il pensiero del mio io.
Tutta
la creazione, tutta la storia e tutta la vita degli uomini, si sintetizzano in
Cristo che muore in croce.
Cristo
che muore in croce è il Verbum breviatum, è la sintesi, quindi in Cristo che
muore in croce, abbiamo la sintesi per capire il significato di tutta l’opera
di Dio.
Non
c’è bisogno di tanta cultura, anche la vecchietta che si ferma di fronte di
fronte a un crocifisso, può ricevere tutta la sapienza del mondo.
Perché
lì è la chiave di tutto.
Lì
c’è il fine.
Perché
Dio mi presenta suo Figlio morto in croce, crocifisso?
Per
me!
Perché
morendo ti dice: “Sono morto per te!”.
Perché
tu pensando a te stesso, vivendo per te stesso, tu stai uccidendo Dio in te.
Questa
è la lezione del Cristo che muore in Croce.
Tu
stai uccidendo Dio in te.
Per
cui Cristo che muore in croce, è rivelazione di quello che avviene nella mia
anima nei rapporti con Dio.
Tutta
la vita del Cristo è rivelazione di quello che avviene nel segreto della nostra
anima con Dio.
Noi
non ci rendiamo mica conto di quello che avviene nei rapporti tra la nostra
anima e Dio.
Perché
noi ignoriamo i nostri mali interni.
Cristo
diventa lo specchio di quello che io sono nei riguardi di Dio.
Allora
se cerco il perché presso Dio, ecco allora questa luce- finalità che mi cambia:
“Devo morire a me stesso, devo dimenticarmi, perché io ho ucciso Dio, io porto
Dio morto in me”.
Dio
è morto in me, per cui io chiedo e Dio non parla, Dio per me è morto, perché?
Perché
l’ho ucciso.
Perché
penso a me stesso.
Allora
soltanto morendo a me stesso, superando me stesso, ho la possibilità di entrare
nella luce e di ritrovare Dio.
Perché
Cristo muore non per dannarmi, ma muore per salvarmi.
Anche
la morte di Dio, anche il silenzio di Dio, è una parola di Dio per me, per
salvarmi, per la mia salvezza.
Se
io capisco la lezione.
Ma
devo capirla la lezione.
P.: Dio mi si
presenta in ogni istante e noi non siamo nel suo Pensiero e non riusciamo ad
entrare nell’amore per Dio, probabilmente perché non c’è questa passione di
silenzio in noi stessi.
Luigi: Sopratutto non c’è il superamento
del pensiero di noi stessi.
Noi
dobbiamo sempre avere presente Dio Creatore.
È Lui
che parla con me in tutto.
Lui
parla appunto per dare a me la possibilità di alzare gli occhi a Lui.
Colui
che parla con me, che si rende presente a me, offre a me una grazia immensa,
perché noi da soli non possiamo mica dimenticarci.
La
più grande tristezza dell’uomo è quella di non potersi dimenticare.
Quanti
uomini non dormono, perché non riescono a dimenticarsi.
È una
grazia colui che mi viene a trovare, che si rende presente a me, perchè da a me
con la sua presenza e il suo parlare, la possibilità di uscire dalla mia
prigione del pensiero del mio io e di fare attenzione a Lui.
E
se io faccio attenzione a Lui, lui mi conduce nei suoi campi.
Adesso
a noi sembra che sia sacrificio e dolore superare noi stessi, non pensare a noi
stessi, ma a un certo momento diventa una liberazione enorme non pensare a noi
stessi.
Uno
canta da mattina a sera.
M.: Praticamente
noi abbiamo davanti....
Luigi: De invece di praticamente dicessi
teoricamente...
Quello
che conta è il teoricamente, teoricamente vuol dire contemplando in Dio.
Arriviamo
sempre al pratico ma non si tratta di fare, si tratta di contemplare.
Abbiamo
visto che la meta è la contemplazione, potere guardare le cose da Dio.
Quella
è teoria.
M.:
Teoricamente noi abbiamo davanti a noi costantemente il Cristo ucciso da noi.
Luigi: Sì ma questa morte del Cristo, non è per dannarmi,
è per salvarmi.
É per
farmi capire che fintanto che io vivrò nel pensiero del mio io, avrò sempre
questa figura davanti, del Cristo morto per me.
Ma
se io capisco la lezione Lui risorge.
Si
fa ritrovare vivo.
Ma
debbo avere capito la lezione.
Quando
Tommaso, dopo che Cristo è morto: “Se io non vedo e non tocco non credo”,
rivela che Lui non è morto al pensiero del suo io.
Non
ha capito la lezione del suo Maestro.
E
dovrà crogiolarsi per otto giorni per capirla quella lezione.
E
Cristo lo fa stare lì per otto giorni senza apparirgli.
E
quando appare, oramai Tommaso ha capito la lezione, non vuole più toccare.
Non
ha più voluto mettere la sua mano, oramai ha capito la lezione.
Gli
son voluti otto giorni a Tommaso per morire, quindi non basta che Cristo muoia.
Bisogna
che capiamo la lezione.
Se
capiamo la lezione superiamo il pensiero del nostro io.
Non
debbo sottomettere Dio a me per credere.
Devo
sottomettere me a Dio, perché Lui è il creatore e io sono la creatura.
Se
cerco il perché della morte di Cristo, se capisco la lezione di Cristo morto,
Lui si fa ritrovare vivo e allora mi fa capire che Lui è morto per dare a me la
possibilità di risorgere, quindi per la vita: ecco che scatta l'amore.
"Perché
Tu sei morto per me".
D.: Vedessimo
tutte le cose nell’eterno saremmo nell’eterno.
Luigi: Sì, perché tenendo presente Dio,
non possiamo no pensare all’intenzione di Dio.
Anche
quando vediamo una persona operare non possiamo non chiederci quale sia la sua
intenzione nell’operare.
La
persona è legata all’intenzione, al fine per cui opera.
Invece
quando trascuriamo Dio, non siamo più sollecitati a cercare l’intenzione di
Dio.
Noi
subiamo la passione di unità e proprio per questa passione di unità, noi
cerchiamo di rapportare tutto in un unico pensiero, quindi nell’intenzione di
Dio, se teniamo presente Dio.
Raccogliere
tutto nell’unita di Dio, cioè contemplare tutte le cose da Dio.
E
quello ci porta nella vita eterna.
D.: Dare
valore a tutte le cose...
Luigi: È Dio che dà valore alle cose se
lo tengo presente.
Perché
è Dio che mi rivela il suo Pensiero.
E
mi fa capire che quelle cose che Lui fa, le fa per insegnare a me qualche cosa
di Sé in tutto.
Quindi
per inserirmi sempre di più nella conoscenza di Lui.
Dio
opera tutte le cose per farsi conoscere.
Perché
la conoscenza è vita eterna, non come vita che troveremo dopo la morte.
Vita
eterna, cioè vera, contrapposta alla vita fasulla che facciamo attualmente noi.
Vita
eterna in quanto vita vera.
Ci
sono due nascite, ci sono due pani, ci sono due acque e ci sono due vite, c’è
la vita vera e la vita fasulla.
Attualmente
noi vivendo solo per le cose del mondo o il nostro corpo, viviamo una vita
fasulla.
Noi
la chiamiamo vita ma quella non è vita.
Infatti
noi, il più delle volte, ci crediamo vivi ma siamo morti dentro.
E
portiamo delle angosce che non finiscono più e corriamo magari al suicidio.
Invece
la vita vera è quella che viene dalla conoscenza di Dio.
T.: Noi siamo
fatti per la luce e non sopportiamo le tenebre.
Luigi: E poi se lei cammina nelle
tenebre cade.
T.: E se
avessimo presente Dio non dovremmo più indagare sulla causa.
Luigi: Indagheremmo sul fine, perché la
causa c’è già: Dio Creatore.
Però
tu hai molto da indagare, perché in tutti gli avvenimenti non basta che io dica
che sono voluti da Dio.
Perché
quando una persona parla, tu non ti accontenti mica, tu vuoi capire il
pensiero.
Se
tu tieni presente Dio, tu cerchi il pensiero in quello che Dio ti presenta.
Quando
tu ami una persona, tu cerchi il pensiero di quella persona.
Chi
ama Dio cerca il pensiero di Dio, non si accontenta di dire che tutto è opera
di Dio.
Anche
i profeti dicevano: “Inutilmente voi dite che è tempio di Dio” e vi scusate con
questo, dovete cercare il pensiero di Dio.
Non
basta mica cantare gloria a Dio da mattina a sera, bisogna dedicare il pensiero
a Dio.
Infatti
nella parabola del seminatore quello che conta è porre mente alla parola.
E
ponendo mente, con pazienza giunge al frutto, cioè a capire quello che ti
significa la parola.
La parola
è un annuncio è un mezzo, un segno, un trait d’union che arriva a noi per
collegarci con il Pensiero di Dio.
Quindi c’è
questo bisogno di unificare, cioè di vedere tutte le cose dal punto di vista di
Dio, cioè vedere nel Pensiero di Dio.
F.: Il perché
causale è quando cerchiamo la giustificazione nel pensiero dell’io…
Luigi: Siccome subiamo la passione dell’assoluto,
necessariamente, per questa passione d’assoluto, noi cerchiamo di unificare
tutto.
Unificare
in cause il cui punto fisso di riferimento è il nostro io.
E
questo ti disperde, perché noi moltiplichiamo le cause all’infinito.
F.: Mentre
invece il perché finale, possiamo solo cercarlo nel Pensiero di Dio.
Luigi: Solo se tengo presente Dio
creatore di tutte le cose, Dio stesso mi sollecita, per cui è grazia di Dio.
Anche
cercare l’intenzione di Dio è dono di Dio.
E
viene da Dio.
Se
tengo presente Dio, Dio stesso mi sollecita a cercare il suo Pensiero, la sua
intenzione.
Mi
mette in movimento.
F.: E per fare
questo non serve nessun libro:
Luigi: Non servono, è un rapporto
personale con Dio.
Anche
se tu imparassi tutto il Vangelo a memoria, quello non ti serve mica.
Ne
fai grande cultura ma non ti avvicina a Dio.
Devi
cercare che cosa Dio ti vuole dire.
Infatti
chi non è attratto dal Padre, non può andare al Cristo.
Cosa
è questo essere attratto?
Attratto
dal desiderio di capire.
Infatti
ogni Luce viene dal Padre, non dal Figlio.
Cioè
il Verbo è luce nel mondo, fintanto che è nel mondo, ma a un certo momento, il
Figlio, dopo avere sottomesso tutto a Sé, porta al Padre, perché la sorgente
dalla Luce è il Padre.
F.: L’altro
giorno dicevamo che bisogna sottomettere tutto al Figlio, quindi è anche utile
fare una certa indagine scientifica.
Luigi: È utile e necessario ma in tutte
le cose non fermarti alle cose, cerca sempre il Pensiero di Dio.
Cercare
il Pensiero di Dio è sottomettere tutto al Pensiero di Dio e il Pensiero di Dio
è Dio.
Il
Pensiero di Dio poi mi porterà al Padre, per farmi conoscere il rapporto che
passa tra Padre e Figlio, per inserirmi nella vita Trinitaria.
Il
concetto di Spirito Santo è proprio il concetto di Padre e Figlio.
F.: Quindi è
meglio non disperderci in tante cose.
Luigi: Guarda è meglio approfondire una
sola cosa.
La
vecchietta, magari analfabeta, è sufficiente che resti davanti al crocifisso,
quindi approfondisca: “Perché sei morto per me?”, e quella cosa approfondita t’illumina
su tutto.
Faccio
l’esempio della montagna, d’altronde tu vai in montagna...
Il
problema non è correre nella vallata a destra e sinistra per vedere una cosa e
l’altra, il problema è salire in alto, più sali in alto e più vedrai tutto e
capirai tutto.
Invece
tu in pianura per vedere una cosa devi lasciare l’altra, corri a destra e a
manca e a un certo momento perdi tutto.
Portati
in alto, dall’alto, da un unico punto di vista, vedi e contempli tutto.
Non
saltare da un sentiero all’altro, ma cammina su un sentiero approfondendo,
perché più approfondisci e più quello t’illumina tutto, anche gli altri
argomenti che non avevi capito.
A
un certo momento tutto s’illumina.
F.: Quindi la
tanta cultura diventa dannosa.
Luigi: Diventa dannosa, diventa un
bagaglio che t’impedisce di camminare.
T.: Ma cosa vuole
dire essere attratti dal Padre? È il Padre che ci attrae al Figlio.
Luigi: Tieni ben presente che il Figlio
è il Pensiero di Dio.
Quindi
soltanto se tengo presente Dio Creatore, quindi il Padre, questo mi conduce a
cercare il Pensiero di Dio, cioè l’intenzione, il fine.
Quindi
è il Padre che opera.
È Lui
che attira.
Noi
stessi subiamo la passione dell’assoluto.
E
tutto quello che amiamo vogliamo che sia assoluto.
Perché
questo?
Perché
Dio attira.
Soltanto
che noi cerchiamo l’assoluto in un luogo sbagliato.
L’assoluto
tu lo devi cercare in Dio.
Se
tu lo cerchi nelle creature, cerchi l’assoluto in un luogo sbagliato.
T.: Ma dipende
da me questo?
Luigi: Dipende da te.
Se
tu ti mantieni unito a Dio o se tu non ti mantieni unito a Dio.
Se
ti mantieni unito a Dio la grazia è di Dio.
Quindi
l’attrazione di Dio e tutto quello che avviene in positivo è tutto grazia di
Dio.
Se
tu non guardi a Dio, se non raccogli in Dio, la colpa è tua.
Luigi: Noi non possiamo chiederci il
perché finale se non abbiamo presente Dio.
Perché
il perché finale è grazia che viene da Dio.
A.: Tutto è
parola di Dio per noi.
Luigi: Dio non ci abbandona mai e
corregge sempre le nostre interrogazioni, facendoci passare dal perché causale
a quello finale.
Lo
fa dicendoci che la cronaca di ogni giorno (la torre crollata di Siloe) è un
fatto per noi, personalmente per ognuno di noi.
"Perché
Io vi dico che se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo",
cioè se non capite il significato per voi, perirete tutti allo stesso modo.
Ecco
che allora la lezione va intesa per me, perché è Parola di Dio per me.
Così
la lezione di Noè e tutto quanto.
Tutto
va quindi assimilato in Dio e da Dio.
Ecco
la lezione di Dio come ci cambia.
Se
noi vedessimo tutti gli avvenimenti che accadono nel mondo come lezione di Dio
per me, pensa che cambiamento ci sarebbe in noi.
Invece
se conosciessi tutte le cause sensibili degli avvenimenti dell’universo, quello
non mi cambia perché io sono fuori.
Ma
se invece vedo Dio che mi manda una lezione, quello si che mi cambia.
R.: Dio tutto
quello che fa lo fa per rivelare Se stesso e presentandoci questo cieco ci
vuole rivelare la nostra cecità.
Luigi: Nell’uomo cieco
troviamo la luce amata.
E
presentandomi un cieco che è specchio della mia cecità, mi porta nella luce
amata.
Mentre
prima avevamo la luce contestata.
R.: E noi con
la nostra dispersione, obblighiamo Dio a fare dei ciechi, dei lebbrosi, dei
disgraziati...
Luigi: A morire Lui stesso.
P.: Noi ci
possiamo chiedere il perché finale, soltanto se abbiamo risposto al perché
causale.
Luigi: Il perché causale si afferma
indipendentemente da noi.
Io
posso anche dire che Dio non c’è e una volta che l’ho detto, Dio continua a
esserci.
Non
è la parola dell’uomo che cancella la Verità.
Io
quando ho urlato da mattina a sera che Dio non c’è, il suo Pensiero continua ad
essere in me.
P.: Posso
chiedermi il perché finale, solo se ho presente la Causa Dio Creatore.
Luigi: Solo se guardo Dio.
Perché
soltanto se ho presente una persona, io cerco l’intenzione e la finalità della
persona.
Se
invece ho presente una causa anonima non vado a cercare l’intenzione.
P.: E proprio
cercando il perché finale, trovo la vera causa, perché il fine diventa il mio movente
che mi fa cercare il significato delle cose in Dio.
Luigi: Certo, diventa il movente: Abramo
desiderò vedere il mio giorno, lo vide e ne tripudiò”.
Per
cui il fine di Abramo è diventato il movente di Abramo.
P.: Quindi
anche in Dio è lo stesso, il fine per cui Lui fa le cose, è la causa...
Luigi: Diventa il principio della nostra
vita.
F.: Noi
dobbiamo necessariamente giungere al positivo attraverso il negativo?
Luigi: Noi cominciamo ad apprezzare una
persona, solo quando l’abbiamo persa.
Appunto
perché non siamo intelligenti.
Se
fossimo intelligenti non avremmo bisogno di passare attraverso l’esperienza del
negativo, della perdita di una cosa.
Per
cui Dio è con noi in un primo tempo della vita e tutte le cose vanno bene.
Ma
non ci rendiamo mica conto che Dio è con noi.
Poi
a un certo momento Dio ci fa esperimentare la sua morte, io prego e Lui non
risponde più, tutto s’inaridisce, tutto diventa senza significato.
E
tutto quello è ancora parola di Dio per me.
Per
farmi capire cosa vuole dire: “Senza di me non potete fare niente”.
Altrimenti
io mi confondo e credo di essere io a fare.
F.: La ricerca
della causa noi la poniamo nel pensiero del nostro io.
Luigi: Certo, nel pensiero del nostro io
noi andiamo a cercare la causa: “Se avesse fatto questo non sarebbe morto”.
E
così noi ci mettiamo fuori dal regno di Dio dove regna solo Dio.
F.: Per porci
il perché finale, noi dobbiamo avere superato il pensiero del nostro io.
Luigi: Non possiamo se non abbiamo
presente la persona divina.
È la
persona divina che mi pone l’intenzione.
La
finalità è una conseguenza dell’intenzione
E
l’intenzione è conseguenza di ciò che uno è.
E
per pensare ciò che uno è, io devo superare, dimenticare me stesso.
Per
guardare l’altro, devo superare me stesso.
Altrimenti
strumentalizzo l’altro a me ed è finito.
F.: Praticamente
noi che siamo nel pensiero dell’io, la domanda causale la poniamo sempre...
Luigi: Noi dobbiamo guardare Dio fin dal
principio: “Io sono il Principio”, e perché lo dice?
Perché
tu mi devi mettere come tuo principio, non devi partire da te stesso.
“Io
sono il Principio e Io il Fine”.
Se
Dio parla parla per noi.
Il
che vuol dire: parti da Dio, non partire da te o dalla creazione, parti da Dio
e cerca di arrivare a Dio.
Dio
è il Principio e Dio è il Fine.
N.: Noi cerchiamo
sempre di non essere coinvolti nelle cose, cercando sempre la colpa negli
altri.
Luigi: Quando qualcosa ci va male,
giriamo e giriamo fintanto che riusciamo a dare la colpa a qualcun altro.
N.: Potremmo
dare anche un altro titolo all’incontro di oggi: i due principi.
Perché noi in
realtà ci facciamo principio di verità e se andassimo a cercare un fine, quello
ci spiazzerebbe, perché ci metterebbe di fronte alla nostra incoerenza.
Come faccio io
ad essere principio e poi a chiedere quale è il principio delle cose?
Io sono verità
e poi non so la verità?
Però siamo
sommamente stupidi e superficiali, perché non prevediamo che quella verità di
comodo che noi ci facciamo nel pensiero del nostro io, ci spiazzerà, perché
quelle cose che abbiamo rifiutato di capire nella Verità di Dio ci crolleranno
addosso.
Luigi: E restiamo nella confusione.
“Ch’io
non resti confuso in eterno”.
N.: Che è una confusione generale.
- Pensieri conclusivi -
N.: La
salvezza dell’uomo è cercare il fine delle cose nel loro Principio.
F.: È
estremamente difficile trovare il perché finale delle cose.
Luigi: Sì è molto difficile, la porta è stretta, richiede molta dedizione, molto
silenzio: è un infinito!
F.: Diventa
impossibile se ci disperdiamo.
Luigi: Tu pensa che una
volta i padri che vivevano in un mondo tranquillissimo, fuggivano dal mondo,
appunto perché la via era difficile e andavano nei deserti e noi oggi abbiamo
il mondo in casa con la televisione e poi ci lamentiamo che è difficile.
Bisogna dare molto tempo a Dio.
Diamo molto tempo alle creature e alle cose ma Dio vale molto più di tutto
e tutti.
Quindi è giusto dare molto più tempo a Dio che non alla Creazione.
D.: Sentirsi
ciechi per scoprire la Verità.
G.: Bisogna
convincersi che è Dio che opera in tutto.
Luigi: Certo, se non siamo
convinti di questo non facciamo un passo.
La prima cosa è “Io sono il Creatore Dio tu, non avere altro Dio”
Questa è la pietra fondamentale.
Se non crediamo che Dio non è stato, ma è il Creatore, cioè Colui che opera
attualmente in tutto, non possiamo iniziare la vita dello Spirito.
Perché la vita dello Spirito presuppone questo.
Non iniziamo la vita spirituale senza questo.
G.: Noi però
non teniamo presente Dio.
Luigi: Sì, perché siamo
schiavi delle abitudini: qui è la natura, là è l’uomo, lì è il gatto o il caso.
È tutto un parlare che ci porta molto lontano da Dio e crediamo di capire
ma non capiamo nulla.
Fintanto che noi non vediamo le cose in Dio, noi non vediamo assolutamente
niente.
K.: Bisogna
dedicarci a Dio.
Luigi: È molto importante
dedicare tempo a Dio.
Lui non l’ha misurato nel dedicarsi a noi.
È giusto che noi non misuriamo il tempo nel dedicarci a Lui.
P.: Bisogna
uscire da questa zattera che sta affondando per salire sulla barca sicura di
Dio.
Luigi: Bisogna prendersi un
bel barcone.
G.: Dio è vivo
e quindi non ci sono problemi.
Luigi: I problemi vengono proprio
dal fatto che Dio è vivo e ti mette in tanti di quei pasticci.
G.: Sapere che
è Lui che opera in tutto è un grande sollievo.
Luigi: È anche un grande impegno.
Non
è che ci tolga responsabilità.
G.: Non ci sono
alternative a Dio.
Luigi: Guardati un po’ attorno nel mondo
se non ci sono alternative!
Guarda
un po’ per che cosa vivono gli uomini.
Magari
non ci fossero alternative.
X.: Bisogna
credere che Dio è il Creatore di tutte le cose.
Luigi: Sì, questo è il primo passo della
vita interiore.
Credere
che Dio è Creataore di tutte le cose, non solo di qualcuna.
Perché
proprio il credere che Dio è Creatore delle cose che noi riteniamo negative, è
quello che più ci mette in movimento nella ricerca di Dio, ci impegnano
maggiormente a pensare a Dio.
A.: Di fronte
a tutte le cose, chiedere a Dio che cosa vuole dirmi di Lui.
S.: Devo
raccogliere tutte le cose nel Pensiero di Dio e cercarne la finalità.
R.:
Convincersi che Dio è il Creatore di tutte le cose.
W.: Dio fa
tutto per ognuno di noi.
Luigi: Tutto accade perché in noi si
compiano le opere di Dio e l’opera di Dio è farsi conoscere.
G.: I due
perché corrispondono ai due punti fissi di riferimento nel nostro pensiero: Dio
o Io.
H.: Dio è
morto per me.
T.: Tutto quello
che accade è per noi.
Luigi: Tutto quello che accade, accade
per farci restare nel Pensiero di Dio, per farci pregare.
Tutto
deve diventare motivo di preghiera.
Perché
tutto quello che accade, accade per raccogliere ed elevare la nostra mente a
Dio, quindi tutto ci serve per pregare.
Noi
a torto riteniamo che per pregare bisogni andare nel tempio o col gruppo.
Tutto
quello che ti accade, se tu lo ricevi da Dio e lo riporti a Dio ti fa pregare.
Diventa
motivo di preghiera.
Perché
se tu non lo riporti a Dio la cosa comincia ad appassionarti o preoccuparti e
ti porta via a Dio.
E.: L’uomo è
sostanzialmente interrogazione e bisogno di verità.
Perché questa
esigenza a cui l’uomo non può rinunciare, giunga al suo compimento, l’uomo
nella sua interrogazione deve sempre tenere presente la causa Dio per poter
cercare il fine.
Q.: Quando la
nostra intenzione non coincide con quella di Dio, Dio ci presenta qualcosa...
Luigi: Sì, qualcosa di negativo per cui
questo suscita in noi una ribellione, un movimento.
H.: Dio offre
all’uomo un regalo immenso, di cui l’uomo non sa che farsene.
Luigi: Si non sappiamo che farcene.
“Fintanto
che mi parli di economia, sport, politica va bene ma non parlarmi di Dio!”.
P.: Nel
pensiero dell’io non possiamo porci il perché finale, per cui di fronte alla
contraddizione che Dio pone davanti ai miei occhi per cambiarmi, istintivamente
io cerco di cambiare la scena secondo la mia intenzione sbagliata.
Noi vogliamo
cambiare il negativo che Dio ci presenta e allora ingarbugliamo ancora di più
la matassa.
F.: L’importanza
di avere sempre presente il Fine.
Perché Dio fa
tutto nel suo fine.
Luigi: Per avere presente il fine devo
avere presente Dio, perché il fine viene da Dio.
E i
suoi discepoli lo interrogarono dicendo: "Maestro, chi ha peccato, lui o i
suoi genitori, da nascere cieco?".
Gv 9 Vs 2
Titolo: I due perché.
RIASSUNTI - Lunedì.
Argomenti: Il bisogno di capire –
Assolutizzare – L’importanza dell’intenzione – Dio ci chiama a Sé attraverso i
suoi segni – La luce nel mondo – Cercare l’assoluto nel relativo – Capire o
giudicare - Coincidenza d’intenzioni – Perché
causale e finale – Il peccato – Giustificare in Dio – La vita spirituale -
22/Dicembre/1986 Casa
di preghiera Fossano.
- Interventi di Luigi sul riassunto -
Luigi: Non sentiremmo il bisogno di
unità, se non avessimo già presente l’unità.
Il
bisogno di capire, rivela in noi questo bisogno di unità, perché in noi c’è già
l’unità.
E
noi sentiamo il bisogno di raccogliere per restare uniti a quell’uno.
Per
non perderlo.
Perché
se io non capisco, perdo la presenza di quell’uno.
È per
l’attrazione di quell’uno che io cerco di capire.
Cerco
cioè di rapportare, di unificare, di giustificare le cose.
Per
potere restare sempre alla presenza di quell’uno.
Altrimenti
perdo il contatto con l’uno.
Luigi: Fintanto che noi non troviamo la
giustificazione in Dio degli avvenimenti, le altre giustificazioni umane, non
sono sufficientemente valide per farci capire le cose.
Perché
le cose sono veramente capite solo in quanto sono viste in Dio e da Dio.
Luigi: Quando noi abbiamo presente una
persona, noi cerchiamo sempre la finalità di quella persona.
Se
non cerchiamo la finalità, vuol dire che non abbiamo presente la persona.
- Conversazione -
F.: L’uomo
non sopporta il relativo, eppure nella vita quotidiana vive per il relativo,
come è possibile?
Luigi: Ma no!
L’uomo
non sopporta il relativo, infatti lo assolutizza.
F.: Ma noi
sappiamo che il danaro o l’automobile non sono il Tutto.
Luigi: No, noi vogliamo che siano
assolute.
E
tutta la fatica gli uomini, è per rendere assoluto il relativo, appunto perché
non lo sopportano.
Tutta
la fatica e il lavoro dell’uomo, è per non lasciare passare la cosa che sta
passando.
Ma
guarda solo il problema della salute, è tutta una lotta contro la morte,
perché?
Perché
non si sopporta che il nostro corpo muoia.
E
allora si fatica, si fatica e si fatica per evitare che il nostro corpo muoia.
Ma
la partita è persa fin dal principio.
Guarda
tutte le fatiche che un uomo fa per tener su la sua casa.
L’uomo
s’accorge che se non la pensa, la casa va giù.
E
allora deve rimediare, deve provvedere per tenerla su.
Altrimenti
la casa si sgretola da sola.
E
così è per l’automobile, così i campi, così è per la famiglia o le creature.
Ma
tutto passa.
E
allora gli uomini si sobbarcano fatiche immense per impedire (inutilmente) che
le cose passino.
Anziché
cercare il Pensiero di Dio in quelle cose, quello che Dio gli significa di Sé,
loro tendono a rendere assoluto quello che sta passando, perché loro non
sopportano che passi.
F.: Quindi
anche se si lascia andare in quelle cose relative, è perché le assolutizza...
Luigi: Ma non si lascia andare per
niente!
Si
dedica ad esse perché vuole rendere assolute.
Tutta
la fatica dell’uomo è per rendere assoluto quello che è relativo.
L’animale
non vuole mica rendere assoluto il relativo.
Perché
l’animale quando ha mangiato è tranquillo e noi no?
F.: Il fine è
più importante dell’opera stessa: il cieco nato è opera di Dio, è opera di Dio
il miracolo di Gesù e tutte due le opere Dio le fa in un unico fine, perché il
fine di Dio è uno solo.
Il fine è più
importante per chi lo riceve o anche per lo spettatore?
Luigi: Il fine è sempre la cosa più
importante.
Non
contano le parole che si dicono, conta sempre l’intenzione con cui si dicono.
Quello
che offende è sempre l’intenzione con cui si dicono le parole, non le parole in
sé.
Una
parola apparentemente offensiva, detta con una intenzione d’amore non ti
offende.
Quindi
l’intenzione è più importante del mezzo con cui si comunica l’intenzione.
Il
problema è sempre dello spettatore: non dobbiamo mai giudicare.
Il
fine è più importante dei mezzi che si adoperano per manifestare il fine.
Quello
che conta è sempre il pensiero.
F.: Se io
fossi cieca e Dio mi guarisce, non devo accontentarmi del miracolo, devo
cercare il fine.
Luigi: Se non cerchi il fine assolutizzi
il dono quindi è sprecato.
L’uomo
si perde in nome dei doni di Dio.
Perché
non cerca l’intenzione di Dio.
P.: Ma dal
tetto di casa cade acqua e io lo riparo, questo non vuol dire assolutizzare la
casa.
Luigi: Non hai capito.
Assolutizza
nel senso che vuole che la cosa non passi.
Se
cade acqua in casa, ripari il danno perché sai che altrimenti la casa si
rovina.
Allora
tu rimedi, perché vuoi che la cosa stia su.
P.: Ma la
riparo perché non posso dormire se mi piove in testa.
Luigi: Il problema dell’uomo è che l’uomo
non sopporta che le cose passino.
Così
anche la macchina, la creatura, il nostro corpo.
Tutte
le cure che noi facciamo al nostro corpo, è per evitare che passi.
Perché
c’è tutta questa preoccupazione?
Perché
non accettiamo le cose così come sono?
Appunto
perché in noi abbiamo questa passione per rendere eterne le cose che stanno
passando e non vogliamo che passino.
E
perché si piange quando uno muore?
Non
si sopporta il fatto che prima c’era e adesso non c’è più.
Perché?
Perché
è una cosa che noi non sopportiamo.
Noi
vogliamo che resti sempre.
Perché
siamo fatti per uno che rimane sempre.
Soltanto
che il nostro problema è voler far durare eternamente, una cosa che è destinata
a passare.
E
la partita è persa fin dall’inizio.
Perché
la cosa necessariamente passa.
Ma
quello ci testimonia che noi siamo fatti per Dio.
P.: Ma questo
stadio possiamo superarlo?
Luigi: Dobbiamo superarlo.
Se
noi cerchiamo il significato delle cose da Dio, noi sopportiamo anche che la
casa faccia acqua, sopportiamo anche la morte.
Sopportiamo
le cose che passano perché le dialoghiamo tutte con Dio.
Quello
che conta veramente è capire il significato.
Perché
Dio mi distrugge tutte le cose, me le fa passare tutte?
Quello
lo sopportiamo se lo vediamo e lo contempliamo da Dio.
Ma
se non abbiamo presente Dio, noi non sopportiamo che la cosa passi.
P.: E se io
ho una intenzione diversa da Dio, Dio mi presenta una situazione in modo che io
capisca che mi sto allontanando da Lui...
Luigi: Fintanto che in noi non c’è la sintonia tra l’intenzione di Dio e la
nostra intenzione, Dio mi presenterà sempre delle cose che non sopporto.
P.: Ma questa
è una cosa che fa spavento perché va all’infinito.
Luigi: Hai detto bene, va all’infinito,
perché noi siamo fatti per l’infinito.
P.: Ma anche
quello che Lui ci presenta va all’infinito.
Luigi: Tutto va all’infinito.
Tutto
ci conduce all’infinito.
P.: Perché
Dio continuamente mi presenta gente che soffre che ha dei problemi? Eppure sto
cercando Dio.
Luigi: Sempre per farmi pregare.
Tutto
è un mezzo per farmi pregare.
Tutto
deve diventare motivo di preghiera.
Cioè
tutto deve diventare motivo di dialogo con Dio.
Per
farmi elevare la mente.
È sempre
Dio che m’invita ad andare da Lui.
Per
pensarlo.
Perché
noi da soli non siamo capaci a pensare Dio, allora Dio mi presenta delle
occasioni per pensarlo, mi sollecita.
Mi
chiama.
Ma
perché Dio mi chiama tante volte?
Dovrebbe
essere una gioia per noi, perché mi presenta tante occasioni per andare da Lui.
P.: Però
questo porta alla tristezza, perché di continuo ci presenta delle cose
dolorose.
Luigi: Ma se lo vedi come opera di Dio
per chiamarti alla sua Presenza, questo ti fa superare la tristezza dell’avvenimento
stesso.
Il
fatto di sentirsi pensati da Dio dovrebbe dominarci più che non la tristezza
dell’avvenimento.
La
tristezza dell’avvenimento è momentanea, per sollecitarmi ad andare da Dio.
Se
Dio mi mandasse solo cose allegre e divertenti, io mi dimenticherei facilmente
di Dio.
Invece
i fatti tristi mi sollecitano ad andare da Lui e quando scopro che è un
pensiero di Dio per me, mi sento pensato da Dio.
Noi
generalmente preferiamo essere rimproverati piuttosto che essere trascurati
dall’altro.
Perché
nel rimprovero vedo un pensiero, un atto d’amore.
L’amore
si rivela in quanto pensa all’altro.
Quindi
meglio ricevere cose tristi ed essere pensati, piuttosto che sentire barzellette
senza essere pensati.
G.: È
necessario appunto essere sempre in dialogo con Dio.
Luigi: Per questo è necessario mettere
tanto spazio di silenzio.
Ogni
fatto che ci arriva, deve essere seguito da uno spazio di silenzio per
raccoglierlo in Dio.
Altrimenti
quello ci strazia.
Perché
non possiamo sopportarlo.
G.: E a volte
uno si sente veramente debole nel suo rapporto con Dio.
Luigi: Questa debolezza è un segno della
presenza di Dio in noi.
Il
fatto di non sopportare la nostra debolezza è una conseguenza della presenza
dell’assoluto in noi.
Per
cui avendo in noi la presenza dell’infinito subiamo questa passione per l’infinito.
Per
cui non sopportiamo il finito.
Non
siamo mai contenti nelle cose finite, nelle cose che passano.
Avere
qualcosa bellissimo ma sapere di doverlo perdere è una tristezza infinita.
Appunto
perché sono fatto per una cosa eterna.
G.: Molto
facile è dimenticarsi di Dio, a volte dobbiamo sopportare i segni che Dio ci fa
per richiamarci a Lui, ma in realtà quello è amore.
Luigi: In Dio tutti i segni si vedono
come parole sue per richiamarmi, per raccogliermi nel suo Pensiero.
Qui
se lo vedo come un segno, non soltanto lo sopporto ma lo amo.
E
allora c’è il vero amore.
Si
amano anche i nemici, perché anche i nemici si vedono come un segno di Dio per
portarmi nel suo Pensiero.
Si
vede tutto come segno di Dio, per portami nel suo Pensiero.
Per
farmi pensare Lui.
D.: “Fintanto
che sono nel mondo sono la luce del mondo” ma Lui è sempre presente.
Luigi: Perché siamo noi gli assenti.
Se
Dio è presente ma io non sono con Dio, sono con le creature, con il mondo, io
ho bisogno di una presenza di Dio nel mondo che m’illumini.
E
allora qui ho Cristo nel mondo che m’illumina.
Dio
è presente ma sono io che non sono presente a Dio.
Allora
Dio per riportarmi alla sua presenza, dove c’è la vera luce, Dio viene a
dialogare con me, nelle cose in cui io mi sto disperdendo.
Perché
io non capisco nessun altra ragione che non sia il mondo, i corpi, la materia.
Se
io incontro un bambino che passa la giornata a giocare con i birilli, devo
interessarmi ai birilli per iniziare un dialogo con lui.
Il
bambino, a quel punto lì, non capisce nessun altro linguaggio.
Perché
lui è appassionato dei birilli.
Per
dialogare con lui devo interessarmi dei birilli.
Dialogando
con lui, adesso lo posso condurre dove voglio io.
Allora
Dio scende a dialogare con noi, là dove noi siamo dispersi, là dove noi siamo
appassionati, nei nostri interessi, nel nostro mondo.
Preso
contatto con noi, ci conduce dove ci vuole condurre.
Cioè
ci fa passare dal nostro mondo di tenebre, al suo mondo di luce e conoscenza.
D.: Come è
possibile conciliare la fame d’assoluto dell’uomo e il suo rifiuto dell’assoluto?
Luigi: Non si conciliano affatto.
L’uomo
ha fame dell’assoluto ma proietta questa fame d’assoluto sulle cose finite che
sono quelle che ha presenti ai suoi occhi.
L’uomo
vuole l’assoluto ma per lui la realtà è relativa.
Siccome
la realtà sensibile gli sta sfuggendo dalle mani, questo gli crea un problema e
lui oramai appassionato per rendere assoluto il relativo, non può cercare l’assoluto.
Perché
lui è solamente interessato dal mondo sensibile.
Uno
che abbia un grosso problema da risolvere non può dedicarsi a altre cose.
Il
suo problema è grossissimo perché sta cercando stelle alpine in un campo di
grano.
Però
le sta cercando.
Fintanto
che non si introduce alla conoscenza di Dio, lui si trova in un problema senza
soluzione.
Perché
non troverà mai stelle alpine in un campo di grano.
Quando noi cerchiamo l’assoluto nelle cose che passano, il campo di ricerca
certamente è sbagliato.
L’assoluto
certamente non lo troviamo.
E
allora noi ci affatichiamo inutilmente per cercare di rendere assoluta una cosa
che è destinata a crollare.
E
che mi trascina via, perché sta passando, io non sopporto che passi a allora
comincio a ingegnarmi per cercare di farla stare su ma la partita è persa in
partenza.
Tutto
il problema dell’uomo è cercare di far star su una cosa che sta cadendo e
cadrà.
Il
problema non è fare star su la cosa ma cercare di capire perché la cosa passa.
Cerca
di capire che cosa Dio ti vuole dire attraverso la cosa che passa e attraverso
la creatura che muore.
È una
parola di Dio per te.
Il
problema allora non è quello di cambiare i segni ma di capire i segni.
Il
problema non è arrabbiarti perché il semaforo è rosso ma cerca di capire perché
è rosso.
Comprendendo
il perché lo sopporti.
Ma
il problema è capire, non è quello di cambiare.
Tutte
le creature praticamente sono come dei semafori rossi.
Noi
cerchiamo di cambiarli, perché non ci va bene che siano rossi.
Il
problema non è di cambiarli ma il problema è quello di capire.
Cerca
di capire il significato di questi segni.
K.: Avere un
perché causale coincide con il volere cambiare le cose.
Luigi: Sì è quello di sottrarci all’intelligenza
del significato.
I
discepoli stanno cercando la colpa di quella cecità.
Cercando
la colpa io mi sottraggo, mi metto fuori, non assumo la responsabilità su di me
di quel fatto.
Mentre
io devo assumermi la responsabilità, quel fatto lì è per me.
Cioè
se tengo presente Dio. dico che è Dio che me lo presenta, per me.
Allora
io sono implicato in quel fatto.
“Che
cosa ho fatto per cui mi sta presentando questo?”.
Vedi
che tengo presente Dio.
Se
non tengo presente Dio dico che quello è un delinquente, quello è un ladro,
quello è un bugiardo.
Giudichiamo,
attribuiamo.
Però
Dio presentandoci le opere ci dice di non giudicare.
Ti
ordina di non giudicare.
Perché
se tu giudichi, escludi la lezione di Dio per te, attribuendone la colpa ad un
altro.
E
invece no, la lezione la devi prendere su di te.
Perché
la lezione è per te.
Ci
sei tu implicata in quel fatto.
K.: Chi cerca
il perché causale non si lascia coinvolgere.
Luigi: Certo, se ne lava le mani: “Io
non centro, la colpa è dell’altro”.
Oppure
la colpa è della società, della natura, della politica.
No,
invece tu centri perché a un certo momento Dio ti dirà che quello era per te.
E
noi cosa possiamo rispondergli?
Ecco
l’importanza di tenere presente Dio.
Se
io tengo presente Dio, io m’accorgo che sono sempre in mezzo, coinvolto nei
fatti.
Perché
Dio sta parlando con me e per me.
Se
non tengo presente Dio, con grande facilità scarico la responsabilità dell’avvenimento
su altri.
E
io mi metto allegramente fuori.
G.: Posso non
giudicare e non cercare il significato...
Luigi: No, se non cerchi il significato
automaticamente giudichi.
Non
puoi farne a meno.
Noi
non possiamo fare a meno di giudicare.
Qualunque
cosa tu la giudichi.
Solo
aprendo un giornale già giudichi quale articolo leggere per primo.
Ma
noi facciamo una infinità di giudizi ogni giorno.
Non
posso fare a meno, di fronte a qualsiasi fatto o avvenimento di attribuirgli un
valore.
Quindi
do un certo giudizio.
Il
giudizio lo diamo sempre, non possiamo farne a meno.
E
nel giudicare noi escludiamo Dio, pensiamo a noi stessi.
O.: Ma anche l’atteggiamento
di commiserazione?
Luigi: Sì, è sempre un giudizio.
“Poverino”
è un giudizio.
Noi
crediamo di giustificarci con il sentimento, ci laviamo le mani con due lacrime:
“Signore se ci fossi stato io non ti avrei messo in croce”.
Il
problema è cercare di capire perché Cristo è morto in croce.
Cerca
di capire perché quello è cieco, cerca di capire perché quello sta morendo.
Perché
è una lezione di Dio per te.
Noi
non ce ne rendiamo conto ma noi stiamo costantemente giudicando le cose che si
presentano a noi.
No,
non giudicare.
Cerca
di capire, perché la lezione è per te, cerca di capire quello che Dio ti vuole
dire.
G.: Come si
fa a cercare il regno di Dio prima di tutto?
Luigi: Chi ti dice di cercare prima di
tutto il regno di Dio, non ti lascia allo sbaraglio.
Perché
dicendoti di cercare prima di tutto il regno di Dio ti apre una strada.
E
quella strada è determinata dalle sue stesse parole.
Per
cui se tu ti apri a cercare il regno di Dio prima di tutto, Lui che ti ha
parlato ti insegnerà anche come.
Allora
inizio a cercare quelle parole di Gesù che mi fanno capire cosa intende Gesù
per regno di Dio.
“Il
regno di Dio è dentro di voi” e me lo dice Lui.
Le
sue parole diventano cioè un sentiero.
Allora
se io non mi oriento a cercare Dio prima di tutto, le altre parole non mi
servono a nulla.
Ma
se io mi oriento a quel fine mi è facile seguirlo.
Quando
tu vuoi andare in un paese o in una città, ti è facile poi trovare i mezzi per
arrivarci.
Sapendo
dove vuoi andare, anche se noi sai la strada cominci a informarti.
Ma
cosa è che ti dà il desiderio di informarti?
È il
fine che tu vuoi perseguire.
Quindi
se tu hai come fine conoscere Dio e il suo regno, allora t’informi.
E
in ogni pagina del Vangelo cerchi che cosa Lui ti dice per farti conoscere
sempre di più il suo regno.
Ma
se non sai dove vuoi andare, certamente sei nei pasticci.
Non
hai nemmeno interesse per conoscere le strade perché non sai dove vuoi andare.
G.: Ma non è
una cosa facile riuscire in questo intento.
Luigi: No, anzi è difficile.
Ma
non impossibile.
Se
Dio mi promette una cosa non mi prende in giro.
Quindi
se ci invita a cercare una cosa, è perché Lui vuole darcela.
Se
Lui vuole darcela ed è onnipotente, Lui vuole solo che io desideri quello che
Lui vuole darmi.
Trova
Lui i mezzi per darmi quello che io desidero ma io lo devo desiderare prima di
tutto.
Lui
vuole soltanto che io lo desideri.
Che
io lo pensi.
Poi
pensa Lui a tutto il resto.
F.: Dio opera
tutto nel mondo esterno, però a causa di una nostra colpa nel pensiero.
Luigi: In quanto c’è una diversità tra l’intenzione
di Dio e la mia intenzione.
Lui
ha l’intenzione di farsi conoscere, io ho altre intenzioni, Dio opera per
recuperare le mie altre intenzioni nella sua intenzione.
Per
salvarmi.
F.: Ma allora
se avessi la stessa intenzione di Dio non chiederei più nessun perché a Dio.
Luigi: Se io avessi la stessa Intenzione
di Dio, non gli chiederei più il perché finale, il "perché?" rivela che
c'è una diversità fra la mia e la sua intenzione.
Il
"perché?" è una espressione di dislivello fra la mia e la sua
intenzione.
Se
invece c'è la sintonia, non c'è più il "perché?", perché tu capisci.
La
coincidenza delle due intenzioni diventa luce.
La
luce è data da due poli che si avvicinano: lì scatta la scintilla.
Perché
ci sia la luce in me, non basta il Pensiero di Dio, bisogna che ci sia la
coincidenza tra il Pensiero di Dio e il mio pensiero.
Quando
c'è coincidenza scatta la luce e tu vedi, prima no.
Quando
c'è la coincidenza la cosa s'illumina: capisci e vedi la presenza di Dio che ti
sta parlando, presente.
P.: Che
differenza c’è tra la domanda: “Dio cosa mi dici di te in questa cosa? e il
perchè sulla finalità.
Luigi: Non c'è differenza tra il
"perché?" finale e il chiedere: "Che cosa mi dici di Te?".
Le
due cose coincidono, perché Dio in tutte le cose ci parla di Sé.
Dio
opera per manifestare Se Stesso.
Dio
opera per farsi conoscere, questa è la vita eterna.
E
questo è l'unico fine da parte di Dio.
Io
ho la stessa sua intenzione quando gli chiedo: "Cosa mi vuoi far conoscere
di Te?".
P.: Quando io
chiedo: “Dio cosa mi dici di Te?”, la risposta di Dio è relativa, come un mezzo
per portarmi poi alla conoscenza di Sé.
Luigi: Certo, se sono inquinato, non sono in grado di
ricevere quello che Lui mi vuole dire di Sé.
Lui
opera per rendermi capace di ricevere quello che io desidero: conoscere Lui.
È
così che si capiscono i segni di Dio (Betlemme, Calvario eccetera...).
Si
capiscono chiedendo: "Che cosa mi dici di Te" e questo è il
"perché?" finale.
P.: Il
bambino ha due domande: chi è perchè.
Luigi: Ne ha tante domande: dove,
quando...
P.: Comunque
le due domande basilari del bambino sono la ricerca della causa prima e perché,
finalità.
Luigi: Il perché causale è dato a noi
senza di noi, è imposto.
P.: Posso
anche non tenerlo presente.
Luigi: Allora sono in colpa.
Se
tu non tieni presente la segnalazione stradale, non sei scusato, il vigile ti
fa la multa.
Dovevi
sapere.
Quindi
Dio come Creatore è dato a noi, è imposto, tu non puoi ignorarlo.
Se
tu lo ignori sei in colpa.
Se
trascuri un dato sei in colpa.
P.: Se io non
tengo presente il creatore, sono in colpa e necessariamente cerco un altra
causa relativa.
Luigi: Certo è logico.
P.: Il
concetto di peccato non implica il Pensiero di Dio?
Quindi
avevano presente Dio per il peccato ma non tenevano presente l’intenzione di
Dio.
Luigi: No.
F.: Sul piano
orizzontale conoscendo la causa hai risolto il problema, invece questo segno
nel campo spirituale non coincide.
Luigi: Questa è la scienza.
La
scienza è tutta fondata sulle cause.
Quindi
crede di sapere in quanto conosce le cause.
La
scienza è tutta fondata su cause ed effetti.
Però
abbiamo visto che la scienza sta rendendo invivibile il mondo, ci rende
impossibile la vita.
La
conoscenza della cause ci rende impossibile la vita.
Perché
noi trascuriamo Dio e riferiamo tutto al pensiero dell’io.
L’esperienza
che io faccio è sempre effetto e causa.
Ma
noi non facciamo esperienza della finalità.
Per
potere conoscere la finalità, dobbiamo avere presente la persona divina che
opera.
Perché
la finalità è sempre legata a un intenzione e l'intenzione è legata sempre a
una persona, a quello che una persona è.
È
solo dalla persona che posso conoscere la sua intenzione.
L'intenzione
mi porta alla finalità e allora se cerco la finalità in tutte le cose, ho la
vera intenzione sui segni.
F.: Ma di
fronte a una malattia bisogna trovare la causa.
Luigi: Dio curava tutti i mali predicando
il regno di Dio.
L’ha
fatto per noi.
Il
che vuole dire che solo se noi predicheremo il regno di Dio a noi stessi, prima
di tutto, noi saremo in grado di guarire i mali.
Predicando
il regno di Dio.
Invece
noi crediamo di guarire i mali, applicando la nostra scienza, le nostre
conoscenze.
E
il più delle volte noi pasticciamo.
È come
volere cambiare il semaforo rosso perché non mi fa comodo.
Se
io mi do da fare posso cambiare il semaforo rosso ma creo problemi maggiori.
I
rimedi possono diventare peggiori della malattia.
Se
avessi capito la lezione io mi sarei comportato nel modo migliore.
Anche
con le creature mi comporto bene solo se tengo presente Dio, altrimenti mi
comporto come un elefante in una cristalleria.
Noi
non ci rendiamo conto ma facciamo così.
G.: Ma se
rompo la macchina devo cercare di aggiustala, devo cercare la causa...
Luigi: Ma è tutto segno: non mettere le
mani nel motore se non sai.
Un
uomo, la nostra vita, è molto più complicata di un motore.
Se
quando rompo la macchina non devo metterci le mani se non conosco il motore.
Tanto
più non devo mettere le mani nell’opera di Dio senza conoscere Dio.
Tu
non metterci le mani se non sai come Dio opera.
Cerca
prima di tutto di capire come Dio opera.
Poi
ci metterai le mani.
O
non ce le metterai.
Tutto
è lezione di Dio.
Dio
ci insegna attraverso i guasti delle macchine o del corpo.
Prima
di tutto, sempre, devi capire.
Se
tu ti trovi con dei segnali, non metterci le mani, cerca prima di tutto di
capire il significato.
Il
significato cosa vuole dire?
Cerca
prima di tutto di capire l’intenzione di Dio.
Che
cosa Dio ti vuole dire mandandoti un certo guasto.
Conoscendo
l’intenzione di Dio, adesso vedrai che ti comporti bene.
Anzi,
il più delle volte conoscendo l’intenzione di Dio il male sparisce.
Perché
Dio ti mandava un certo segno unicamente per chiamarti alla sua intenzione.
P.: C’e’
differenza tra l’avere presente il Pensiero di Dio e avere presente l’intenzione
di Dio?
Luigi: Avere il Pensiero di Dio vuole
dire pensare a Dio.
Quando
penso a Dio devo sempre dire che è Dio che opera quello che vedo.
Perché
opera questo?
Quale
è il fine per cui opera questo?
Se
tengo presente la Persona che opera.
Altrimenti
non tengo presente la persona.
P.: M’illudo
magari di tenerla presente.
Luigi: No, se l’ho presente, non posso
fare a meno di cercare perché quella persona opera una certa cosa.
La
persona che parla mi porta a cercare il suo pensiero.
P.: Perché
allora i discepoli parlano di peccato? Il concetto di peccato è legato a Dio.
Luigi: Il concetto di peccato sta nel
non tenere presente Dio, nel non collegare con Dio.
Invece
l’uomo fa diventare peccato il rubare: “Io ho rubato quindi ho peccato”.
Io
adesso cerco di non rubare, così sono a posto e Dio mi premia.
E
allora colleghiamo il peccato con un modo di essere, col fare o non fare una
cosa.
E
a un certo momento ogni disgrazia la colleghiamo con qualche peccato presuntamente
commesso.
E
allora secondo questa logica, se tu sei amico di Dio stai bene, se non stai
bene non sei amico di Dio.
Siamo
arrivati a pensare che se guadagni tanti soldi è perché Dio ti benedice e il
poveraccio invece è maledetto da Dio.
A
un certo momento noi arriviamo a queste assurdità.
P.: Non è
cieco per la colpa di nessuno...ma non è per colpa mia.
Luigi: Lui dice che non è per colpa sua
o dei suoi genitori, punto.
Tutto
avviene perché si manifestino le opere di Dio.
L’opera
di Dio è quella di farsi conoscere.
P.: Quindi non
devo neppure giudicare me stessa e dire che è colpa mia.
Luigi: Bisogna sempre chiedere a Dio
perché Dio ci presenta un certo fatto.
K.: Bisogna
sottomettere tutto a Dio,, tutto quello che mi piace, perché tutto è di Dio.
Luigi: Ma devi anche sottomettere quello
che non ti piace.
Devi
sottomettere quello che ti piace e anche quello che non ti piace.
K.: Tutto
sottomesso, perché se non penso a lui mi faccio soggetto di altri pensieri e
desideri.
Luigi: si capisce.
Automaticamente
se tu trascuri Dio, sei tu il soggetto.
Per
questo bisogna assoggettare tutto al Pensiero di Dio.
“Date
a Dio quello che è di Dio”
Ma
tutto è di Dio.
Cerca
quindi in tutto il Pensiero di Dio, altrimenti tu attribuisci il tuo pensiero
alle cose e allora è finito.
È
proprio sottomettendo tutto al Pensiero di Dio che tu cammini spiritualmente,
Allora
c'è tutto un lavorio nella tua mente, per sottomettere tutto al Pensiero di
Dio, cioè per cercare in tutto il Pensiero di Dio, altrimenti ci fermiamo alle
nostre impressioni, ai nostri sentimenti.
La
vita spirituale sta qui, in questo volere sottomettere tutto al Pensiero di
Dio, in modo da potere dire: "Perché penso questo? Perché faccio
questo?", perché Dio è così, perché Dio è così.
Quando
tu puoi giustificare in Dio cammini con Dio e lì sei nella luce.
Altrimenti
ci fermiamo al “mi piace, non mi piace”.
La
maggior parte dei nostri giudizi sono determinati dal “mi piace, non mi piace”,
“faccio una bella figura”, “Ci guadagno di più”.
Ma
che razza di giudizi sono questi?!
È tutto
riferito solamente ai nostri sentimenti, alle nostre impressioni.
Tu
devi riferire tutto a Dio in modo da poter rispondere che fai una certa cosa “perché
Dio è così”.
Allora
quando puoi giustificarti in Dio cammini nella luce, altrimenti sei nelle
tenebre.
La
vita spirituale sta in questo dare a Dio quello che è di Dio: dare a Dio quello
che è di Dio.
- Pensieri conclusivi -
F.:
Ricordarsi il fine per cui siamo stati creati per potere accedere al perché
finale.
W.: Noi spesso
facciamo obiezioni a Dio, dimenticando che Dio è perfezione.
Z.: Se
giudico non cerco in ogni cosa il Pensiero di Dio.
O.: conoscere
la nostra cecità per approfondire la parola di Dio.
Luigi: Nella cecità c’è il vero amore
per la luce.
Quando
noi crediamo di vedere non amiamo più la luce, perché ci illudiamo di
possederla.
X.:Scontare
tutte le nostre pene e sofferenze, lasciandoci fare nell’amore di Dio,
affidarsi al suo amore.
Luigi: È Lui che ti ha creato e sa ciò
di cui veramente abbiamo bisogno.
G.: Se non
cerco il Pensiero di Dio in qualcosa, automaticamente lo rivesto del pensiero
del mio io.
M.: Dio ha
presente tutti i miei pensieri e i segni che manda sono come degli avvertimenti
prima del bombardamento.
Y.: Tenere sempre
presente il fine.
F.: Dio che
opera in tutto, opera affinchè noi lo interroghiamo sul fine.
O.: Per
capire tutto quello che mi presenta, devo unificare tutto in Lui.
E.: Vedere
Lui come Creatore di tutto...
Luigi: Non basta vedere Lui come
creatore di tutto.
Vederlo
come Creatore di tutto è un problema di giustizia.
Per
cui se non lo tengo presente faccio peccato.
Non
basta questo, devo cercare il suo Pensiero.
Cioè
sapendo che tutto è opera sua, devo cercare il mio pensiero, altrimenti sui
suoi segni infondo il mio pensiero.
Non
posso non giudicare.
P.: Solo
cercando il perché finale, questo mi libera dall’influenza dei segni.
Luigi: Altrimenti resto dominato e
schiavo dei segni.
Schiavo
quindi appassionato e anche se mi vengono a parlare di Dio non posso liberarmi
perché ho problemi più urgenti da risolvere.
E
mi ritengo pure giustificato.
Se
noi cerchiamo Dio, Dio è un principio di equilibrio per tutto.
Se
non cerchiamo Dio, tutte le cose ci turbano ci agitano e ci appassionano e
restiamo schiavi.
- Fine -