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E i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: "Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, da nascere cieco?".

Gv 9 Vs 2


Titolo: I due perché.


Argomenti:  L'uomo ama la luce. -  Perché l'uomo interroga?  - Il bisogno di unità. -   Il perché finale richiede la presenza di un essere operante.  - La diversità d'intenzione tra noi e Dio provoca l'interrogazione.  - Causa & fine. Fine & intenzione. - L'interrogazione esprime il bisogno di interrogazione dell'uomo. - Non giudicare – La morte di Cristo per noi – Dio Creatore – Verbum breviatum – Superare il pensiero dell’io – Tommaso – La vita vera – L’esperienza del negativo -


 

21/Dicembre/1986 Casa di preghiera Fossano.



- Esposizione di Luigi Bracco -


Siamo al versetto due del capitolo nono.

Qui si dice: "I suoi discepoli lo interrogarono dicendo: Maestro chi ha peccato? Lui o i suoi genitori dal nascere cieco"

Gesù stava uscendo dal tempio.

Quel tempio in cui aveva trovato opposizione, contrasto alla luce che Egli portava nel mondo.

Lui stesso dice: "Fintanto che sono nel mondo sono luce per il mondo".

Uscendo dal tempio, Gesù incontrò un uomo cieco dalla nascita.

Abbiamo visto che in questo uomo cieco c'era la significazione dell'uomo.

L'uomo autentico è povero ed è cieco, perché la vita e la luce dell'uomo è Dio.

Nel capitolo settimo, abbiamo visto la luce non accolta, non compresa.

Nel capitolo ottavo abbiamo visto la luce contestata, il conflitto con la luce.

Qui finalmente troviamo invece la luce amata.

Gesù trovò amore alla luce del cielo.

Se l'uomo è creato cieco, è perché la luce dell'uomo è Dio.

L'uomo è creato nell'amore per la luce.

L'uomo cieco ama la luce, desidera la luce, invoca la luce e la cerca con tutte le sue forze, perché capisce che l'unico vero bene gli viene dalla luce.

Ma qui, proprio di fronte a questo uomo cieco, i suoi discepoli interrogano Gesù e lo interrogano su chi ha peccato: "Lui o i suoi genitori dal nascere cieco?".

Già possiamo capire come il cieco non può avere peccato, perché se è nato cieco, non può la cecità essere conseguenza del suo peccato.

Resta il problema dei suoi genitori.

Gesù smentirà, quindi non pone in relazione la cecità dell'uomo con il peccato originale.

Noi forse lo giustificheremmo con il fatto del peccato originale.

Gesù qui no e lo vedremo in seguito.

Però c'è il fatto di questa interrogazione.

Sono discepoli di Gesù che interrogano e interrogano sul peccato, sulla colpa.

Le pagine del Vangelo non sono e non devono essere motivo di cultura.

Le pagine del Vangelo sono lezioni di vita per ognuno di noi.

Di fronte alle scene e alle parole del Vangelo, dobbiamo sempre chiederci, quale lezione, quale significato per la nostra vita personale, Dio vuole comunicare a noi.

Soprattutto dobbiamo chiederci che cosa Dio vuole fare sapere di Sé a noi in queste scene e in queste parole.

Dobbiamo anche qui chiederci il significato di questi discepoli che interrogano Gesù.

Sono discepoli di Gesù, proprio perché interrogano Gesù.

Ognuno, interrogando il proprio maestro, rivela chi è il proprio maestro.

In quanto questi discepoli interrogano Gesù circa il peccato, già rivelano una deviazione.

Questi discepoli, rivelano di non avere presente Dio.

Stanno cioè cercando la causa motivante la cecità di quest'uomo: rivelano di non avere presente Dio.

È necessario approfondire.

Prima di tutto dobbiamo chiederci perché l'uomo interroga.

Se interroga è perché è spinto ad interrogare ma, cosa è che spinge l'uomo a porre interrogazioni?

Perché l'uomo chiede perché?

L'uomo interroga per capire ma, intanto se interroga è perché sente il bisogno di capire.

E che cosa vuole capire?

Capire vuole dire giustificare.

Giustificare una cosa nell'altra, quindi vuole dire stabilire dei rapporti.

L'uomo sente il bisogno di stabilire dei rapporti.

Di fronte a due cose, l'uomo non è soddisfatto.

Ha bisogno di stabilire un rapporto tra una cosa e l'altra.

Quando noi diciamo che l'uomo sente il bisogno di stabilire un rapporto, è perché sente il bisogno di unificare, di dire che cosa è una cosa rispetto all'altra.

Tiene fermo un termine e vuole misurare l'altra cosa su quel termine lì.

Basta dire questo per capire che l'uomo è sospinto dal bisogno di unificazione.

Quello che attrae l'uomo, quello che gli fa sentire il bisogno di capire, quello che gli fa sentire il bisogno di interrogare è il bisogno di unità.

Abbiamo già visto altre volte che questo bisogno di unità è una espressione della sete di Assoluto che l'uomo porta in sé.

La sete di Assoluto dell'uomo è una testimonianza: "Voi stessi dite che io sono".

La sete di Assoluto è una testimonianza che l'uomo porta in sé l'Assoluto e questo Assoluto è uno.

L'uomo non cercherebbe l'Assoluto se non portasse già in sé l'Assoluto.

Proprio perché l'uomo porta in sé l'Assoluto e questo Assoluto è uno, l'uomo sente il bisogno di unificare tutto in questo uno.

Sente il bisogno di rapportare tutto a questo uno.

Ed è proprio per questo bisogno di rapportare tutto a questo uno, che l'uomo ha bisogno di capire.

Per cui di fronte alle cose che gli si presentano, l'uomo non si accontenta della realtà delle cose ma, va a cercare la giustificazione, il perché.

Qui questi discepoli stanno cercando la causa della cecità di quest'uomo nato cieco.

Abbiamo già osservato nelle domeniche precedenti che quando l'uomo cerca la causa fa della scienza.

Tutte le scienze sono fondate sul rapporto causa-effetto e implicitamente trascurano il fine.

L'uomo fa della scienza (conoscenza delle cause), perché riferisce tutte le cose al pensiero di se stesso.

L'uomo nel pensiero del suo io, esperimenta cause ed effetti.

Ma nel pensiero del suo io, l'uomo non esperimenta la finalità.

La finalità è l'espressione dell'intenzione di un essere che opera e solo se si ha presente l'essere che opera, si va alla ricerca del fine per cui opera.

Direi che il fine è più importante dell'opera stessa, perché è il fine che dà significato alle cose e anche alle parole.

Infatti se vogliamo intendere il parlare di qualcuno o l'operare di qualcuno, dobbiamo sempre andare alla ricerca dell'intenzione che ha quest'uno, del fine che guida quest'uomo a parlare in questo modo o a operare in quest'altro modo.

La ricerca del fine presuppone sempre la presenza di un essere operante.

Per questo dico che questi discepoli  che, stavano interrogando sul peccato, sulla colpa per cui questo uomo era cieco, davanti ai loro occhi non avevano presente Dio.

Ci sono due perché nella vita dell'uomo.

C'è il perché attraverso il quale l'uomo cerca la causa di una cosa che non può sopportare di per sé.

La cecità è un difetto, è una negatività.

Con la cecità, noi abbiamo tutte le negatività che esperimentiamo nel nostro mondo.

Anche la morte è una negatività.

Ora, le negatività, non sono sopportabili da sole.

Noi non le sopportiamo perché abbiamo presente la Positività.

La positività, abbiamo visto prima, è data dal Dio che opera tutte le cose.

Noi non sopportiamo le cose finite.

Noi non sopportiamo la molteplicità.

Noi non sopportiamo la privazione.

Noi non sopportiamo la volubilità, il cambiamento, non sopportiamo la morte.

Tutto questo ci rivela che portiamo in noi l'Assoluto, portiamo in noi l'infinito.

Non è vero che arriviamo all'infinito partendo dal finito.

È proprio perché abbiamo presente l'infinito che arriviamo al finito.

E il finito, proprio perché abbiamo presente l'infinito non lo sopportiamo.

Proprio perché noi abbiamo presente l'Assoluto non sopportiamo il relativo.

Proprio perché noi abbiamo presente l'eterno non sopportiamo il tempo.

Allora tutto il nostro domandare, tutto il nostro interrogare, è cercare di vedere l'infinito nel finito.

È cercare di vedere l'eterno nel tempo e di giustificarli.

Perché soltanto quando noi troviamo la giustificazione delle cose che passano, in ciò che non passa, finalmente lì troviamo la pace.

Quindi il punto fisso di riferimento in noi non sono le cose finite ma, è l'infinito.

Non è il tempo ma è l'eterno.

Non è il relativo ma è l'Assoluto.

Abbiamo detto che, soltanto se l'uomo supera il pensiero del proprio io e quindi ha presente Dio, interroga sopra la finalità delle cose.

Altrimenti l'uomo va alla ricerca della causa, della colpa o del peccato.

Noi ci stupiamo di fronte a questi discepoli che interrogano circa il peccato.

Ci stupiamo perché sappiamo che, subito dopo, Gesù risponderà che non c'è stato nessun peccato.

Quest'uomo non è nato cieco per la colpa di qualcuno.

Ci stupiamo perché questi discepoli, anziché interrogare di chi è la colpa, avrebbero dovuto chiedere, se avessero tenuto presente Dio, perché Dio presentava loro quell'uomo cieco.

Di fronte a tutto quello che si presenta ai nostri occhi, noi dobbiamo sempre tenere presente Dio, perché tutto è creazione di Dio.

Dio è il Creatore e se Dio è il Creatore, tutto quello che accade, è Dio che lo presenta ai nostri occhi.

E se lo presenta ai nostri occhi, lo presenta per dire a noi qualche cosa: è Parola di Dio.

Noi diciamo, di fronte alle letture della Bibbia e alle letture del Vangelo: "È Parola di Dio" ma, tutto è Parola di Dio.

Tutta la creazione è Parola di Dio.

La creazione è opera di Dio ogni giorno e ogni giorno noi dovremmo dire: "È Parola di Dio".

Di fronte a ogni fatto, a ogni avvenimento, noi dovremmo sempre dire: "È Parola di Dio".

E se è Parola di Dio, noi dovremmo sempre chiederci: "Perché?".

Ecco il "perché?".

"Perché Dio mi presenti questo?".

"Perché Dio mi fai arrivare questa parola?".

Ma questo "perché?" non è causa, questo "perché?" è il fine.

"Per quale fine, Dio mi presenti questo avvenimento?".

"Per quale fine, Dio mi dici, mi fai arrivare questa parola?".

Ora, per poter interrogare sul fine, dobbiamo avere presente l'intenzione e l'Intenzione di Dio.

Dio opera in tutto per manifestare Se Stesso.

Abbiamo detto che l'interrogazione si forma in noi, in quanto c'è una diversità, tra l'infinito e ciò che, attualmente abbiamo presente davanti ai nostri occhi.

Tra l'Assoluto e ciò che abbiamo presente davanti ai nostri occhi.

Tra l'eterno e ciò che abbiamo presente davanti ai nostri occhi.

È la diversità che provoca in noi l'interrogazione, il "perché?".

La diversità che provoca in noi l'interrogazione, nel campo dell'intenzione è questa: quando tra l'Intenzione di Dio e l'intenzione nostra c'è una diversità.

Dio opera tutto per manifestare Se Stesso, per farsi conoscere, per farsi pensare.

Quando in noi c'è una intenzione diversa da Dio, Dio opera, davanti ai nostri occhi qualcosa, per suscitare in noi l'interrogazione.

Per suscitare in noi il bisogno di vedere la cosa dal punto di vista di Dio.

Quindi per dire a noi: "Guarda che tu hai una intenzione diversa da Me".

Allora quest'interrogazione, questo perché che domina nella vita degli uomini, è il bisogno sostanziale che gli uomini hanno di vedere le cose dal punto di vista di Dio.

Vedere le cose dal punto di vista di Dio è contemplare.

Quindi il "perché?", l'interrogazione, esprime il bisogno di contemplazione da parte dell'uomo.

L'uomo è stato creato per contemplare le cose in Dio e da Dio, cioè per formare una cosa sola con Dio ed è per questo che l'uomo non sopporta tutte le cose che sono spezzate.

L'uomo non sopporta tutte le cose che sono diverse, tutte le cose che non vede in relazione a Dio, come Parole di Dio.

Qui, abbiamo trovato questi discepoli che cercano la colpa.

Quante volte noi crediamo di giustificare gli avvenimenti e i fatti, attribuendo la colpa a uno o all'altro.

È l'errore dell'uomo.

E questa è una testimonianza che l'uomo non tiene presente Dio.

È una testimonianza che l'uomo vuole giustificare le cose nel pensiero del proprio io e non assumersi la responsabilità degli avvenimenti.

Perché se l'avvenimento accade è Dio che ce lo fa giungere.

Fosse anche lontanissimo, in quanto giunge ai nostri occhi, giunge alla nostra coscienza, giunge alla nostra mente, è Dio che ce lo fa giungere.

E se Dio lo fa giungere a noi, è perché noi non siamo senza responsabilità di quel fatto.

Dio parla per rivelare a noi la diversità di intenzioni fra la sua intenzione e la nostra e quindi per far sentire a noi il bisogno di unificazione.

Il bisogno quindi di riportarci nel Pensiero di Dio, per contemplare, per osservare ogni cosa dal punto di vista di Dio.

Soltanto qui noi troviamo la luce e quindi la pace, perché siamo stati creati per questo.


- Conversazione -


E.: Il fatto positivo è che i discepoli rivolgono questa domanda a Gesù.

Luigi: Sì, si rivolgono a Gesù e quindi sono disponibili ad ascoltare Gesù.

E Gesù correggerà il tiro.

E.: Il fatto negativo è cercare la causa di un fatto che Dio pone davanti a noi senza cercarne il fine.

E questo è un difetto che accompagna tanta parte della nostra esistenza.

Perché noi nel pensiero di noi stessi facciamo molte interrogazioni a Dio.

E siamo costretti a farle nel pensiero di noi stessi.

Infatti qui chiedono chi ha peccato.

Luigi: Poi tenendo presente Dio, avrebbero dovuto capire che quel cieco era lo specchio per loro.

Dobbiamo tenere presente Dio, la creazione di Dio e io che osservo, che ricevo la creazione di Dio.

Per cui c’è sempre questo triangolo: Dio, la creazione di Dio e la mia anima, alla quale Dio sta parlando.

E.: Di fronte a qualsiasi fatto non posso non rendermi conto che Dio opera con un fine, per cui la domanda non va posta con un perché causale ma con un perché finale.

Luigi: Cioè, se io tengo presente una persona, cerco sempre l'intenzione di quella persona.

Invece se cerco la causa, vuol dire che non ho presente la persona divina che opera tutto, che è la causa di tutto.

La difficoltà sta in questo: per tenere sempre presente la persona divina, devo superare il pensiero del mio io.

Fintanto che siamo nel pensiero dell'io, il nostro "perché?" è causale: si cerca la causa, dimenticando che è Dio la causa di tutto.

Per cui c'è anche una ricerca di conoscenza che ci può portare molto lontano da Dio e che finisce con l'essere cultura, scienza, che costituisce l'orgoglio, perché come punto fisso di riferimento ha il pensiero dell'io.

Il pensiero dell'io, esperimenta cause ed effetti ma non tiene presente i fini.

Perché per potere contemplare i fini, devo avere presente la persona divina.

Per cui la vera religione non è cultura.

La vera religione non è dottrina ma,rapporto personale con Dio.

Il che richiede il superamento del pensiero del nostro io.

Se superiamo l'io e teniamo presente la persona divina, noi passiamo dal "perché?" causale, al perché finale.

Andiamo cioè sempre alla ricerca dell'Intenzione di Dio.

Per cui, come già abbiamo visto, anche qui ci sono sempre questi due mondi: uno riferito all'io e l'altro a Dio.

Ci sono due acque, come abbiamo visto nell'episodio della Samaritana.

Ci sono due nascite come abbiamo visto nell'episodio di Nicodemo.

Ci sono due pani, come nella moltiplicazione dei pani.

Ci sono due cibi: "Io ho un cibo che voi non conoscete".

Abbiamo sempre questa duplicità e così anche ci sono due perché.

C'è un perché che sorge dal pensiero del nostro io, che patisce la passione dell'Assoluto: è il perché causale.

C'è invece il perché che nasce dal Pensiero di Dio (se abbiamo superato il pensiero del nostro io) ed è il perché finale.

Questo è quello che ci conduce a contemplare le cose da Dio e ci conduce quindi alla conoscenza di Dio.

E.: Ed è quello che fa i discepoli autentici.

La ricerca della causa rivela proprio che c’è un rapporto sbagliato fra me e Dio.

Luigi: Tant’è vero che Gesù dirà che non è per colpa sua o dei genitori ma è per la maggior gloria di Dio.

Quindi è perché la conoscenza di Dio risplenda nei vostri cuori.

Dio non difetta mica di gloria, dove difetta di gloria è nel pensiero del nostro io.

Quindi quel cieco lì è per noi.

G.: Voler attribuire una colpa a qualcuno è non prendere su di sé la responsabilità.

Luigi: Soprattutto è trascurare Dio.

Dio infatti presentandoci persone, fatti e avvenimenti, ci dice sempre di non giudicare.

Giudicare vuole dire attribuire una cosa a uno.

Non attribuirla, perché è per te quella cosa.

Un giorno noi capiremo che tutte le cose che Dio ci ha presentato erano per noi.

Perché era parola di Dio personale per me.

Quindi anche la creatura, l’uomo che opera, è spettacolo per me.

Quindi è teatro per me, ma sono io lo spettatore.

Sono io che devo ricevere la lezione e la devo ricevere da Dio.

Devo superare le cause seconde e in tutte le cose devo sempre vedere Dio che opera.

“Signore me lo presenti, che cosa mi vuoi dire?”

Allora qui c’è questo rapporto: Dio e la mia anima.

G.: E resto in pace perché non mi faccio coinvolgere...

Luigi: No! Mi coinvolgono!

Mi coinvolgono perché mi rendono responsabile.

“Perché Io per te ho fatto questo, per te un mio angelo l’ho fatto diventare ubriacone, per te l’ho vestito di stracci, per te l’ho fatto diventare malato, per te l’ho fatto morire, sempre per te”.

Io nel pensiero del mio io cerco la colpa negli altri, in quanto non mi voglio coinvolgere.

“Io mi lavo le mani, io non sono responsabile mi metto fuori, quello è un delinquente”.

Ma a Dio non posso mica dire che quello è un delinquente, il delinquente allora sono io.

Allora sono io responsabile di quell’avvenimento, è Dio che me lo presenta, è per me.

Ecco a cosa mi porta il rapportare tutte le cose a Dio.

E noi dobbiamo rapportare tutte le cose a Dio, perché: “Non avere altro Dio all’infuori di Me, uno solo è il Creatore”.

Non è stato il Creatore, è il Creatore, quindi ogni giorno, tutto quello che accade è opera del Dio Creatore, quindi del Dio che sta parlando con te.

E allora cerca presso di Lui, il significato delle cose.

Se tu cerchi presso Dio il significato delle cose, tu lo rapporti con l’intenzione di Dio.

L’intenzione di Dio è Dio che vuole farsi  conoscere a me che sono in difetto, quindi m’accorgo che quel fatto è un fatto per me e allora mi sento responsabile.

Allora Cristo muore in croce ma mi dice: “Tu sei responsabile del mio sangue”.

Se noi rapportiamo le cose al Padre, noi ci rendiamo conto di come Cristo muore per me.

Per far capire a me che devo morire al mio io, a me stesso per iniziare la vita vera.

“Se siete risorti non vivete più per le cose visibili (relative al mio io) ma cercate le cose di Dio”.

Ecco lo scopo della morte del Cristo.

Soltanto morendo al pensiero del mio io, io contemplo le cose dal punto di vista di Dio, quindi cerco il fine, la finalità delle cose in Dio.

S.: Noi non riferiamo le cose a Dio.

Luigi: Noi ci mettiamo fuori, noi ci facciamo  punto fisso di riferimento assoluto e allora attribuiamo le cose a cause apparenti anziché a Dio.

Per cui: “Lì è il gatto, qui è il cane, là è l’uomo, qui è l’uomo malvagio, la società, la natura, il caso che ha fatto questo”.

No, chi ha fatto questo è Dio.

Ma allora Dio perché l’ha fatto.

Dobbiamo sempre arrivare a Dio.

Dio è il principio e Dio è il fine.

E quindi dobbiamo partire da Dio ed arrivare sempre a Dio.

Dobbiamo cercare in tutto l’intenzione di Dio.

Allora questo implica il mio io, perché Dio sta parlando con me, personalmente.

Noi sbagliamo in quanto stabiliamo sempre rapporti orizzontali tra causa e effetto.

G.: Ma all’epoca era uso comune pensare quello, che le menomazioni, gli handicap fossero effetti di peccati umani. Gesù magari è venuto anche per chiarirci queste cose.

Luigi: Sì ma quello che domina in noi, non deve essere nè tradizione, né abitudini, né ambiente.

Noi non siamo giustificati dicendo: “Io appartenevo a quell’ambiente, a quella società, a quella tradizione”.

Dio non ci giustifica mica.

Noi non siamo giustificati davanti a Dio quando diciamo: “Io ho i buoi, i campi, la moglie”.
Perché non c’è niente che mi giustifichi di tutto quello che è ambiente, di cosa esterna, perché il rapporto con Dio è interno.

G.: Ma loro non conoscevano queste cose.

Luigi: Tutte le creature si trovano di fronte a Dio Creatore.

E Dio creatore è Colui che nessuno può ignorare.

Se tu lo ignori diventi in colpa.

Quando l’uomo non tiene conto di Dio, è come se tu andando in macchina non tenessi conto della segnalazione stradale.

Non sei giustificato e la multa te la prendi o magari finisci nel fosso.

La segnalazione c’è, Dio si annuncia a tutti.

Non sei tu che hai fatto il filo d’erba, basta questo.

Il filo d’erba non lo hai fatto tu, lo ha fatto un Altro.

Allora comportati, in tutte le cose, tenendo presente l’Altro.

Non sai ancora chi sia, però sei tenuto a cercarlo.

Perché il filo d’erba, non lo hai fatto tu.

Noi non ci siamo fatti da soli, le cose non le abbiamo fatte noi, c’è un altro che opera: cerca l’altro.

Rapportiamo tutte le cose all’Altro.

Dio Creatore è un essere che nessuno può ignorare.

Se lo ignoriamo restiamo in colpa.

Quando non lo ignoriamo, vuol dire che lo teniamo presente, allora qui si forma il “perché”, ma il perché che cerca la finalità delle cose che Dio opera.

Perché Dio operi questo?

Perché Dio mi presenti questo?

È un perché che cerca il fine, perché la causa la so già: è Dio.

Dio non lo posso ignorare, Dio è il Creatore.

La Causa la so, non so il Fine.

Perché Dio fa questo?

Perché Dio a un certo momento manda suo Figlio a morire in Croce?

È quel fine lì, che se teniamo presente Dio ci implica personalmente.

È il fine che ci cambia.

La scienza non ci cambia mica.

La conoscenza delle cause e degli effetti non mi cambia mica.

È la finalità che cambia me.

Quindi Dio opera tutte le cose nella sua Intenzione, per cambiare me, se io cerco la sua intenzione.

G.: Perché vuole cambiarmi? Magari perché ho fatto qualcosa di male?

Luigi: Le cose le faccio male se tengo presente il pensiero del mio io.

Tutta la creazione, tutta la storia e tutta la vita degli uomini, si sintetizzano in Cristo che muore in croce.

Cristo che muore in croce è il Verbum breviatum, è la sintesi, quindi in Cristo che muore in croce, abbiamo la sintesi per capire il significato di tutta l’opera di Dio.

Non c’è bisogno di tanta cultura, anche la vecchietta che si ferma di fronte di fronte a un crocifisso, può ricevere tutta la sapienza del mondo.

Perché lì è la chiave di tutto.

Lì c’è il fine.

Perché Dio mi presenta suo Figlio morto in croce, crocifisso?

Per me!

Perché morendo ti dice: “Sono morto per te!”.

Perché tu pensando a te stesso, vivendo per te stesso, tu stai uccidendo Dio in te.

Questa è la lezione del Cristo che muore in Croce.

Tu stai uccidendo Dio in te.

Per cui Cristo che muore in croce, è rivelazione di quello che avviene nella mia anima nei rapporti con Dio.

Tutta la vita del Cristo è rivelazione di quello che avviene nel segreto della nostra anima con Dio.

Noi non ci rendiamo mica conto di quello che avviene nei rapporti tra la nostra anima e Dio.

Perché noi ignoriamo i nostri mali interni.

Cristo diventa lo specchio di quello che io sono nei riguardi di Dio.

Allora se cerco il perché presso Dio, ecco allora questa luce- finalità che mi cambia: “Devo morire a me stesso, devo dimenticarmi, perché io ho ucciso Dio, io porto Dio morto in me”.

Dio è morto in me, per cui io chiedo e Dio non parla, Dio per me è morto, perché?

Perché l’ho ucciso.

Perché penso a me stesso.

Allora soltanto morendo a me stesso, superando me stesso, ho la possibilità di entrare nella luce e di ritrovare Dio.

Perché Cristo muore non per dannarmi, ma muore per salvarmi.

Anche la morte di Dio, anche il silenzio di Dio, è una parola di Dio per me, per salvarmi, per la mia salvezza.

Se io capisco la lezione.

Ma devo capirla la lezione.

P.: Dio mi si presenta in ogni istante e noi non siamo nel suo Pensiero e non riusciamo ad entrare nell’amore per Dio, probabilmente perché non c’è questa passione di silenzio in noi stessi.

Luigi: Sopratutto non c’è il superamento del pensiero di noi stessi.

Noi dobbiamo sempre avere presente Dio Creatore.

È Lui che parla con me in tutto.

Lui parla appunto per dare a me la possibilità di alzare gli occhi a Lui.

Colui che parla con me, che si rende presente a me, offre a me una grazia immensa, perché noi da soli non possiamo mica dimenticarci.

La più grande tristezza dell’uomo è quella di non potersi dimenticare.

Quanti uomini non dormono, perché non riescono a dimenticarsi.

È una grazia colui che mi viene a trovare, che si rende presente a me, perchè da a me con la sua presenza e il suo parlare, la possibilità di uscire dalla mia prigione del pensiero del mio io e di fare attenzione a Lui.

E se io faccio attenzione a Lui, lui mi conduce nei suoi campi.

Adesso a noi sembra che sia sacrificio e dolore superare noi stessi, non pensare a noi stessi, ma a un certo momento diventa una liberazione enorme non pensare a noi stessi.

Uno canta da mattina a sera.

M.: Praticamente noi abbiamo davanti....

Luigi: De invece di praticamente dicessi teoricamente...

Quello che conta è il teoricamente, teoricamente vuol dire contemplando in Dio.

Arriviamo sempre al pratico ma non si tratta di fare, si tratta di contemplare.

Abbiamo visto che la meta è la contemplazione, potere guardare le cose da Dio.

Quella è teoria.

M.: Teoricamente noi abbiamo davanti a noi costantemente il Cristo ucciso da noi.

Luigi: Sì ma  questa morte del Cristo, non è per dannarmi, è per salvarmi.

É per farmi capire che fintanto che io vivrò nel pensiero del mio io, avrò sempre questa figura davanti, del Cristo morto per me.

Ma se io capisco la lezione Lui risorge.

Si fa ritrovare vivo.

Ma debbo avere capito la lezione.

Quando Tommaso, dopo che Cristo è morto: “Se io non vedo e non tocco non credo”, rivela che Lui non è morto al pensiero del suo io.

Non ha capito la lezione del suo Maestro.

E dovrà crogiolarsi per otto giorni per capirla quella lezione.

E Cristo lo fa stare lì per otto giorni senza apparirgli.

E quando appare, oramai Tommaso ha capito la lezione, non vuole più toccare.

Non ha più voluto mettere la sua mano, oramai ha capito la lezione.

Gli son voluti otto giorni a Tommaso per morire, quindi non basta che Cristo muoia.

Bisogna che capiamo la lezione.

Se capiamo la lezione superiamo il pensiero del nostro io.

Non debbo sottomettere Dio a me per credere.

Devo sottomettere me a Dio, perché Lui è il creatore e io sono la creatura.

Se cerco il perché della morte di Cristo, se capisco la lezione di Cristo morto, Lui si fa ritrovare vivo e allora mi fa capire che Lui è morto per dare a me la possibilità di risorgere, quindi per la vita: ecco che scatta l'amore.

"Perché Tu sei morto per me".

D.: Vedessimo tutte le cose nell’eterno saremmo nell’eterno.

Luigi: Sì, perché tenendo presente Dio, non possiamo no pensare all’intenzione di Dio.

Anche quando vediamo una persona operare non possiamo non chiederci quale sia la sua intenzione nell’operare.

La persona è legata all’intenzione, al fine per cui opera.

Invece quando trascuriamo Dio, non siamo più sollecitati a cercare l’intenzione di Dio.

Noi subiamo la passione di unità e proprio per questa passione di unità, noi cerchiamo di rapportare tutto in un unico pensiero, quindi nell’intenzione di Dio, se teniamo presente Dio.

Raccogliere tutto nell’unita di Dio, cioè contemplare tutte le cose da Dio.

E quello ci porta nella vita eterna.

D.: Dare valore a tutte le cose...

Luigi: È Dio che dà valore alle cose se lo tengo presente.

Perché è Dio che mi rivela il suo Pensiero.

E mi fa capire che quelle cose che Lui fa, le fa per insegnare a me qualche cosa di Sé in tutto.

Quindi per inserirmi sempre di più nella conoscenza di Lui.

Dio opera tutte le cose per farsi conoscere.

Perché la conoscenza è vita eterna, non come vita che troveremo dopo la morte.

Vita eterna, cioè vera, contrapposta alla vita fasulla che facciamo attualmente noi.

Vita eterna in quanto vita vera.

Ci sono due nascite, ci sono due pani, ci sono due acque e ci sono due vite, c’è la vita vera e la vita fasulla.

Attualmente noi vivendo solo per le cose del mondo o il nostro corpo, viviamo una vita fasulla.

Noi la chiamiamo vita ma quella non è vita.

Infatti noi, il più delle volte, ci crediamo vivi ma siamo morti dentro.

E portiamo delle angosce che non finiscono più e corriamo magari al suicidio.

Invece la vita vera è quella che viene dalla conoscenza di Dio.

T.: Noi siamo fatti per la luce e non sopportiamo le tenebre.

Luigi: E poi se lei cammina nelle tenebre cade.

T.: E se avessimo presente Dio non dovremmo più indagare sulla causa.

Luigi: Indagheremmo sul fine, perché la causa c’è già: Dio Creatore.

Però tu hai molto da indagare, perché in tutti gli avvenimenti non basta che io dica che sono voluti da Dio.

Perché quando una persona parla, tu non ti accontenti mica, tu vuoi capire il pensiero.

Se tu tieni presente Dio, tu cerchi il pensiero in quello che Dio ti presenta.

Quando tu ami una persona, tu cerchi il pensiero di quella persona.

Chi ama Dio cerca il pensiero di Dio, non si accontenta di dire che tutto è opera di Dio.

Anche i profeti dicevano: “Inutilmente voi dite che è tempio di Dio” e vi scusate con questo, dovete cercare il pensiero di Dio.

Non basta mica cantare gloria a Dio da mattina a sera, bisogna dedicare il pensiero a Dio.

Infatti nella parabola del seminatore quello che conta è porre mente alla parola.

E ponendo mente, con pazienza giunge al frutto, cioè a capire quello che ti significa la parola.

La parola è un annuncio è un mezzo, un segno, un trait d’union che arriva a noi per collegarci con il Pensiero di Dio.

Quindi c’è questo bisogno di unificare, cioè di vedere tutte le cose dal punto di vista di Dio, cioè vedere nel Pensiero di Dio.

F.: Il perché causale è quando cerchiamo la giustificazione nel pensiero dell’io…

Luigi: Siccome subiamo la passione dell’assoluto, necessariamente, per questa passione d’assoluto, noi cerchiamo di unificare tutto.

Unificare in cause il cui punto fisso di riferimento è il nostro io.

E questo ti disperde, perché noi moltiplichiamo le cause all’infinito.

F.: Mentre invece il perché finale, possiamo solo cercarlo nel Pensiero di Dio.

Luigi: Solo se tengo presente Dio creatore di tutte le cose, Dio stesso mi sollecita, per cui è grazia di Dio.

Anche cercare l’intenzione di Dio è dono di Dio.

E viene da Dio.

Se tengo presente Dio, Dio stesso mi sollecita a cercare il suo Pensiero, la sua intenzione.

Mi mette in movimento.

F.: E per fare questo non serve nessun libro:

Luigi: Non servono, è un rapporto personale con Dio.

Anche se tu imparassi tutto il Vangelo a memoria, quello non ti serve mica.

Ne fai grande cultura ma non ti avvicina a Dio.

Devi cercare che cosa Dio ti vuole dire.

Infatti chi non è attratto dal Padre, non può andare al Cristo.

Cosa è questo essere attratto?

Attratto dal desiderio di capire.

Infatti ogni Luce viene dal Padre, non dal Figlio.

Cioè il Verbo è luce nel mondo, fintanto che è nel mondo, ma a un certo momento, il Figlio, dopo avere sottomesso tutto a Sé, porta al Padre, perché la sorgente dalla Luce è il Padre.

F.: L’altro giorno dicevamo che bisogna sottomettere tutto al Figlio, quindi è anche utile fare una certa indagine scientifica.

Luigi: È utile e necessario ma in tutte le cose non fermarti alle cose, cerca sempre il Pensiero di Dio.

Cercare il Pensiero di Dio è sottomettere tutto al Pensiero di Dio e il Pensiero di Dio è Dio.

Il Pensiero di Dio poi mi porterà al Padre, per farmi conoscere il rapporto che passa tra Padre e Figlio, per inserirmi nella vita Trinitaria.

Il concetto di Spirito Santo è proprio il concetto di Padre e Figlio.

F.: Quindi è meglio non disperderci in tante cose.

Luigi: Guarda è meglio approfondire una sola cosa.

La vecchietta, magari analfabeta, è sufficiente che resti davanti al crocifisso, quindi approfondisca: “Perché sei morto per me?”, e quella cosa approfondita t’illumina su tutto.

Faccio l’esempio della montagna, d’altronde tu vai in montagna...

Il problema non è correre nella vallata a destra e sinistra per vedere una cosa e l’altra, il problema è salire in alto, più sali in alto e più vedrai tutto e capirai tutto.

Invece tu in pianura per vedere una cosa devi lasciare l’altra, corri a destra e a manca e a un certo momento perdi tutto.

Portati in alto, dall’alto, da un unico punto di vista, vedi e contempli tutto.

Non saltare da un sentiero all’altro, ma cammina su un sentiero approfondendo, perché più approfondisci e più quello t’illumina tutto, anche gli altri argomenti che non avevi capito.

A un certo momento tutto s’illumina.

F.: Quindi la tanta cultura diventa dannosa.

Luigi: Diventa dannosa, diventa un bagaglio che t’impedisce di camminare.

T.: Ma cosa vuole dire essere attratti dal Padre? È il Padre che ci attrae al Figlio.

Luigi: Tieni ben presente che il Figlio è il Pensiero di Dio.

Quindi soltanto se tengo presente Dio Creatore, quindi il Padre, questo mi conduce a cercare il Pensiero di Dio, cioè l’intenzione, il fine.

Quindi è il Padre che opera.

È Lui che attira.

Noi stessi subiamo la passione dell’assoluto.

E tutto quello che amiamo vogliamo che sia assoluto.

Perché questo?

Perché Dio attira.

Soltanto che noi cerchiamo l’assoluto in un luogo sbagliato.

L’assoluto tu lo devi cercare in Dio.

Se tu lo cerchi nelle creature, cerchi l’assoluto in un luogo sbagliato.

T.: Ma dipende da me questo?

Luigi: Dipende da te.

Se tu ti mantieni unito a Dio o se tu non ti mantieni unito a Dio.

Se ti mantieni unito a Dio la grazia è di Dio.

Quindi l’attrazione di Dio e tutto quello che avviene in positivo è tutto grazia di Dio.

Se tu non guardi a Dio, se non raccogli in Dio, la colpa è tua.

Luigi: Noi non possiamo chiederci il perché finale se non abbiamo presente Dio.

Perché il perché finale è grazia che viene da Dio.

A.: Tutto è parola di Dio per noi.

Luigi: Dio non ci abbandona mai e corregge sempre le nostre interrogazioni, facendoci passare dal perché causale a quello finale.

Lo fa dicendoci che la cronaca di ogni giorno (la torre crollata di Siloe) è un fatto per noi, personalmente per ognuno di noi.

"Perché Io vi dico che se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo", cioè se non capite il significato per voi, perirete tutti allo stesso modo.

Ecco che allora la lezione va intesa per me, perché è Parola di Dio per me.

Così la lezione di Noè e tutto quanto.

Tutto va quindi assimilato in Dio e da Dio.

Ecco la lezione di Dio come ci cambia.

Se noi vedessimo tutti gli avvenimenti che accadono nel mondo come lezione di Dio per me, pensa che cambiamento ci sarebbe in noi.

Invece se conosciessi tutte le cause sensibili degli avvenimenti dell’universo, quello non mi cambia perché io sono fuori.

Ma se invece vedo Dio che mi manda una lezione, quello si che mi cambia.

R.: Dio tutto quello che fa lo fa per rivelare Se stesso e presentandoci questo cieco ci vuole rivelare la nostra cecità.

Luigi: Nell’uomo cieco troviamo la luce amata.

E presentandomi un cieco che è specchio della mia cecità, mi porta nella luce amata.

Mentre prima avevamo la luce contestata.

R.: E noi con la nostra dispersione, obblighiamo Dio a fare dei ciechi, dei lebbrosi, dei disgraziati...

Luigi: A morire Lui stesso.

P.: Noi ci possiamo chiedere il perché finale, soltanto se abbiamo risposto al perché causale.

Luigi: Il perché causale si afferma indipendentemente da noi.

Io posso anche dire che Dio non c’è e una volta che l’ho detto, Dio continua a esserci.

Non è la parola dell’uomo che cancella la Verità.

Io quando ho urlato da mattina a sera che Dio non c’è, il suo Pensiero continua ad essere in me.

P.: Posso chiedermi il perché finale, solo se ho presente la Causa Dio Creatore.

Luigi: Solo se guardo Dio.

Perché soltanto se ho presente una persona, io cerco l’intenzione e la finalità della persona.

Se invece ho presente una causa anonima non vado a cercare l’intenzione.

P.: E proprio cercando il perché finale, trovo la vera causa, perché il fine diventa il mio movente che mi fa cercare il significato delle cose in Dio.

Luigi: Certo, diventa il movente: Abramo desiderò vedere il mio giorno, lo vide e ne tripudiò”.

Per cui il fine di Abramo è diventato il movente di Abramo.

P.: Quindi anche in Dio è lo stesso, il fine per cui Lui fa le cose, è la causa...

Luigi: Diventa il principio della nostra vita.

F.: Noi dobbiamo necessariamente giungere al positivo attraverso il negativo?

Luigi: Noi cominciamo ad apprezzare una persona, solo quando l’abbiamo persa.

Appunto perché non siamo intelligenti.

Se fossimo intelligenti non avremmo bisogno di passare attraverso l’esperienza del negativo, della perdita di una cosa.

Per cui Dio è con noi in un primo tempo della vita e tutte le cose vanno bene.

Ma non ci rendiamo mica conto che Dio è con noi.

Poi a un certo momento Dio ci fa esperimentare la sua morte, io prego e Lui non risponde più, tutto s’inaridisce, tutto diventa senza significato.

E tutto quello è ancora parola di Dio per me.

Per farmi capire cosa vuole dire: “Senza di me non potete fare niente”.

Altrimenti io mi confondo e credo di essere io a fare.

F.: La ricerca della causa noi la poniamo nel pensiero del nostro io.

Luigi: Certo, nel pensiero del nostro io noi andiamo a cercare la causa: “Se avesse fatto questo non sarebbe morto”.

E così noi ci mettiamo fuori dal regno di Dio dove regna solo Dio.

F.: Per porci il perché finale, noi dobbiamo avere superato il pensiero del nostro io.

Luigi: Non possiamo se non abbiamo presente la persona divina.

È la persona divina che mi pone l’intenzione.

La finalità è una conseguenza dell’intenzione

E l’intenzione è conseguenza di ciò che uno è.

E per pensare ciò che uno è, io devo superare, dimenticare me stesso.

Per guardare l’altro, devo superare me stesso.

Altrimenti strumentalizzo l’altro a me ed è finito.

F.: Praticamente noi che siamo nel pensiero dell’io, la domanda causale la poniamo sempre...

Luigi: Noi dobbiamo guardare Dio fin dal principio: “Io sono il Principio”, e perché lo dice?

Perché tu mi devi mettere come tuo principio, non devi partire da te stesso.

“Io sono il Principio e Io il Fine”.

Se Dio parla parla per noi.

Il che vuol dire: parti da Dio, non partire da te o dalla creazione, parti da Dio e cerca di arrivare a Dio.

Dio è il Principio e Dio è il Fine.

N.: Noi cerchiamo sempre di non essere coinvolti nelle cose, cercando sempre la colpa negli altri.

Luigi: Quando qualcosa ci va male, giriamo e giriamo fintanto che riusciamo a dare la colpa a qualcun altro.

N.: Potremmo dare anche un altro titolo all’incontro di oggi: i due principi.

Perché noi in realtà ci facciamo principio di verità e se andassimo a cercare un fine, quello ci spiazzerebbe, perché ci metterebbe di fronte alla nostra incoerenza.

Come faccio io ad essere principio e poi a chiedere quale è il  principio delle cose?

Io sono verità e poi non so la verità?

Però siamo sommamente stupidi e superficiali, perché non prevediamo che quella verità di comodo che noi ci facciamo nel pensiero del nostro io, ci spiazzerà, perché quelle cose che abbiamo rifiutato di capire nella Verità di Dio ci crolleranno addosso.

Luigi: E restiamo nella confusione.

“Ch’io non resti confuso in eterno”.

N.: Che è una confusione generale.


- Pensieri conclusivi -


N.: La salvezza dell’uomo è cercare il fine delle cose nel loro Principio.

F.: È estremamente difficile trovare il perché finale delle cose.

Luigi: Sì è molto difficile, la porta è stretta, richiede molta dedizione, molto silenzio: è un infinito!

F.: Diventa impossibile se ci disperdiamo.

Luigi: Tu pensa che una volta i padri che vivevano in un mondo tranquillissimo, fuggivano dal mondo, appunto perché la via era difficile e andavano nei deserti e noi oggi abbiamo il mondo in casa con la televisione e poi ci lamentiamo che è difficile.

Bisogna dare molto tempo a Dio.

Diamo molto tempo alle creature e alle cose ma Dio vale molto più di tutto e tutti.

Quindi è giusto dare molto più tempo a Dio che non alla Creazione.

D.: Sentirsi ciechi per scoprire la Verità.

G.: Bisogna convincersi che è Dio che opera in tutto.

Luigi: Certo, se non siamo convinti di questo non facciamo un passo.

La prima cosa è “Io sono il Creatore Dio tu, non avere altro Dio”

Questa è la pietra fondamentale.

Se non crediamo che Dio non è stato, ma è il Creatore, cioè Colui che opera attualmente in tutto, non possiamo iniziare la vita dello Spirito.

Perché la vita dello Spirito presuppone questo.

Non iniziamo la vita spirituale senza questo.

G.: Noi però non teniamo presente Dio.

Luigi: Sì, perché siamo schiavi delle abitudini: qui è la natura, là è l’uomo, lì è il gatto o il caso.

È tutto un parlare che ci porta molto lontano da Dio e crediamo di capire ma non capiamo nulla.

Fintanto che noi non vediamo le cose in Dio, noi non vediamo assolutamente niente.

K.: Bisogna dedicarci a Dio.

Luigi: È molto importante dedicare tempo a Dio.

Lui non l’ha misurato nel dedicarsi a noi.

È giusto che noi non misuriamo il tempo nel dedicarci a Lui.

P.: Bisogna uscire da questa zattera che sta affondando per salire sulla barca sicura di Dio.

Luigi: Bisogna prendersi un bel barcone.

G.: Dio è vivo e quindi non ci sono problemi.

Luigi: I problemi vengono proprio dal fatto che Dio è vivo e ti mette in tanti di quei pasticci.

G.: Sapere che è Lui che opera in tutto è un grande sollievo.

Luigi: È anche un grande impegno.

Non è che ci tolga responsabilità.

G.: Non ci sono alternative a Dio.

Luigi: Guardati un po’ attorno nel mondo se non ci sono alternative!

Guarda un po’ per che cosa vivono gli uomini.

Magari non ci fossero alternative.

X.: Bisogna credere che Dio è il Creatore di tutte le cose.

Luigi: Sì, questo è il primo passo della vita interiore.

Credere che Dio è Creataore di tutte le cose, non solo di qualcuna.

Perché proprio il credere che Dio è Creatore delle cose che noi riteniamo negative, è quello che più ci mette in movimento nella ricerca di Dio, ci impegnano maggiormente a pensare a Dio.

A.: Di fronte a tutte le cose, chiedere a Dio che cosa vuole dirmi di Lui.

S.: Devo raccogliere tutte le cose nel Pensiero di Dio e cercarne la finalità.

R.: Convincersi che Dio è il Creatore di tutte le cose.

W.: Dio fa tutto per ognuno di noi.

Luigi: Tutto accade perché in noi si compiano le opere di Dio e l’opera di Dio è farsi conoscere.

G.: I due perché corrispondono ai due punti fissi di riferimento nel nostro pensiero: Dio o Io.

H.: Dio è morto per me.

T.: Tutto quello che accade è per noi.

Luigi: Tutto quello che accade, accade per farci restare nel Pensiero di Dio, per farci pregare.

Tutto deve diventare motivo di preghiera.

Perché tutto quello che accade, accade per raccogliere ed elevare la nostra mente a Dio, quindi tutto ci serve per pregare.

Noi a torto riteniamo che per pregare bisogni andare nel tempio o col gruppo.

Tutto quello che ti accade, se tu lo ricevi da Dio e lo riporti a Dio ti fa pregare.

Diventa motivo di preghiera.

Perché se tu non lo riporti a Dio la cosa comincia ad appassionarti o preoccuparti e ti porta via a Dio.

E.: L’uomo è sostanzialmente interrogazione e bisogno di verità.

Perché questa esigenza a cui l’uomo non può rinunciare, giunga al suo compimento, l’uomo nella sua interrogazione deve sempre tenere presente la causa Dio per poter cercare il fine.

Q.: Quando la nostra intenzione non coincide con quella di Dio, Dio ci presenta qualcosa...

Luigi: Sì, qualcosa di negativo per cui questo suscita in noi una ribellione, un movimento.

H.: Dio offre all’uomo un regalo immenso, di cui l’uomo non sa che farsene.

Luigi: Si non sappiamo che farcene.

“Fintanto che mi parli di economia, sport, politica va bene ma non parlarmi di Dio!”.

P.: Nel pensiero dell’io non possiamo porci il perché finale, per cui di fronte alla contraddizione che Dio pone davanti ai miei occhi per cambiarmi, istintivamente io cerco di cambiare la scena secondo la mia intenzione sbagliata.

Noi vogliamo cambiare il negativo che Dio ci presenta e allora ingarbugliamo ancora di più la matassa.

F.: L’importanza di avere sempre presente il Fine.

Perché Dio fa tutto nel suo fine.

Luigi: Per avere presente il fine devo avere presente Dio, perché il fine viene da Dio.

 


E i suoi discepoli lo interrogarono dicendo: "Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, da nascere cieco?".

Gv 9 Vs 2


Titolo: I due perché. RIASSUNTI  - Lunedì.


Argomenti: Il bisogno di capire – Assolutizzare – L’importanza dell’intenzione – Dio ci chiama a Sé attraverso i suoi segni – La luce nel mondo – Cercare l’assoluto nel relativo – Capire o giudicare -  Coincidenza d’intenzioni – Perché causale e finale – Il peccato – Giustificare in Dio – La vita spirituale -


 

22/Dicembre/1986 Casa di preghiera Fossano.


- Interventi di Luigi sul riassunto -


Luigi: Non sentiremmo il bisogno di unità, se non avessimo già presente l’unità.

Il bisogno di capire, rivela in noi questo bisogno di unità, perché in noi c’è già l’unità.

E noi sentiamo il bisogno di raccogliere per restare uniti a quell’uno.

Per non perderlo.

Perché se io non capisco, perdo la presenza di quell’uno.

È per l’attrazione di quell’uno che io cerco di capire.

Cerco cioè di rapportare, di unificare, di giustificare le cose.

Per potere restare sempre alla presenza di quell’uno.

Altrimenti perdo il contatto con l’uno.

Luigi: Fintanto che noi non troviamo la giustificazione in Dio degli avvenimenti, le altre giustificazioni umane, non sono sufficientemente valide per farci capire le cose.

Perché le cose sono veramente capite solo in quanto sono viste in Dio e da Dio.

Luigi: Quando noi abbiamo presente una persona, noi cerchiamo sempre la finalità di quella persona.

Se non cerchiamo la finalità, vuol dire che non abbiamo presente la persona.


- Conversazione -


F.: L’uomo non sopporta il relativo, eppure nella vita quotidiana vive per il relativo, come è possibile?

Luigi: Ma no!

L’uomo non sopporta il relativo, infatti lo assolutizza.

F.: Ma noi sappiamo che il danaro o l’automobile non sono il Tutto.

Luigi: No, noi vogliamo che siano assolute.

E tutta la fatica gli uomini, è per rendere assoluto il relativo, appunto perché non lo sopportano.

Tutta la fatica e il lavoro dell’uomo, è per non lasciare passare la cosa che sta passando.

Ma guarda solo il problema della salute, è tutta una lotta contro la morte, perché?

Perché non si sopporta che il nostro corpo muoia.

E allora si fatica, si fatica e si fatica per evitare che il nostro corpo muoia.

Ma la partita è persa fin dal principio.

Guarda tutte le fatiche che un uomo fa per tener su la sua casa.

L’uomo s’accorge che se non la pensa, la casa va giù.

E allora deve rimediare, deve provvedere per tenerla su.

Altrimenti la casa si sgretola da sola.

E così è per l’automobile, così i campi, così è per la famiglia o le creature.

Ma tutto passa.

E allora gli uomini si sobbarcano fatiche immense per impedire (inutilmente) che le cose passino.

Anziché cercare il Pensiero di Dio in quelle cose, quello che Dio gli significa di Sé, loro tendono a rendere assoluto quello che sta passando, perché loro non sopportano che passi.

F.: Quindi anche se si lascia andare in quelle cose relative, è perché le assolutizza...

Luigi: Ma non si lascia andare per niente!

Si dedica ad esse perché vuole rendere assolute.

Tutta la fatica dell’uomo è per rendere assoluto quello che è relativo.

L’animale non vuole mica rendere assoluto il relativo.

Perché l’animale quando ha mangiato è tranquillo e noi no?

F.: Il fine è più importante dell’opera stessa: il cieco nato è opera di Dio, è opera di Dio il miracolo di Gesù e tutte due le opere Dio le fa in un unico fine, perché il fine di Dio è uno solo.

Il fine è più importante per chi lo riceve o anche per lo spettatore?

Luigi: Il fine è sempre la cosa più importante.

Non contano le parole che si dicono, conta sempre l’intenzione con cui si dicono.

Quello che offende è sempre l’intenzione con cui si dicono le parole, non le parole in sé.

Una parola apparentemente offensiva, detta con una intenzione d’amore non ti offende.

Quindi l’intenzione è più importante del mezzo con cui si comunica l’intenzione.

Il problema è sempre dello spettatore: non dobbiamo mai giudicare.

Il fine è più importante dei mezzi che si adoperano per manifestare il fine.

Quello che conta è sempre il pensiero.

F.: Se io fossi cieca e Dio mi guarisce, non devo accontentarmi del miracolo, devo cercare il fine.

Luigi: Se non cerchi il fine assolutizzi il dono quindi è sprecato.

L’uomo si perde in nome dei doni di Dio.

Perché non cerca l’intenzione di Dio.

P.: Ma dal tetto di casa cade acqua e io lo riparo, questo non vuol dire assolutizzare la casa.

Luigi: Non hai capito.

Assolutizza nel senso che vuole che la cosa non passi.

Se cade acqua in casa, ripari il danno perché sai che altrimenti la casa si rovina.

Allora tu rimedi, perché vuoi che la cosa stia su.

P.: Ma la riparo perché non posso dormire se mi piove in testa.

Luigi: Il problema dell’uomo è che l’uomo non sopporta che le cose passino.

Così anche la macchina, la creatura, il nostro corpo.

Tutte le cure che noi facciamo al nostro corpo, è per evitare che passi.

Perché c’è tutta questa preoccupazione?

Perché non accettiamo le cose così come sono?

Appunto perché in noi abbiamo questa passione per rendere eterne le cose che stanno passando e non vogliamo che passino.

E perché si piange quando uno muore?

Non si sopporta il fatto che prima c’era e adesso non c’è più.

Perché?

Perché è una cosa che noi non sopportiamo.

Noi vogliamo che resti sempre.

Perché siamo fatti per uno che rimane sempre.

Soltanto che il nostro problema è voler far durare eternamente, una cosa che è destinata a passare.

E la partita è persa fin dall’inizio.

Perché la cosa necessariamente passa.

Ma quello ci testimonia che noi siamo fatti per Dio.

P.: Ma questo stadio possiamo superarlo?

Luigi: Dobbiamo superarlo.

Se noi cerchiamo il significato delle cose da Dio, noi sopportiamo anche che la casa faccia acqua, sopportiamo anche la morte.

Sopportiamo le cose che passano perché le dialoghiamo tutte con Dio.

Quello che conta veramente è capire il significato.

Perché Dio mi distrugge tutte le cose, me le fa passare tutte?

Quello lo sopportiamo se lo vediamo e lo contempliamo da Dio.

Ma se non abbiamo presente Dio, noi non sopportiamo che la cosa passi.

P.: E se io ho una intenzione diversa da Dio, Dio mi presenta una situazione in modo che io capisca che mi sto allontanando da Lui...

Luigi: Fintanto che in noi non c’è  la sintonia tra l’intenzione di Dio e la nostra intenzione, Dio mi presenterà sempre delle cose che non sopporto.

P.: Ma questa è una cosa che fa spavento perché va all’infinito.

Luigi: Hai detto bene, va all’infinito, perché noi siamo fatti per l’infinito.

P.: Ma anche quello che Lui ci presenta va all’infinito.

Luigi: Tutto va all’infinito.

Tutto ci conduce all’infinito.

P.: Perché Dio continuamente mi presenta gente che soffre che ha dei problemi? Eppure sto cercando Dio.

Luigi: Sempre per farmi pregare.

Tutto è un mezzo per farmi pregare.

Tutto deve diventare motivo di preghiera.

Cioè tutto deve diventare motivo di dialogo con Dio.

Per farmi elevare la mente.

È sempre Dio che m’invita ad andare da Lui.

Per pensarlo.

Perché noi da soli non siamo capaci a pensare Dio, allora Dio mi presenta delle occasioni per pensarlo, mi sollecita.

Mi chiama.

Ma perché Dio mi chiama tante volte?

Dovrebbe essere una gioia per noi, perché mi presenta tante occasioni per andare da Lui.

P.: Però questo porta alla tristezza, perché di continuo ci presenta delle cose dolorose.

Luigi: Ma se lo vedi come opera di Dio per chiamarti alla sua Presenza, questo ti fa superare la tristezza dell’avvenimento stesso.

Il fatto di sentirsi pensati da Dio dovrebbe dominarci più che non la tristezza dell’avvenimento.

La tristezza dell’avvenimento è momentanea, per sollecitarmi ad andare da Dio.

Se Dio mi mandasse solo cose allegre e divertenti, io mi dimenticherei facilmente di Dio.

Invece i fatti tristi mi sollecitano ad andare da Lui e quando scopro che è un pensiero di Dio per me, mi sento pensato da Dio.

Noi generalmente preferiamo essere rimproverati piuttosto che essere trascurati dall’altro.

Perché nel rimprovero vedo un pensiero, un atto d’amore.

L’amore si rivela in quanto pensa all’altro.

Quindi meglio ricevere cose tristi ed essere pensati, piuttosto che sentire barzellette senza essere pensati.

G.: È necessario appunto essere sempre in dialogo con Dio.

Luigi: Per questo è necessario mettere tanto spazio di silenzio.

Ogni fatto che ci arriva, deve essere seguito da uno spazio di silenzio per raccoglierlo in Dio.

Altrimenti quello ci strazia.

Perché non possiamo sopportarlo.

G.: E a volte uno si sente veramente debole nel suo rapporto con Dio.

Luigi: Questa debolezza è un segno della presenza di Dio in noi.

Il fatto di non sopportare la nostra debolezza è una conseguenza della presenza dell’assoluto in noi.

Per cui avendo in noi la presenza dell’infinito subiamo questa passione per l’infinito.

Per cui non sopportiamo il finito.

Non siamo mai contenti nelle cose finite, nelle cose che passano.

Avere qualcosa bellissimo ma sapere di doverlo perdere è una tristezza infinita.

Appunto perché sono fatto per una cosa eterna.

G.: Molto facile è dimenticarsi di Dio, a volte dobbiamo sopportare i segni che Dio ci fa per richiamarci a Lui, ma in realtà quello è amore.

Luigi: In Dio tutti i segni si vedono come parole sue per richiamarmi, per raccogliermi nel suo Pensiero.

Qui se lo vedo come un segno, non soltanto lo sopporto ma lo amo.

E allora c’è il vero amore.

Si amano anche i nemici, perché anche i nemici si vedono come un segno di Dio per portarmi nel suo Pensiero.

Si vede tutto come segno di Dio, per portami nel suo Pensiero.

Per farmi pensare Lui.

D.: “Fintanto che sono nel mondo sono la luce del mondo” ma Lui è sempre presente.

Luigi: Perché siamo noi gli assenti.

Se Dio è presente ma io non sono con Dio, sono con le creature, con il mondo, io ho bisogno di una presenza di Dio nel mondo che m’illumini.

E allora qui ho Cristo nel mondo che m’illumina.

Dio è presente ma sono io che non sono presente a Dio.

Allora Dio per riportarmi alla sua presenza, dove c’è la vera luce, Dio viene a dialogare con me, nelle cose in cui io mi sto disperdendo.

Perché io non capisco nessun altra ragione che non sia il mondo, i corpi, la materia.

Se io incontro un bambino che passa la giornata a giocare con i birilli, devo interessarmi ai birilli per iniziare un dialogo con lui.

Il bambino, a quel punto lì, non capisce nessun altro linguaggio.

Perché lui è appassionato dei birilli.

Per dialogare con lui devo interessarmi dei birilli.

Dialogando con lui, adesso lo posso condurre dove voglio io.

Allora Dio scende a dialogare con noi, là dove noi siamo dispersi, là dove noi siamo appassionati, nei nostri interessi, nel nostro mondo.

Preso contatto con noi, ci conduce dove ci vuole condurre.

Cioè ci fa passare dal nostro mondo di tenebre, al suo mondo di luce e conoscenza.

D.: Come è possibile conciliare la fame d’assoluto dell’uomo e il suo rifiuto dell’assoluto?

Luigi: Non si conciliano affatto.

L’uomo ha fame dell’assoluto ma proietta questa fame d’assoluto sulle cose finite che sono quelle che ha presenti ai suoi occhi.

L’uomo vuole l’assoluto ma per lui la realtà è relativa.

Siccome la realtà sensibile gli sta sfuggendo dalle mani, questo gli crea un problema e lui oramai appassionato per rendere assoluto il relativo, non può cercare l’assoluto.

Perché lui è solamente interessato dal mondo sensibile.

Uno che abbia un grosso problema da risolvere non può dedicarsi a altre cose.

Il suo problema è grossissimo perché sta cercando stelle alpine in un campo di grano.

Però le sta cercando.

Fintanto che non si introduce alla conoscenza di Dio, lui si trova in un problema senza soluzione.

Perché non troverà mai stelle alpine in un campo di grano.
Quando noi cerchiamo l’assoluto nelle cose che passano, il campo di ricerca certamente è sbagliato.

L’assoluto certamente non lo troviamo.

E allora noi ci affatichiamo inutilmente per cercare di rendere assoluta una cosa che è destinata a crollare.

E che mi trascina via, perché sta passando, io non sopporto che passi a allora comincio a ingegnarmi per cercare di farla stare su ma la partita è persa in partenza.

Tutto il problema dell’uomo è cercare di far star su una cosa che sta cadendo e cadrà.

Il problema non è fare star su la cosa ma cercare di capire perché la cosa passa.

Cerca di capire che cosa Dio ti vuole dire attraverso la cosa che passa e attraverso la creatura che muore.

È una parola di Dio per te.

Il problema allora non è quello di cambiare i segni ma di capire i segni.

Il problema non è arrabbiarti perché il semaforo è rosso ma cerca di capire perché è rosso.

Comprendendo il perché lo sopporti.

Ma il problema è capire, non è quello di cambiare.

Tutte le creature praticamente sono come dei semafori rossi.

Noi cerchiamo di cambiarli, perché non ci va bene che siano rossi.

Il problema non è di cambiarli ma il problema è quello di capire.

Cerca di capire il significato di questi segni.

K.: Avere un perché causale coincide con il volere cambiare le cose.

Luigi: Sì è quello di sottrarci all’intelligenza del significato.

I discepoli stanno cercando la colpa di quella cecità.

Cercando la colpa io mi sottraggo, mi metto fuori, non assumo la responsabilità su di me di quel fatto.

Mentre io devo assumermi la responsabilità, quel fatto lì è per me.

Cioè se tengo presente Dio. dico che è Dio che me lo presenta, per me.

Allora io sono implicato in quel fatto.

“Che cosa ho fatto per cui mi sta presentando questo?”.

Vedi che tengo presente Dio.

Se non tengo presente Dio dico che quello è un delinquente, quello è un ladro, quello è un bugiardo.

Giudichiamo, attribuiamo.

Però Dio presentandoci le opere ci dice di non giudicare.

Ti ordina di non giudicare.

Perché se tu giudichi, escludi la lezione di Dio per te, attribuendone la colpa ad un altro.

E invece no, la lezione la devi prendere su di te.

Perché la lezione è per te.

Ci sei tu implicata in quel fatto.

K.: Chi cerca il perché causale non si lascia coinvolgere.

Luigi: Certo, se ne lava le mani: “Io non centro, la colpa è dell’altro”.

Oppure la colpa è della società, della natura, della politica.

No, invece tu centri perché a un certo momento Dio ti dirà che quello era per te.

E noi cosa possiamo rispondergli?

Ecco l’importanza di tenere presente Dio.

Se io tengo presente Dio, io m’accorgo che sono sempre in mezzo, coinvolto nei fatti.

Perché Dio sta parlando con me e per me.

Se non tengo presente Dio, con grande facilità scarico la responsabilità dell’avvenimento su altri.

E io mi metto allegramente fuori.

G.: Posso non giudicare e non cercare il significato...

Luigi: No, se non cerchi il significato automaticamente giudichi.

Non puoi farne a meno.

Noi non possiamo fare a meno di giudicare.

Qualunque cosa tu la giudichi.

Solo aprendo un giornale già giudichi quale articolo leggere per primo.

Ma noi facciamo una infinità di giudizi ogni giorno.

Non posso fare a meno, di fronte a qualsiasi fatto o avvenimento di attribuirgli un valore.

Quindi do un certo giudizio.

Il giudizio lo diamo sempre, non possiamo farne a meno.

E nel giudicare noi escludiamo Dio, pensiamo a noi stessi.

O.: Ma anche l’atteggiamento di commiserazione?

Luigi: Sì, è sempre un giudizio.

“Poverino” è un giudizio.

Noi crediamo di giustificarci con il sentimento, ci laviamo le mani con due lacrime: “Signore se ci fossi stato io non ti avrei messo in croce”.

Il problema è cercare di capire perché Cristo è morto in croce.

Cerca di capire perché quello è cieco, cerca di capire perché quello sta morendo.

Perché è una lezione di Dio per te.

Noi non ce ne rendiamo conto ma noi stiamo costantemente giudicando le cose che si presentano a noi.

No, non giudicare.

Cerca di capire, perché la lezione è per te, cerca di capire quello che Dio ti vuole dire.

G.: Come si fa a cercare il regno di Dio prima di tutto?

Luigi: Chi ti dice di cercare prima di tutto il regno di Dio, non ti lascia allo sbaraglio.

Perché dicendoti di cercare prima di tutto il regno di Dio ti apre una strada.

E quella strada è determinata dalle sue stesse parole.

Per cui se tu ti apri a cercare il regno di Dio prima di tutto, Lui che ti ha parlato ti insegnerà anche come.

Allora inizio a cercare quelle parole di Gesù che mi fanno capire cosa intende Gesù per regno di Dio.

“Il regno di Dio è dentro di voi” e me lo dice Lui.

Le sue parole diventano cioè un sentiero.

Allora se io non mi oriento a cercare Dio prima di tutto, le altre parole non mi servono a nulla.

Ma se io mi oriento a quel fine mi è facile seguirlo.

Quando tu vuoi andare in un paese o in una città, ti è facile poi trovare i mezzi per arrivarci.

Sapendo dove vuoi andare, anche se noi sai la strada cominci a informarti.

Ma cosa è che ti dà il desiderio di informarti?

È il fine che tu vuoi perseguire.

Quindi se tu hai come fine conoscere Dio e il suo regno, allora t’informi.

E in ogni pagina del Vangelo cerchi che cosa Lui ti dice per farti conoscere sempre di più il suo regno.

Ma se non sai dove vuoi andare, certamente sei nei pasticci.

Non hai nemmeno interesse per conoscere le strade perché non sai dove vuoi andare.

G.: Ma non è una cosa facile riuscire in questo intento.

Luigi: No, anzi è difficile.

Ma non impossibile.

Se Dio mi promette una cosa non mi prende in giro.

Quindi se ci invita a cercare una cosa, è perché Lui vuole darcela.

Se Lui vuole darcela ed è onnipotente, Lui vuole solo che io desideri quello che Lui vuole darmi.

Trova Lui i mezzi per darmi quello che io desidero ma io lo devo desiderare prima di tutto.

Lui vuole soltanto che io lo desideri.

Che io lo pensi.

Poi pensa Lui a tutto il resto.

F.: Dio opera tutto nel mondo esterno, però a causa di una nostra colpa nel pensiero.

Luigi: In quanto c’è una diversità tra l’intenzione di Dio e la mia intenzione.

Lui ha l’intenzione di farsi conoscere, io ho altre intenzioni, Dio opera per recuperare le mie altre intenzioni nella sua intenzione.

Per salvarmi.

F.: Ma allora se avessi la stessa intenzione di Dio non chiederei più nessun perché a Dio.

Luigi: Se io avessi la stessa Intenzione di Dio, non gli chiederei più il perché finale, il "perché?" rivela che c'è una diversità fra la mia e la sua intenzione.

Il "perché?" è una espressione di dislivello fra la mia e la sua intenzione.

Se invece c'è la sintonia, non c'è più il "perché?", perché tu capisci.

La coincidenza delle due intenzioni diventa luce.

La luce è data da due poli che si avvicinano: lì scatta la scintilla.

Perché ci sia la luce in me, non basta il Pensiero di Dio, bisogna che ci sia la coincidenza tra il Pensiero di Dio e il mio pensiero.

Quando c'è coincidenza scatta la luce e tu vedi, prima no.

Quando c'è la coincidenza la cosa s'illumina: capisci e vedi la presenza di Dio che ti sta parlando, presente.

P.: Che differenza c’è tra la domanda: “Dio cosa mi dici di te in questa cosa? e il perchè sulla finalità.

Luigi: Non c'è differenza tra il "perché?" finale e il chiedere: "Che cosa mi dici di Te?".

Le due cose coincidono, perché Dio in tutte le cose ci parla di Sé.

Dio opera per manifestare Se Stesso.

Dio opera per farsi conoscere, questa è la vita eterna.

E questo è l'unico fine da parte di Dio.

Io ho la stessa sua intenzione quando gli chiedo: "Cosa mi vuoi far conoscere di Te?".

P.: Quando io chiedo: “Dio cosa mi dici di Te?”, la risposta di Dio è relativa, come un mezzo per portarmi poi alla conoscenza di Sé.

Luigi: Certo,  se sono inquinato, non sono in grado di ricevere quello che Lui mi vuole dire di Sé.

Lui opera per rendermi capace di ricevere quello che io desidero: conoscere Lui.

È così che si capiscono i segni di Dio (Betlemme, Calvario eccetera...).

Si capiscono chiedendo: "Che cosa mi dici di Te" e questo è il "perché?" finale.

P.: Il bambino ha due domande: chi è perchè.

Luigi: Ne ha tante domande: dove, quando...

P.: Comunque le due domande basilari del bambino sono la ricerca della causa prima e perché, finalità.

Luigi: Il perché causale è dato a noi senza di noi, è imposto.

P.: Posso anche non tenerlo presente.

Luigi: Allora sono in colpa.

Se tu non tieni presente la segnalazione stradale, non sei scusato, il vigile ti fa la multa.

Dovevi sapere.

Quindi Dio come Creatore è dato a noi, è imposto, tu non puoi ignorarlo.

Se tu lo ignori sei in colpa.

Se trascuri un dato sei in colpa.

P.: Se io non tengo presente il creatore, sono in colpa e necessariamente cerco un altra causa relativa.

Luigi: Certo è logico.

P.: Il concetto di peccato non implica il Pensiero di Dio?

Quindi avevano presente Dio per il peccato ma non tenevano presente l’intenzione di Dio.

Luigi: No.

F.: Sul piano orizzontale conoscendo la causa hai risolto il problema, invece questo segno nel campo spirituale non coincide.

Luigi: Questa è la scienza.

La scienza è tutta fondata sulle cause.

Quindi crede di sapere in quanto conosce le cause.

La scienza è tutta fondata su cause ed effetti.

Però abbiamo visto che la scienza sta rendendo invivibile il mondo, ci rende impossibile la vita.

La conoscenza della cause ci rende impossibile la vita.

Perché noi trascuriamo Dio e riferiamo tutto al pensiero dell’io.

L’esperienza che io faccio è sempre effetto e causa.

Ma noi non facciamo esperienza della finalità.

Per potere conoscere la finalità, dobbiamo avere presente la persona divina che opera.

Perché la finalità è sempre legata a un intenzione e l'intenzione è legata sempre a una persona, a quello che una persona è.

È solo dalla persona che posso conoscere la sua intenzione.

L'intenzione mi porta alla finalità e allora se cerco la finalità in tutte le cose, ho la vera intenzione sui segni.

F.: Ma di fronte a una malattia bisogna trovare la causa.

Luigi: Dio curava tutti i mali predicando il regno di Dio.

L’ha fatto per noi.

Il che vuole dire che solo se noi predicheremo il regno di Dio a noi stessi, prima di tutto, noi saremo in grado di guarire i mali.

Predicando il regno di Dio.

Invece noi crediamo di guarire i mali, applicando la nostra scienza, le nostre conoscenze.

E il più delle volte noi pasticciamo.

È come volere cambiare il semaforo rosso perché non mi fa comodo.

Se io mi do da fare posso cambiare il semaforo rosso ma creo problemi maggiori.

I rimedi possono diventare peggiori della malattia.

Se avessi capito la lezione io mi sarei comportato nel modo migliore.

Anche con le creature mi comporto bene solo se tengo presente Dio, altrimenti mi comporto come un elefante in una cristalleria.

Noi non ci rendiamo conto ma facciamo così.

G.: Ma se rompo la macchina devo cercare di aggiustala, devo cercare la causa...

Luigi: Ma è tutto segno: non mettere le mani nel motore se non sai.

Un uomo, la nostra vita, è molto più complicata di un motore.

Se quando rompo la macchina non devo metterci le mani se non conosco il motore.

Tanto più non devo mettere le mani nell’opera di Dio senza conoscere Dio.

Tu non metterci le mani se non sai come Dio opera.

Cerca prima di tutto di capire come Dio opera.

Poi ci metterai le mani.

O non ce le metterai.

Tutto è lezione di Dio.

Dio ci insegna attraverso i guasti delle macchine o del corpo.

Prima di tutto, sempre, devi capire.

Se tu ti trovi con dei segnali, non metterci le mani, cerca prima di tutto di capire il significato.

Il significato cosa vuole dire?

Cerca prima di tutto di capire l’intenzione di Dio.

Che cosa Dio ti vuole dire mandandoti un certo guasto.

Conoscendo l’intenzione di Dio, adesso vedrai che ti comporti bene.

Anzi, il più delle volte conoscendo l’intenzione di Dio il male sparisce.

Perché Dio ti mandava un certo segno unicamente per chiamarti alla sua intenzione.

P.: C’e’ differenza tra l’avere presente il Pensiero di Dio e avere presente l’intenzione di Dio?

Luigi: Avere il Pensiero di Dio vuole dire pensare a Dio.

Quando penso a Dio devo sempre dire che è Dio che opera quello che vedo.

Perché opera questo?

Quale è il fine per cui opera questo?

Se tengo presente la Persona che opera.

Altrimenti non tengo presente la persona.

P.: M’illudo magari di tenerla presente.

Luigi: No, se l’ho presente, non posso fare a meno di cercare perché quella persona opera una certa cosa.

La persona che parla mi porta a cercare il suo pensiero.

P.: Perché allora i discepoli parlano di peccato? Il concetto di peccato è legato a Dio.

Luigi: Il concetto di peccato sta nel non tenere presente Dio, nel non collegare con Dio.

Invece l’uomo fa diventare peccato il rubare: “Io ho rubato quindi ho peccato”.

Io adesso cerco di non rubare, così sono a posto e Dio mi premia.

E allora colleghiamo il peccato con un modo di essere, col fare o non fare una cosa.

E a un certo momento ogni disgrazia la colleghiamo con qualche peccato presuntamente commesso.

E allora secondo questa logica, se tu sei amico di Dio stai bene, se non stai bene non sei amico di Dio.

Siamo arrivati a pensare che se guadagni tanti soldi è perché Dio ti benedice e il poveraccio invece è maledetto da Dio.

A un certo momento noi arriviamo a queste assurdità.

P.: Non è cieco per la colpa di nessuno...ma non è per colpa mia.

Luigi: Lui dice che non è per colpa sua o dei suoi genitori, punto.

Tutto avviene perché si manifestino le opere di Dio.

L’opera di Dio è quella di farsi conoscere.

P.: Quindi non devo neppure giudicare me stessa e dire che è colpa mia.

Luigi: Bisogna sempre chiedere a Dio perché Dio ci presenta un certo fatto.

K.: Bisogna sottomettere tutto a Dio,, tutto quello che mi piace,  perché tutto è di Dio.

Luigi: Ma devi anche sottomettere quello che non ti piace.

Devi sottomettere quello che ti piace e anche quello che non ti piace.

K.: Tutto sottomesso, perché se non penso a lui mi faccio soggetto di altri pensieri e desideri.

Luigi: si capisce.

Automaticamente se tu trascuri Dio, sei tu il soggetto.

Per questo bisogna assoggettare tutto al Pensiero di Dio.

“Date a Dio quello che è di Dio”

Ma tutto è di Dio.

Cerca quindi in tutto il Pensiero di Dio, altrimenti tu attribuisci il tuo pensiero alle cose e allora è finito.

È proprio sottomettendo tutto al Pensiero di Dio che tu cammini spiritualmente,

Allora c'è tutto un lavorio nella tua mente, per sottomettere tutto al Pensiero di Dio, cioè per cercare in tutto il Pensiero di Dio, altrimenti ci fermiamo alle nostre impressioni, ai nostri sentimenti.

La vita spirituale sta qui, in questo volere sottomettere tutto al Pensiero di Dio, in modo da potere dire: "Perché penso questo? Perché faccio questo?", perché Dio è così, perché Dio è così.

Quando tu puoi giustificare in Dio cammini con Dio e lì sei nella luce.

Altrimenti ci fermiamo al “mi piace, non mi piace”.

La maggior parte dei nostri giudizi sono determinati dal “mi piace, non mi piace”, “faccio una bella figura”, “Ci guadagno di più”.

Ma che razza di giudizi sono questi?!

È tutto riferito solamente ai nostri sentimenti, alle nostre impressioni.

Tu devi riferire tutto a Dio in modo da poter rispondere che fai una certa cosa “perché Dio è così”.

Allora quando puoi giustificarti in Dio cammini nella luce, altrimenti sei nelle tenebre.

La vita spirituale sta in questo dare a Dio quello che è di Dio: dare a Dio quello che è di Dio.


- Pensieri conclusivi -


F.: Ricordarsi il fine per cui siamo stati creati per potere accedere al perché finale.

W.: Noi spesso facciamo obiezioni a Dio, dimenticando che Dio è perfezione.

Z.: Se giudico non cerco in ogni cosa il Pensiero di Dio.

O.: conoscere la nostra cecità per approfondire la parola di Dio.

Luigi: Nella cecità c’è il vero amore per la luce.

Quando noi crediamo di vedere non amiamo più la luce, perché ci illudiamo di possederla.

X.:Scontare tutte le nostre pene e sofferenze, lasciandoci fare nell’amore di Dio, affidarsi al suo amore.

Luigi: È Lui che ti ha creato e sa ciò di cui veramente abbiamo bisogno.

G.: Se non cerco il Pensiero di Dio in qualcosa, automaticamente lo rivesto del pensiero del mio io.

M.: Dio ha presente tutti i miei pensieri e i segni che manda sono come degli avvertimenti prima del bombardamento.

Y.: Tenere sempre presente il fine.

F.: Dio che opera in tutto, opera affinchè noi lo interroghiamo sul fine.

O.: Per capire tutto quello che mi presenta, devo unificare tutto in Lui.

E.: Vedere Lui come Creatore di tutto...

Luigi: Non basta vedere Lui come creatore di tutto.

Vederlo come Creatore di tutto è un problema di giustizia.

Per cui se non lo tengo presente faccio peccato.

Non basta questo, devo cercare il suo Pensiero.

Cioè sapendo che tutto è opera sua, devo cercare il mio pensiero, altrimenti sui suoi segni infondo il mio pensiero.

Non posso non giudicare.

P.: Solo cercando il perché finale, questo mi libera dall’influenza dei segni.

Luigi: Altrimenti resto dominato e schiavo dei segni.

Schiavo quindi appassionato e anche se mi vengono a parlare di Dio non posso liberarmi perché ho problemi più urgenti da risolvere.

E mi ritengo pure giustificato.

Se noi cerchiamo Dio, Dio è un principio di equilibrio per tutto.

Se non cerchiamo Dio, tutte le cose ci turbano ci agitano e ci appassionano e restiamo schiavi.


- Fine -