E
passando vide un uomo cieco dalla nascita. Gv 9 Vs 1
TITOLO: Ritorno alla via maestra.
ARGOMENTI: L'uomo è cieco perché è portatore
della luce. La luce non sorge
nell'uomo senza l'uomo. La cecità dell'uomo
rivela il destino dell'uomo. Errori dell'uomo: Ritenere irraggiungibile la luce-Ritenere luce la sua esperienza.
Attingere la luce dal Principio.
14/Dicembre/1986 Casa di
preghiera Fossano
- Esposizione di Luigi Bracco -
Nel Versetto uno troviamo che Gesù
passando vide un uomo cieco dalla nascita.
Dopo tutto quello che è avvenuto
nel capitolo ottavo, viene spontaneo dire finalmente.
Finalmente Gesù vide un uomo
cieco dalla nascita.
Era stato con uomini finora che
vedevano, uomini autorevoli, uomini che sapevano di sapere.
Ed abbiamo visto come è andata a
finire.
Per questo dico finalmente.
Penso al sollievo che Gesù deve
aver provato nell'incontrare questo cieco, dopo quell'incontro in cui i farisei
prendono le pietre per scagliarle contro di Lui.
Dico il sollievo che deve aver
provato nell'incontrarsi con un uomo cieco dalla nascita.
Vedremo che forse è l'unica figura
nel Vangelo in cui Gesù opera un miracolo senza essere sollecitato, senza
chiedere nulla.
Già questo ci fa pensare il grande
sollievo che Gesù deve aver provato.
Il capitolo sette è stato svolto
tutto all'insegna della luce non compresa.
La conclusione fu che ciascuno se
ne tornò a casa sua, per indicare che, quando la luce non è capita l'uomo non
cambia.
Il capitolo otto è stato invece
tutto all'insegna della luce contestata e quando la luce è contestata si arriva
al conflitto, conflitto di pensieri, conflitto nel cielo e la conclusione è il
tempio vuoto, il tempio deserto, la casa vuota, le cose senza significato,
senza spirito, la vita stessa senza significato, senza senso e quindi
invivibile.
Ed è stata la conclusione di
uomini che sanno.
C'è questo rischio.
L'uomo vivendo fa delle esperienze
e queste esperienze per lui diventano una realtà che il più delle volte viene
portata in opposizione alle Parole di Dio, alla realtà di Dio, di qui nasce il
conflitto.
L'uomo vivendo non può far altro
che fare delle scelte e facendo delle scelte si orienta a dei fini e noi
abbiamo visto che il fine è quello che caratterizza l'uomo.
Ma quando il fine non è Dio è fatale
che proprio quest'altro fine porti l'uomo in opposizione, in conflitto verso
Dio.
Ora che l'uomo sia in conflitto in
opposizione a Dio, questo non vuol dire che cancelli la verità di Dio dal suo
cuore dalla sua anima, però esperimenta l'assenza di Dio.
Abbiamo l'assenza dal tempio e
ogni uomo è il tempio di Dio.
Il conflitto con Dio si verifica
quando l'uomo vive per dei fini diversi da Dio
L'uomo non può ignorare Dio, però
se è in conflitto con Dio viene a esperimentare l'assenza, il silenzio, il vuoto
di Dio.
Ora nell'esperienza del vuoto,
dell'assenza l'uomo si rende il mondo invivibile e la vita stessa invivibile.
Abbiamo visto che quello che
costituisce l'esperienza dell'uomo è la scienza e la conclusione delle scienze
è l'invivibilità del mondo e quindi l'impossibilità di trovare un luogo per la
vita.
Invece la vita dell'uomo, la
salvezza dell'uomo non viene certamente dalla scienza.
Le scienze non possono salvare né
il mondo, né l’uomo e tutto ciò che l'uomo esperimenta non può salvare né il mondo
né l'uomo.
La salvezza del mondo, la salvezza
dell'uomo viene dalla conoscenza di Dio.
Solo che di fronte alla conoscenza
di Dio l'uomo si accorge di essere cieco, ecco perché dico che Gesù deve aver
provato questo sollievo trovandosi con un uomo cieco.
Perché quando l'uomo vede e nel
mondo l'uomo vede, fa valere le sue esperienze, crede di sapere e Gesù viene
sempre a trovarsi di fronte a uomini che contestano la verità di Dio, a uomini
che lanciano pietre.
Invece nell'uomo cieco dalla
nascita troviamo l'uomo vero, l'uomo autentico, l'uomo quale veramente è di
fronte a Dio.
Di fronte a Dio, l'uomo è sempre
cieco.
E nella ricerca di Dio l'uomo deve
sempre camminare più non sapendo che sapendo e deve camminare non sapendo fino
a quando non arriverà alla vita eterna, perché guai a quell'uomo che crede di
sapere, perché il fatto di sapere chiude l'uomo e lo porta a rifiutare tutto
ciò che non rientra nel suo sapere.
Gesù dice: "Se non ritornate
come bambini non potrete entrare nel regno dei cieli".
Ecco il bambino è quest’uomo cieco
che ha bisogno di luce.
Ma noi dobbiamo chiederci cosa
rappresenta questa cecità, quale è il significato di questa cecità e sopratutto
qual è la natura di questa cecità e perché l'uomo sa di essere cieco.
Quando abbiamo parlato
dell'assenza, abbiamo detto che l'uomo esperimenta l'assenza di una cosa in
quanto l'ha presente, se l'uomo non avesse presente qualche cosa non potrebbe
esperimentare l'assenza di quel qualche cosa e così anche per la cecità.
L'uomo è cieco perché è portatore della luce.
E proprio la presenza in lui di
Dio, fa toccare all'uomo la cecità perché fintanto che l'uomo non vede le cose
nella luce di Dio, tutto ciò che vede per lui è notte, è tenebra, è esperienza
di tenebra.
Allora diciamo che la cecità è
data dalla presenza di Dio nell'uomo che è la vera luce e dalla presenza dei
segni di Dio, di opere di Dio, della creazione di Dio, non vista nella sua
sorgente, non vista nella luce di Dio.
Diciamo che la cecità nell'uomo è
la conseguenza della presenza di due luci nell'uomo, la luce di Dio e la luce
delle creature.
E fintanto che le creature non
sono viste nella luce di Dio, l'uomo fa esperienza della sua cecità.
Ora abbiamo visto che l'uomo è
essenzialmente determinato dal fine per cui vive.
E non può far a meno vivendo di
fare delle scelte e quindi di eleggere dei fini, di vivere per qualche cosa.
Vivere vuol dire tendere a qualche
cosa.
Ora questa scelta non può avvenire
senza l'uomo perché è l'uomo che fa.
Il conflitto in cui è venuto a
trovarsi l'uomo con la parola stessa di Dio è stato opera dell'uomo.
L'esperienza dell'assenza di Dio è
stata opera dell'uomo, perché l'uomo ha opposto un suo dato, una sua conoscenza
alle parole stesse di Dio, quindi qui c'è l'esperienza dell'assenza, perché Dio
è sempre presente.
Abbiamo detto che la verità di Dio
è trascendente, quindi non è quello che oppone l'uomo a Dio che possa annullare
Dio, Dio non è annullabile dall'uomo, la verità di Dio nessun uomo con
tutto il suo parlare, con tutte le sue opposizioni, con tutte le sue scienze,
con tutte le sue pietre, la può annullare: Dio rimane, Dio rimane con la sua
presenza, Dio rimane come Principio di Luce, perché Dio è il Creatore ed è
trascendente tutto ciò che l'uomo dice, tutto ciò che l'uomo fa, tutto ciò che
può opporre l'uomo.
Ora
è proprio per questa presenza che l'uomo esperimenta il vuoto e l'assenza, è proprio
per questa presenza che l'uomo esperimenta la cecità finché che non vede le
cose nella luce di Dio che è la luce del principio, che è la sorgente della
luce.
Ora siccome però l'uomo è
determinato dal suo fine, questo ci fa capire che l'uomo esperimenta la cecità
fintanto che non ha Dio come fine e Dio non può averlo come fine, fintanto che
lui stesso non vuole avere Dio come fine.
Perché il fine è l'uomo che lo
pone.
Dio si concede all'uomo come
principio, si da all'uomo come principio, Dio manifesta tutta la sua creazione,
tutte le sue opere, tutti i suoi annunci che sono tutti i suoi messaggi,
tutte le sue parole indipendentemente dall'uomo ma, Dio non illumina l'uomo
senza l'uomo.
Allora la cecità dell'uomo rivela
questo grande significato, che la luce non sorge nell'uomo senza l'uomo.
E fintanto che l'uomo non
s’impegna personalmente a porre Dio come suo fine, l'uomo continuerà a navigare
nelle tenebre e nella notte e a costatare la sua cecità.
Questo
è il grande significato
dell'uomo cieco, ma questo è anche il significato della sua vocazione, la
cecità dell'uomo rivela il destino dell'uomo.
Abbiamo detto che l'uomo non
farebbe esperienza della cecità, non saprebbe di essere cieco se non avesse
presente la luce.
Ma proprio perché lui fa
esperienza di cecità questo gli testimonia e gli rivela il suo destino: l'uomo
è fatto per la luce.
Ora
però, l'uomo di fronte a questo suo destino può errare e uno degli errori più grossi è
quello di ritenere che la luce sia irraggiungibile, è questo rassegnarsi alle
tenebre.
Questo non capire che se l'uomo fa
esperienza delle tenebre, non fa esperienza delle tenebre perché deve
rassegnarsi alle tenebre, ma fa questa esperienza per capire che lui è fatto
per la luce.
L'uomo non deve rassegnarsi alla
sua notte.
Un altro degli errori è di scambiare per luce la sua
esperienza, l'abbiamo
visto nel capitolo precedente: quando noi poniamo la nostra esperienza, le
nostre scienze come luce del nostro cammino come si termina.
Se l'uomo reca con sé, ed è
testimonianza della sua stessa notte, l'indicazione del suo destino è perché
l'uomo si deve impegnare, ma l'uomo deve capire anche che non può arrivare alla
luce fintanto che lui personalmente non attinge la luce dalla sua sorgente.
Qui abbiamo la rivelazione che l'uomo ha la vocazione, il destino di giungere alla luce
ma che per giungere alla luce deve, lui personalmente attingere alla sua
sorgente, quindi ci rivela che Dio riserva la sua luce personalmente ad ogni
uomo e se lo fa restare nella notte lo fa stare perché lo voca, lo chiama a salire
presso di Lui, per attingere da Lui la luce stessa della verità.
La sorgente stessa della luce è il
Padre, ogni uomo fa esperienza della notte, della sua cecità fintanto che
personalmente non arriva ad attingere la Luce alla sorgente, al Padre.
Dico al Padre ma è meglio
precisare dal Padre, perché la Luce discende da e non discende nell'uomo senza
l'uomo, eppure non è opera dell'uomo, è opera di Dio, però la luce non discende
nell'uomo senza l'uomo.
Dio fa tutte le cose per farsi
conoscere dall'uomo, perché nella conoscenza di Dio sta la vita eterna
dell'uomo e l'uomo è chiamato alla vita eterna
Allora tutti i doni di Dio, tutti
i doni che Dio fa all'uomo, li fa per fargli capire che deve salire alla
sorgente per attingere dalla sorgente la Luce su questi doni.
Tra tutti i doni c'è anche il
Pensiero di Dio e abbiamo visto come il Pensiero di Dio che l'uomo porta con sé
(il Figlio stesso di Dio, il Cristo tra noi) tra tutti i doni c'è questo
pensiero e questo pensiero è la chiave, la porta, il passaggio per giungere al
Padre, per giungere alla sorgente.
Nessuno può arrivare ad attingere
la Luce nella sua sorgente senza il Pensiero di Dio.
Ma anche il Pensiero stesso di Dio
è notte per l'uomo che lo porta con sé, fintanto che l'uomo stesso non deduce
dal Padre il Figlio stesso di Dio.
Per cui la generazione del Figlio
dal Padre che in Dio, nell'eternità avviene senza l'uomo, nell'uomo non avviene
senza l'uomo.
L'uomo stesso, è chiamato a
partecipare a questa generazione, dalla sorgente della luce del Figlio di Dio,
cioè del Pensiero di Dio che porta in sé, perché fintanto che non partecipa
personalmente a questo, anche il Pensiero stesso di Dio che l'uomo porta
con sé è cecità.
Gesù incontrando quest'uomo cieco
dalla nascita deve aver provato un grande sollievo, perché ha trovato il
bambino, ha trovato l'uomo vero, ha trovato l'uomo che finalmente può aprirsi
alla luce.
L'uomo cieco non è più un uomo che
contesta la luce, l'uomo cieco è un uomo che può essere illuminato.
E può essere illuminato fintanto che
porta con sé questa sua cecità, fino a quel punto in cui trova la sorgente, la
sorgente stessa della Luce: il Padre, passando attraverso il Figlio che è il
Pensiero stesso di Dio.
Cioè raccogliendo tutto in Dio, ma
a questo punto capiamo che il punto di raccolta s'illumina in quanto uno deduce
dalla sorgente, dal Padre su ogni cosa e sopratutto sul Pensiero stesso di Dio
che porta con sé.
- Conversazione con Luigi -
A.:Come la malattia non è la strada normale
dell'organismo, così la cecità non è la strada normale della creatura.
L'uomo non può che riconoscersi cieco, per
arrivare alla luce è necessario amare Dio. Abbiamo visto Nicodemo.
La luce che non è stata capita è stata
motivo di divisione: ognuno è tornato alla propria casa...
Luigi: Non
sono cambiati: la luce non capita è una luce che non cambia e poi ti porta alla
luce contestata.
A.: Penso che sia peggio di prima, la luce
non capita: tornano a casa, direi più confusi di quando avevano iniziato il
dialogo con Gesù, proprio per la crisi in cui sono stati messi da Nicodemo.
Luigi: Sono
poi gli stessi che nel capitolo successivo, nel capitolo ottavo prendono poi le
pietre e contestano.
A.:Quindi la luce va amata, capita e
assimilata. Ma naturalmente perché queste attitudini arrivino a un loro
compimento, bisogna uscire dal mondo dell'esperienza, dal mondo delle nostre
conoscenze sensibili, dal mondo dei nostri schemi mentali, operativi, pratici,
cioè bisogna praticamente trascendere tutto. L'errore di questi farisei e la
lezione che danno a noi è che giudicano l'esperienza trascendente di Gesù, col
criterio e col metodo della loro esperienza e non sono in grado di capire:
vorrebbero ridurre negli schemi del tempo e dello spazio l'affermazione di Gesù
a proposito di Abramo.
Luigi: Il
non capire non è situazione di peccato.
A.: No di contestazione.
Luigi: Ecco,
perché il non capire è ancora cecità, allora quando uno è cieco ma, ha
desiderio di capire, non abbiamo il peccato.
Per
questo dico che l'uomo deve mantenersi sempre cieco, consapevolmente cieco e
quindi sopratutto impegnarsi in ciò che ancora non capisce.
Perché
Dio opera comunicando, trasferendo qualcosa sempre più intensamente alla
creatura.
Se
la creatura si ritiene sempre cieca, si impegna sempre di fronte in ciò che non
capisce.
Allora
impegnandosi in ciò che non capisce, a poco a poco, Dio la conduce sempre più
in alto, fino a trovare la sorgente della luce.
La
creatura si troverà sempre di fronte a delle cose che non capirà, fintanto che
non arriverà alla sorgente, alla sorgente dell'Assoluto, al Dio Creatore cioè
al Padre e dedurrà di lì, perché la deduzione della luce della sorgente, non
avviene senza l'uomo
Proprio
perché non avviene senza l'uomo, quello ci fa capire prima di tutto la nobiltà,
perché Dio ci chiama ad attingere la luce proprio nella sua sorgente, non ci dà
una luce riportata.
Ma
proprio per il fatto che noi siamo chiamati ad attingere la luce nella sua
sorgente, ci conduce alla cecità fintanto che non arriviamo lì.
A..: E questo non avviene se l'uomo non si
lascia condurre alla sorgente, perché l'uomo di sua iniziativa non può dire
"Adesso devo dedurre dalla sorgente".
Luigi: Ho
detto non avviene senza l'uomo ma la luce non è opera dell'uomo, eppure questa
luce non viene all'uomo senza l'uomo, quindi senza questa dedizione a ciò che
Dio gli propone.
A.: Quindi direi che questa deduzione ha un
presupposto : l'uomo deve riconoscersi cieco, questo deve essere.
Luigi: Perché
se non è cieco arriva l'opposizione, oppone la sua luce alla luce di Dio.
Allora
qui abbiamo poi una cecità colpevole, anzi addirittura arriviamo al mondo
invivibile, perché le cose senza lo spirito sono prive di significato, perdono
di significato, la nostra vita stessa diviene priva di significato, di senso e
quando la nostra vita è priva di significato, non può più essere voluta quindi
diventa insostenibile, una cosa senza significato diventa insostenibile....
A.: Quindi l'uomo è fatto per la luce, ma
perché la possa attingere, deve riconoscersi cieco e solo in quella condizione
Dio lo conduce.
Luigi: Deve
mantenersi in situazione di cecità fino alla vita eterna.
A.: Finché è condotto dalla Parola di Dio
alla sorgente, da cui deduce il Pensiero di Dio
Luigi: Perché
i figli di Dio nascono da Dio consapevolmente, quindi con partecipazione
personale, non è automatica la cosa, questa deduzione non avviene senza l'uomo,
perché c'è una partecipazione personale dell'uomo.
A.: Direi però che ci sono dei
passaggi interiori nell'uomo, dal momento in cui si riconosce cieco, è preso
dalla Parola di Dio, è condotto dalla parola attraverso passaggi di cui l'uomo
forse neppure si rende conto, ma direi che ha sempre ben presente il fine e
viene condotto alla sorgente, entrando in simbiosi.
Luigi: La
cecità approfondita rivela questo grande fatto che la luce è già in noi, perché
se la luce non fosse in noi non capiremmo di essere ciechi, come noi non
scopriremmo l'assenza di una cosa se non avessimo già presente quella cosa.
L'animale
non si accorge mica di essere cieco, cioè di non capire certe cose,
quindi noi, ci accorgiamo di essere ciechi e diciamo che tutto è
mistero, perché la luce è in noi, ma se la luce è in me perché allora non la
vedo?
A.: Sopratutto come esigenza è in me.
Luigi: È
presente!
Il
creatore è in noi!
Ma
come mai la luce è in me e io mi accorgo di essere cieco?
Qui
ti fa capire che la luce è in te ma tu non puoi essere illuminato, se non
attingi personalmente la luce alla sua sorgente.
Quindi
la tua cecità ti rivela: la presenza della luce in te e nello stesso tempo la
tua vocazione, tu devi essere chiamato ad attingere personalmente cioè a
dedurre personalmente dalla sorgente.
A.: Perché poi l'esigenza di questa luce mi
deve orientare anche all'unica vera sorgente di luce, mentre noi ci rivolgiamo
con facilità ad altre sorgenti di luce.
Luigi: Questa
è un'altra grande cosa che viene fuori, se tu sei chiamato ad attingere quindi
a partecipare.
Dunque,
la luce discende da Dio, però non discende in te senza di te.
Se
tu sei chiamato ad attingere personalmente la luce alla sua sorgente questo ti
rivela questo fatto, che Dio ti vuole far partecipe della luce come la vede
Lui, cioè ti vuole partecipare alla conoscenza come conosce Lui, perché
altrimenti non ti avrebbe chiamato alla partecipazione della generazione del
suo stesso Figlio.
Il
Figlio si dà a noi, si dà a noi perché possa essere nostro Figlio, non so se
rendo l'idea.
Perché
soltanto essendo nostro Figlio, viene veramente conosciuto da noi per quello
che è.
Quindi
il Padre dà a noi il suo Figlio, il suo Pensiero, lo dà a noi perché possa
diventare nostro, ma non diventa nostro Figlio, perché è sempre suo
Figlio.
E
non diventa nostro Figlio se noi, personalmente non partecipiamo alla
generazione del Figlio dal Padre, quindi ci chiama a conoscere il Figlio di Dio
come lo conosce Lui, cioè ci chiama a conoscere suo Figlio come lo conosce
Lui, il Padre.
A.:Intuisco.....
Luigi: Altrimenti
Lui ci avrebbe dato una luce diciamo parziale o riportata.
L'animale
ha una certa luce, altrimenti non potrebbe distinguere il suo cibo, non
potrebbe distinguere gli altri animali, non potrebbe accoppiarsi.
L'animale
ha una sua luce.
L'uomo
animale ha una sua luce eppure si conosce sempre cieco.
Evidentemente
è chiamato ad attingere a una altra luce, quella luce che lo rende cieco
fintanto che lui non attinge a quella sorgente lì.
Ma
in quanto è chiamato ad attingere alla sorgente, al Padre, lui è chiamato a
godere di quella stessa luce che ha il Padre, a conoscere Dio come Dio si
conosce.
A.: È possibile solo quando l'uomo è
portato alla contemplazione di Dio, quindi non è più in dialogo con Dio, vede
direttamente il Padre e in questo processo, in questa visione prende coscienza
della generazione.
Luigi: Quindi
partecipa personalmente, per cui conosce il Figlio di Dio come il Padre lo
conosce, è chiamato a quello.
B.:Sembra una contraddizione, prima ha
detto, l'uomo non deve rassegnarsi alla sua notte e poi ha detto che deve
mantenere la sua cecità, sembrano due cose proprio diverse.
Luigi: Certo,
certo, certo, deve mantenere la sua cecità ma non rassegnarsi alla cecità,
perché la sua cecità gli dichiara la sua vocazione.
Lui
è chiamato alla luce ma la luce però discende da-.
La
luce non è l'uomo che la fa.
La
luce discende dal Padre, però questa luce non discende nell'uomo senza l'uomo.
Il
che vuol dire che l'uomo, ad esempio non deve chiamare le creature sua luce,
perché se le chiama sua luce e vive per le creature a un certo momento lui
viene in opposizione a Dio.
In
opposizione a Dio, a un certo punto il tempio si svuota, le cose perdono
significato, la sua vita perde significato e allora lui non può più vivere e
tutto questo è conseguenza della presenza di Dio in noi.
C.: Portiamo la luce e siamo ciechi.
Luigi: Portiamo
la luce e siamo ciechi ma, proprio questa cecità ci fa capire il nostro
destino.
Siamo
chiamati a partecipare personalmente alla sorgente della luce.
Ma
se io sono chiamato a partecipare personalmente alla sorgente della luce, ad
attingere personalmente la luce alla sua sorgente, io sono chiamato a godere di
quella luce come diviene dalla sorgente stessa e fintanto che non attingo a
quella sorgente io continuo a navigare nella mia cecità.
Per
questo la mia cecità denuncia la nobiltà del destino al quale Dio mi ha
destinato creandomi.
L'uomo
nella sua notte non fa altro che dichiarare, testimoniare il suo nobilissimo
destino, l'uomo è chiamato a vedere le cose da Dio, a guardare le cose con
l'occhio di Dio, a conoscere le cose come le conosce Dio, a partecipare quindi
a quello che Dio è.
Quindi
a partecipare addirittura alla generazione del Figlio dal Padre e quindi
a vedere lo Spirito Santo.
C.: E poi quando chiama luce la sua
esperienza si chiude anche alla novità di Dio.
Luigi: Sì
perché adesso chiamando luce questa, le due luci vengono in opposizione, perché
se io capisco, conosco, quello che supera o è diverso da quello che io conosco
lo rifiuto, perché dico quello è ignorante.
Tutto
il capitolo ottavo è stato improntato a questa conflittualità, cioè alla luce
contestata, la Luce di Dio che viene contestata, contestata da che cosa?
Da
gente che crede di vedere.
Ecco
il sollievo di Gesù nel trovare finalmente uno che è invece cieco, adesso può
lavorare con questo cieco qui, è può lavorare a tal punto che non gli chiede
nemmeno se vuole guarire.
Lo
inonda di luce, non chiede nemmeno se ha fede o se non ha fede.
Vuol
dire che era talmente stufo.
C.: Quindi conviene essere
nell'atteggiamento di quel cieco.
Luigi: Si
perché soltanto l'uomo cieco può essere illuminato.
Vedremo
alla conclusione di questo capitolo:"Io sono venuto per accecare coloro
che vedono e per dare la luce a coloro che non vedono".
Vediamo
qui le sintesi del capitolo 6,7 e 8, il capitolo 7 era tutto improntato alla
luce non capita, qui è la luce contestata, adesso qui è la luce che ti inonda
l'uomo cieco.
L'uomo
di fronte a Dio è cieco.
Se
invece l'uomo ritiene che la sua realtà sia quella che lui vede e tutto quello
che lui esperimenta con il suo io (fintanto che non si pone il problema di Dio)
l'uomo crede di vedere, è sicuro, ma a un certo momento questa sua sicurezza lo
porta alla conflittualità con Dio.
Perciò
lui certe Parole di Dio non le può più sopportare.
Perché
lui ha una sua luce.
Poi
questa conflittualità qui lo porta allo svuotamento della sua casa di Dio.
Ora
dato il conflitto, Dio per lui non ha più significato.
A
questo punto qui tutte le cose perdono di significato. anche la sua stessa vita
e l'uomo a questo punto qui ha la vita invivibile.
Non
vive più perché quando una cosa perde di significato, non si può più volere, io
non posso più vivere per quella.
Quindi
abbiamo la legge del contrappasso.
Escludendo
Dio, anche la vita tu a un certo punto non la puoi più sopportare.
Siccome
Dio esiste e Dio ti ha creato, non possiamo scindere l'opera di Dio da Dio.
D'altronde
tutto mi grida che non sono io il creatore.
Quindi
non posso scindere l'opera di Dio Creatore dal fine.
Perché
Dio ha fatto questo?
Quindi
il tuo fine è Dio, quindi cerca Dio, vivi per Dio.
L'uomo
è caratterizzato dal fine.
L'uomo
finisce o di aver come fine Dio o di aver come fine le creature,
Se
l'uomo ha come fine i frammenti del mondo, allora tende a possedere le
creature, del terreno, delle case, uno stato, ma è sempre possedere qualche
cosa.
Tutte
queste cose, sono tutte cose buone ma, sono segni di Dio, sono frammenti di
Dio.
L'uomo
non deve finalizzare la sua vita a questo, queste cose devono condurmi a
cercare Dio.
C'è
una breve novella che ho letto qualche tempo fa.
C'è
il demonio che sta passeggiando con un uomo.
A
un certo momento vedono una persona davanti a loro che si china a raccogliere
qualche cosa.
Il
demonio dice all'uomo: "Ha raccolto un frammento di verità".
"E
non sei arrabbiato?" dice l'uomo al demonio?
"No
sono molto contento" risponde il demonio "Adesso lui con quel frammento
di verità si costruirà una scienza e dimenticherà Dio".
Noi
facciamo così noi nel mondo esperimentiamo dei frammenti di verità:
"Questo è buono,questo mi serve" e vivo per quello, costruisco la mia
scienza e dimentico Dio.
Vedi
il problema del fine, Dio è il fine, non costruire la tua vita, la tua scienza,
il tuo mondo sui frammenti di Dio, perché vivendo per quelli tu dimentichi Dio.
Noi
abbiamo la passione dell'Assoluto e tutto ciò che tocchiamo, tendiamo a
trasformarlo in Assoluto e viviamo tutto lì attorno e intanto dimentichiamo
Dio.
Invece
dobbiamo sapere che tutte le cose arrivano a noi per farci alzare gli occhi a
Dio, per cercare Dio.
Il
nostro fine deve essere Dio, non il mondo, non le creature, quelle sono solo
voci, voci di Dio che ci conducono a Lui, a conoscere Lui ma, Lui si conosce
soltanto nel suo pensiero: "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di
Me" dice il Figlio, cioè il suo pensiero.
Il
suo pensiero Lui ce lo ha dato, perché è un infinito, è il punto di contatto
tra tutto l'universo.
L'universo
si sintetizza nell'uomo.
Nell'uomo
c'è il punto di contatto tra l'universo che è finito e l'infinito di Dio e
questo punto di contatto dà la presenza del Pensiero di Dio in noi che è dato a
noi senza di noi.
Tutto
quello che è dato a noi senza di noi, noi non lo possiamo capire, ne subiamo le
conseguenze, (passione d'Assoluto) ma non lo possiamo capire.
Quello
è il passaggio obbligato per arrivare alla sorgente, nella sorgente, dopo
attingeremo la luce per questo Figlio che è dato a noi.
Anche
la stessa cecità mentre fa capire a noi il nostro destino, ci fa anche capire
il luogo in cui è la luce, il luogo in cui è la luce è dentro di noi, nel
Pensiero stesso di Dio che portiamo in noi.
Perché
se io chiamo luce tutte le cose che sono fuori, tutte quelle cose che sono
fuori diventano esperienza mia, quindi scienza, quindi opposizione a Dio.
Invece
la mia cecità mi conduce a capire, a scoprire, che la sorgente della luce è
dentro di me, nel mio stesso pensiero.
Il
mio pensiero è la possibilità di pensare Dio, con il Pensiero di Dio ed è lì
che trovo la luce.
Però
questa luce siccome discende dal Padre, non discende senza la partecipazione
nostra, quindi senza la dedizione nostra a questo.
D. Ma noi la verità non la troviamo mai
totalmente, poco per volta.
Luigi: Allora
non ha capito niente, o ha capito o non ha capito, i frammenti sono
segnalazioni, son per farti andare.
E.: Però i frammenti un pò di luce me la
danno, mi danno la luce per andare alla sorgente.
Luigi: Ti
segnalano la sorgente, ma tu non capiresti assolutamente quello che ti
segnalano se la sorgente non la portassi dentro di te.
Se
lei non vuole andare a una certa sorgente, tutte le segnalazioni della sorgente
non le dicono proprio niente.
Se
lei non vuole andare a Torino, tutte le segnalazioni per Torino non le dicono
proprio niente, perché lei non vuole andare a Torino.
Quindi
le segnalazioni sono valide, sono leggibili in quanto uno l'ha nella sua mente
quello che segnalano, ce l'ha, altrimenti no.
Quindi
quello che dà valore alle segnalazioni è il fine, se lo portiamo dentro di noi
altrimenti se io porto un'altro fine, io leggo tutte le segnalazioni in
funzione del mio fine, è il mio fine che mi fa leggere.
E.: Se il mio fine e Dio quindi.....
Luigi: Se
il mio fine è Dio, mi fa leggere bene, se il mio fine è diverso da Dio, mi fa
leggere "storto”, però leggo in funzione del mio fine e utilizzo la
creatura in funzione del mio fine.
Tutto
il cammino avviene per fede, e la fede è fede in quanto è passione di conoscere
Dio, altrimenti è una fede fasulla.
La
fede è proprio quest’apertura, la fede è cecità che desidera conoscere.
Noi
molte volte chiamiamo fede la rassegnazione, diciamo: "Questo è mistero,
non si può capire ma io credo", non è fede questa, la fede è cecità che
desidera capire, perché Dio ci ha dato la fede per l'orientamento.
O
la fede tende a trasformarsi in luce o altrimenti se ne va, si perde.
In
un primo tempo diventa una recitazione, diventa un vestito ma certamente non
sta più su.
La
fede è passione di illuminazione, passione di luce, passione di conoscere Dio,
allora questa passione di conoscere Dio, questa cecità che invoca, che non si
rassegna mi mantiene aperto a tutto quello che viene da Dio, cioè è una fede
che fa piangere: "Beati coloro che piangono", chi è colui che piange?
Colui
che non si rassegna.
F.: Il credere di sapere quindi ci
impedisce di vedere.
Luigi: Se
la luce mi deve venire da Dio, io devo sempre partire da una situazione di
"non so".
"Non
so" e quindi sto attento a quello che Dio mi fa arrivare e invoco, chiedo,
cerco presso Dio quella luce che mi illumini quello che Lui mi fa arrivare.
Il
Signore mi manda i segni di Sé, mi manda le sue parole, poi dice all'anima:
"Adesso tu porta a Me questa parola che io ti ho fatto arrivare, perché Io
te la illumini, perché la luce viene da Me, non illuminarla con altre
luci".
Lui
ci fa arrivare senza noi i suoi segni, la creazione, le sue parole, ma nello
stesso tempo dice: "Portale a Me, offrile a me, perché tutto quello che Io
faccio arrivare a te, senza di te non te lo illumino senza di te, cioè se non
lo porti alla mia presenza".
Ecco
perché l'opera che è richiesta all'uomo.
L'uomo
deve fare, non basta ascoltare, non basta dire Signore Signore.
L'uomo
deve fare.
Questo
fare è proprio portare la parola, che Dio gli ha fatto arrivare, alla presenza
di Dio e invocare Dio che faccia scendere la sua luce, cioè che faccia suo
quello che tu gli stai offrendo e te lo illumini.
Non
illuminarla i segni di Dio con le tue lampade, quello lo fa la scienza.
F.: Noi non sappiamo, ma le cose che Dio ci
ha già illuminato?
Luigi: Se
l'ha illuminata lei è già nella vita eterna.
Le
sue sono luci parziali per cui ritiene al livello in cui si trova di aver
capito qualcosa, ma se lei si mantiene aperta, si accorge che Dio la chiama
sempre alla novità.
O
è già nella vita eterna o se no, finché si trova in cammino lei si trova sempre
in situazione di cecità .
F.: Allora quelle luci sono solo parziali,
sono solo una parte
Luigi: Certo,
il totale è nell'inserimento della Trinità di Dio, Padre, Figlio e Spirito
Santo.
Quando
può contemplare una cosa nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo allora sì.
Lì
ha la vera luce, perché la vera luce è soltanto lì, nella sorgente.
Se
lei sa, non s’impegna più, quello che lei ha capito non la impegna più.
G.: Gesù che passa vede un cieco, Gesù che
passa nella nostra vita, è desiderabile che ci trovi ciechi.
Luigi: Guardi,
se noi ci riteniamo giusti, se ci riteniamo credenti, se crediamo di vedere, non
possiamo incontrare il Cristo, la condizione per incontrare Cristo è il
ritenersi ciechi.
Lui
non è venuto per coloro che sono giusti, per coloro che credono già di vedere,
uno che crede di vedere non ha bisogno di essere illuminato.
Lui
è venuto per i ciechi, per i peccatori, per i morti, per coloro che sanno la
loro morte, per quelli che si sono dispersi nel mondo. Allora si Lui viene, ma
l'uomo deve saperlo questo, se crede invece......
G.:Questo ritorno alla via maestra è un
invito alla conversione.
Luigi: Ritorno
alla via maestra vuol dire tornare alla cecità, la cecità è la via maestra per
arrivare a Dio, l'uomo che crede di sapere non può arrivare alla verità, la via
maestra è la cecità.
P.: E la luce l'avremo soltanto
attingendola alla sorgente, il Pensiero di Dio in noi è notte fintanto che non
l'ho dedotto dal Padre.
Luigi: Con
la partecipazione nostra, questa deduzione non avviene senza di noi.
G.: Questo vuol dire che noi possiamo
partecipare alla generazione del Figlio soltanto quando conosciamo il rapporto
tra il Figlio e il Padre, questa conoscenza del rapporto.
Luigi: No,
per favore no.
Se
il Figlio è generato dal Padre, il rapporto tra Padre e Figlio viene dopo...
G.: È lo Spirito Santo.
Luigi: Ecco
è lo Spirito Santo, ma lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, il che
presuppone che in te sia già avvenuta la conoscenza del Padre e del Figlio ma,
tu conosci il Figlio in quanto conosci il Padre, "Nessuno conosce il
Figlio se non il Padre", lì è nettissimo, lì è esclusivo.
"Nessuno
conosce il Figlio se non il Padre", non dice e un altro caso, no nessun
altro caso.
"Nessuno
conosce il Figlio se non il Padre", il che vuol dire che lei non deve
conoscere il Padre e il Figlio.
G.: E nessuno conosce il Figlio se non il
Padre, conosco il Figlio quando posso partecipare alla generazione del Figlio
dal Padre, la conoscenza è generazione?
Luigi: Soltanto
il Padre conosce il Figlio, perché?
Perché
il Padre lo genera.
Quindi
soltanto in quanto lei partecipa a questa generazione dal Padre.
Noi
siamo chiamati a conoscere il Figlio come il Padre lo conosce, cioè io posso
conoscere un certo panorama restando magari dalla valle, oppure perché gli
altri me lo narrano, ma se sono chiamato a salire sulla cima della vetta, io
sono chiamato a vedere quel panorama da quella vetta lì, per come lo si vede
dalla vetta, non più per un sentito dire di coloro che sono stati sulla vetta,
non a vedere quel panorama dalla valle.
Il
che vuol dire che se noi siamo chiamati alla luce che viene dal Padre, noi
siamo chiamati a vedere le cose come le vede il Padre, quindi non per sentito
dire, non da un punto inferiore ma da quel punto là.
La
nostra cecità rivela questo grande disegno di Dio, quindi è una grande
testimonianza la cecità che portiamo in noi. L'animale non è cieco, noi
siamo ciechi perché abbiamo davanti a noi questo destino di luce.
H.: Hai detto molto bene tutto e non c'è
niente da obbiettare, costato questo però...
Luigi: Però?
Allora hai da obbiettare.
H.:È opposizione, è una cosa che mi è scappata.
Dio fa giungere tutti alla spiaggia del non
capire, non tutti giungono alla spiaggia della coscienza di non capire.
Perché è quello che è importante, mantenere
cosciente l'esperimentare la nostra cecità che ci porta a invocare la luce,
perché tutti arriviamo al non capire.
Abbiamo un sacco di cose che non capiamo,
superficiali, le buttiamo via, le rimuoviamo, nell'inconscio lì
rimangono, creano quelle cose che abbiamo visto tante volte, le nevrosi
eccetera, noi però non ne usciamo.
Per uscirne bisogna che noi diventiamo, se
non lo siamo mai stati, coscienti di non capire, coscienti di essere ciechi,
quella è la condizione perché noi invochiamo, perché noi ci impegniamo a
cercare quella luce che ci è testimoniata proprio da quel capire di non capire;
è proprio quel bisogno di comprensione che noi portiamo in noi e che anche noi
rimuoviamo e che buttiamo giù nel grande sacco dell'inconscio e tiriamo
avanti dicendo "la verità è questa"...e ci togliamo una grossa
fetta di verità, quella che non capiamo.
Noi in nome di questa parziale verità, di
questa fetta di verità, noi escludiamo la verità vera.
È quello che mi pare che proprio la
psicologia, la psicanalisi dovrebbe arrivare a capire. Ma perché noi reprimiamo
queste cose qui? Chiederselo, non se lo chiedono mica.
Luigi: Perché
l'uomo a un certo momento è adulto e l'uomo adulto è un uomo che è mosso
dall'azione, dal possedere, non gli interessa più capire, ormai ha capito, deve
agire.
H.: Questo sì, però lo scienziato che dice:
"Io sono obbiettivo, non precludo niente, non parto da preconcetti, io
voglio vedere quale è la verità della mente dell'uomo, cosa succede nell'uomo
perché a un certo punto saltano fuori nevrosi ansie, ossessioni angosce
eccetera".
Il mondo è pieno di gente angosciata, è un
problema enorme, è la malattia che la psicanalisi non riesce a guarire, perché
guarisce la causa effetto ultimo, quando gli capita di farlo, ma non tira fuori
un ragno dal buco, non riesce a dare la soluzione.
Allora a quel punto lì, quel capire di non capire,
poi è già stato detto, Kirkebal parla del capire e del non capire, tanto
tempo prima, Cristo parla del capire e del non capire anche se indirettamente
non lo dice così come lo diciamo noi adesso, si dovrebbe arrivare a vedere
questo.
C'è una cecità assoluta proprio in chi dice
:"Io voglio vedere. Ma voglio vedere con scienza umana", non si apre
al Pensiero di Dio.
Luigi: È
l'uomo che ha trovato un frammento di verità, per la passione di Assoluto ci
costruisce una scienza sopra.
H.: Si sì ma... insomma...
Luigi: Per
questo dico che bisogna mantenere la cecità.
A.:Bisogna superarsi e andare oltre i confini
della fede.
H.: A noi che siamo convinti di certe cose
sembra impossibile che non si riesca a vedere questi limiti che ci inchiodano.
A.:Ma vedi se la scienza non si salda alla
fede, allora deve superarsi e non è più scienza.
Luigi: Il
grande problema della cecità è quello che ti fa sentire il desiderio della luce
al di sopra di tutto.
"Purché
io possa vedere", quello è il tutto per lui.
Il
bisogno proprio della luce, l'uomo che invece dice: "Ormai io ho
capito" non si pone più il problema della luce.
Per
lui si pone il problema dell'agire: "Adesso io debbo fare, io ho capito
una scienza, adesso io applico quella scienza, faccio".
Quindi
noi dobbiamo sempre essere molto all'erta quando ci accorgiamo che il nostro
agire incomincia a superare il nostro bisogno di capire, lì dobbiamo essere
molto allerta: quando ci accorgiamo che la nostra vita è molto dominata
dall'azione, dal bisogno di fare, mentre l'interesse per capire si sta
smorzando, stai attento che ti stai infilando in una strada sbagliata.
H.: No ma io penso proprio che l'uomo
quando dice: "Io sono spassionato, voglio vedere la verità" prima
dovrebbe psicanalizzare se stesso, vedere dove è che trova i pregiudizi, ma non
li vede, non è in grado di vederli, se non si affida a Dio non è in grado di
vederli.
Luigi: La
scienza non salva né l'uomo né il mondo.
H.: Non c'è altra spiegazione, se non si
affida a Dio non è in grado di vederli....Sono onesti in fondo....
A.:Onesti ma chiusi.
N.: Sono onesti, però non vedono
l'impedimento, è proprio la schiavitù che dice Cristo.
M.:Questo frammento di verità che si può
trovare per dono di Dio è appunto quello che dice Gesù: "Chi ha una luce
non è perché la metta sotto il tavolo, ma perché la metta sul lucerniere"
perché faccia luce su tutto il resto, cioè su tutta l'altra cecità è il
fiammifero da cui si parte, all'inizio illumina solo una parte di tutta
la verità.
Luigi: Guarda,
quello che illumina veramente la tua vita è la tua cecità, è questa cecità che
va messa molto in alto per illuminare tutta la tua vita, è quella, mettere la
cecità al di sopra di tutto sempre.
Non
dire mai: "Questo lo so", abbila sempre a livello di coscienza la tua
cecità, fintanto che non arrivi alla Trinità di Dio quello che ti illumina è la
cecità.
M.: Allora questa luce che va posta in alto è
la Trinità di Dio.
Luigi: È
la Trinità di Dio, ma tu capisci che nella Parola di Dio c'è la Trinità di Dio.
La
Parola di Dio non la capisci fintanto che non arrivi alla Trinità di Dio.
M.: Mi sembra di capire ma...
Luigi: C'è
chi dice: "Ho capito le beatitudini, tutto il Vangelo si sintetizza nelle
beatitudini, ho capito il Vangelo, non leggo più" è finito!
Tu
escludi tutto e quante volte ho sentito dire, ma anche da persone molto
qualificate: "Tutto il Vangelo si sintetizza nelle beatitudini”.
M.: Il Vangelo il capitolo 5-6-7 di Matteo.
Luigi: Per
cui arrivi a S.Giovanni, altro che beatitudini, devi stare tre anni su un
capitolo!
M.: Poi pensavo alle due luci che sono un po’
da paragonare ai due principi in cui l'uomo cerca di unificare, però sono in
contrasto.
Luigi: La
notte non esiste, mi spiego?
La
notte è fatta dalla luce.
Due
luci creano la zona di tenebre, è fisica eh!
Due
luci ti creano la notte, è la presenza di due luci, è l'interferenza di due
luci che ti crea la zona d'ombra.
Tu
metti due candele, a un certo punto hai una zona nera, tu metti due candele,
metti un foglio in mezzo e vedi un punto nero.
M.: Se metto un foglio in mezzo, me lo
illumina da una parte e dall'altra.
Luigi: No,
c'è il punto cieco, c'è la notte, perché la notte viene data dall'interferenza
di due luci.
M.: Oppure dalla lontananza della luce.
Luigi: Se
tu vuoi la luce devi avere una luce sola che t'illumina.
Se
tu sei illuminato da due cose c'è la notte.
Il
dubbio è dato dalla presenza di due cose, tutto lì.
L'assenza
è determinata da due presenze.
La
mancanza d'amore non esiste.
M.:Mi sta sfottendo?
Luigi: Non
ti sfotto, la mancanza d'amore non è data dal non avere amore, ma dall'avere
tanti amori.
M.: Si quindi c'è dispersione.
Luigi: È
la molteplicità d'amori che ti crea l'assenza dell'amore, mi capisci?
Non
c'è uno che non abbia amore, c'è uno che ha tanti amori e allora i tanti amori
ti creano l'assenza d'amore.
Se
c'è il Pensiero di Dio e il pensiero del mio io, io ho la notte.
Se
penso a me e penso a Dio, io ho la mancanza d'amore, e così tutto, così il
dubbio.
Infatti
tra Dio e l'io c'è sempre uno di più, tu togli l'io e a un certo momento tu ti
accorgi che conosci Dio.
N.: Il fatto che noi portiamo il Pensiero
di Dio non dovrebbe essere già luce?
Luigi: No,
il fatto che noi portiamo il Pensiero di Dio, quello forma la notte in noi.
La
nostra notte è formata in noi dalla presenza di Dio in noi.
Se
ci fosse soltanto il pensiero del nostro io e non ci fosse il Pensiero di Dio,
noi saremmo illuminati, avremmo la luce del nostro io: il cane non ha mica
problema per vedere, l'animale vede.
Se
noi fossimo soltanto animali, noi vedremmo naturalmente e non avremmo
certamente il problema di luce, per noi la realtà sarebbe quella dei nostri
bisogni, delle creature come si presentano, una cosa e l'altra, la caccia, la
lotta e tutto quello che si vuole ma noi vedremmo.
Noi
sentiamo il problema della luce, quindi scopriamo la cecità, proprio perché
portiamo in noi la presenza di Dio, è la presenza di Dio che forma in noi la
notte.
Fintanto
che noi non attingiamo personalmente la luce da Dio, noi esperimentiamo la cecità,
questa cecità ti può portare anche alla morte eterna.
Perciò
bisogna sottomettere tutto a Dio Fine.
Sottomettendo
la cosa s’illumina, ma devo mettere Dio al di sopra di tutto, allora Dio
m'illumina.
Dio
presente in noi senza di noi è motivo di notte.
Colui
che ti crea senza di te e che forma la tua notte, non t'illumina senza di te.
Il
che vuol dire che se io non salgo a Dio, non riporto le cose a Dio, non
le raccolgo in Dio, io resto nella mia notte.
Dio
non m’illumina senza di me, cosa vuol dire quel senza di me?
Se
io non riporto a Dio quello che Dio mi fa arrivare.
Quindi
tutte le cose che Dio ti fa arrivare, accoglile da Dio, ma non basta, riportale
a Dio, perché se non le riporti non restano illuminate e ti lasciano nella
notte.
O.: Il fatto di essere ciechi è una
grazia...
Luigi: È
una disgrazia invece il vedere, il credere di vedere.
O.: Però è un dono e quindi è un regalo in
più affinché noi possiamo invocarlo.
Luigi: Sì
possiamo invocare la luce, perché l'uomo cieco è uno che invoca.
Uno
invece che vede non invoca, quindi il poter invocare la luce, chiedere la luce,
il poter pregare, il poter piangere e dire: "Signore aiutami a
capire", questa è grazia.
Noi
non potremmo chiedere la luce se la luce non arrivasse a noi, quindi è grazia e
arrivando a noi si fa desiderare: "Signore dammi un briciolo di luce
perché non capisco niente".
"Ma
come non capisci niente? Vedi tutto il mondo attorno a te, guarda la natura,
guarda le creature, guarda gli uomini che parlano e dici che non capisci
niente?" "
"Signore
io non capisco niente perché vedo gli uomini, vedo gli alberi però non so cosa
mi significano, perché ci sono? Cosa ci stanno a fare?"
Cioè
rapportato a Dio, non capisco niente del Pensiero di Dio, ho bisogno di questo,
lì è la nostra pace.
P.: Già il fatto di vedere di vedere questa
cecità è grazia di Dio.
Luigi: Dobbiamo
ringraziare Dio che ci fa toccare con mano la nostra cecità, ma non dobbiamo
rassegnarci alla nostra cecità.
P.:No, no e neanche avere scrupoli di
cuore.
Luigi: Neanche
avere scrupoli, no niente scrupoli, siamo inondati di grazia di Dio, uno è
amato da Dio, è Dio che ti chiama, nella tua cecità è Dio che ti sta chiamando
alla luce.
Chi
ti rende cosciente di essere cieco è proprio la fede in Dio.
Se
io dimentico Dio, trascuro Dio non mi accorgo mica di essere cieco.
Vedo
con gli occhi, quella è la mia realtà.
"Dio?
Si vedrà poi quando moriremo, la realtà è questa".
Quando
uno dice che la realtà è quella che vede con gli occhi cosa gli vai a
raccontare?
Lui
dice "Io ci vedo, che bisogno ho di vedere? Sono soddisfatto", è
quando comincia a pensare a Dio che incomincia ad accorgersi che è nella
nebbia.
Perché
con Dio non capisco più niente, perché fintanto che dico: "Vedi
quell'albero? Si capisco cosa è un albero"-"Capisci cosa Dio ti
significa nell'albero di Sé?"
Non
capisco più niente!
È il
Pensiero di Dio che mi fa capire che non capisco, perché rapportato a me
l'albero è naturale, capisco cosa è una pietra, un elefante.
So cosa è
un elefante ma se è Dio che mi presenta l'elefante cosa mi vuol comunicare?
Dio parla
solo di Sé, cosa mi dice di Sé nell'elefante, nell'albero, nella formica?
Qui
esperimento la notte.
Signore io
so che Tu parli a me, cosa mi vuoi dire?
Attraverso
l'elefante, la formica, l'albero?
Ma non
capisco che cosa tu mi vuoi significare di Te e capisco che fintanto che non
arrivo a capire la tua intenzione, che cosa Tu mi vuoi dire di Te, io sono
inquieto, insoddisfatto.
Ora tutto
quello che noi crediamo di vedere, la realtà naturale, per oggi magari ci
soddisfa, perché diciamo: "È così" ma presto cambia e come cambia noi
non la sopportiamo più.
"Perché
questo qui è cambiato?","Perché questo prima era cosà e adesso è
così?".
E siamo
inquieti, ed è Dio che ci butta nella notte.
Per cui
noi crediamo di vedere e a un certo momento non capiamo più niente:"Non
capisco più niente, perché prima era così e adesso tutto è cambiato, non
capisco più niente".
È Dio che
ci butta nella notte per metterci in movimento, perché tu eri tranquillo nella
tua luce, ma vedi che è sempre opera di Dio.
Q.: Ma questo capire di essere ciechi mi sembra abbastanza facile.
Luigi: Non è mica tanto facile, perché tutti
gli uomini credono di sapere, ognuno ha una sua esperienza da far valere.
Il bambino
forse ma l'uomo adulto ha voglia.
Ognuno ha
la sua scienza, perché ognuno ha fatto le sue esperienze e in base alle sue
esperienze valuta.
Quando uno
è malato lei, si accorgerà che tutti danno dei consigli, a un certo
momento ci bombardano di tante di quelle cose: "Mangia questo, mangia
quello,vedrai che guarisci".
Ognuno ha
una sua scienza, anche i medici e ognuno ha la sua sapienza, il gran guaio è
lì, è troppa la gente che sa.
R.: Se però uno cerca il significato presso Dio o se cerca di pensare e
capire chi è Dio.
Luigi: Ecco è appunto Dio che ci rende
ciechi, per illuminarci, per liberarci dalla nostra luce.
Che poi è
notte.
Già
nell'antico testamento si diceva che presso Dio le cose si capovolgono, quello
che per gli uomini è giorno presso Dio è notte e quello che presso gli uomini è
notte presso Dio è giorno.
Per cui
magari aspettiamo il giorno di Dio e invece il giorno di Dio è una notte fonda.
S.: Il pericolo magari è di rassegnarci.
Luigi: Sì noi iniziamo a dire: "Ma
io non sono intelligente, io ho altro da fare, Dio non mi ha dotato".
Noi
crediamo di giustificarci, profondamente noi riveliamo che abbiamo altri amori,
altre fedi, altri interessi.
Noi nelle
cose che ci stanno a cuore siamo sempre intelligenti.
T.: Questa cecità agli occhi di Dio è cosa molto buona perché è un
riconoscere quello che si è.
Luigi: Per questo Gesù è stato contento
di trovare un uomo cieco dalla nascita, infatti dopo vedremo gli diranno:
"Chi ha peccato? Ma che peccato! Questo è per la Gloria di Dio!".
Altro che
peccato!
T.: Però è sconvolgente questo, perché questa cecità, che pur essendo agli
occhi di Dio cosa buona e giusta, perché è riconoscere quello che si è
veramente, agli occhi dell'uomo invece è un delitto.
Luigi: Ma tu capisci? Un cieco Dio te lo
può inondare di luce, la grande tristezza invece è vedere uno che crede di
vedere, quello non te lo può inondare di luce, bisogna aspettare che quello
diventi cieco.
T.:Però agli occhi dell'uomo è un delitto, perché è riconoscere quello che
si è
Luigi: Certo, se Dio fa dei ciechi, li fa
come specchio per farci capire che noi che crediamo di vedere siamo
spiritualmente ciechi, scopri questa cecità affinché il Signore te la illumini.
S.: Mi sembra molto importante questa cosa di essere consapevoli di essere
ciechi, perché gli altri che vedono non possono ricevere l'opera di Dio.
Luigi: No Dio una certa azione la fa: a
un certo momento ti rende cieco, ti acceca.
Per cui ti
accorgi man mano che la vita passa a un certo momento anziano dici: "Non
capisco più ...io credevo...tutte le cose sono cambiate".
Quante
volte sentiamo questi lamenti continui?
È Dio che
ti ha accecato.
Quando tu
dici: "Per me è tutto finito" perché non capisci più niente, sta
attenta che sta sorgendo la tua luce!
E
passando vide un uomo cieco dalla nascita. Gv 9 Vs 1 RIASSUNTO
TITOLO: Ritorno alla via maestra.
– Lunedì -
ARGOMENTI: L’assenza è data da due presenze –
Cercare il Pensiero di Dio nei segni – Dedurre dal Principio o da Dio Creatore
– Le ragioni degli uomini e le ragioni di Dio – Il peccato è separare da Dio –
L’errore di Einstein – La conoscenza si ha nella causa – L’esperienza - L’illusione di credere – Realtà sensibile e
spirituale – Le luci parziali – Rispettare l’iniziativa di Dio – Il pensiero
illumina le opere di una persona – Sottomettere tutto al Figlio -
15/Dicembre/1986 Casa di
preghiera Fossano
- Conversazione con Luigi -
Luigi: L’assenza è il prodotto della somma di due
ragioni.
La ragione di Dio noi non possiamo annullarla.
Le ragioni del nostro io noi le affermiamo.
E allora le ragioni nostre, sommate alla ragione di Dio, creano l’assenza.
La notte è formata dalla presenza di due luci.
E così l’assenza è formata da due presenze.
Due presenze in contrasto ti creano l’esperienza dell’assenza.
Per questo dobbiamo superare il pensiero del nostro io.
Poiché Dio non possiamo annullarlo perché è presente in noi senza di noi,
se però noi viviamo per il pensiero del nostro io, la presenza di Dio, più la
presenza del nostro io, forma in noi l’esperienza dell’assenza di Dio.
Per cui noi non possiamo negare che Dio sia presente, eppure facciamo
esperienza dell’assenza, cioè non esperimentiamo la presenza di Dio.
Questo impedimento a trovare la presenza di Dio è data dalla presenza in
noi del pensiero dell’io.
E fin quando non lo superiamo non possiamo conoscere Dio e quindi trovarne
la presenza.
Due luci contrapposte formano la notte.
F: Nel campo fisico sembra che due luci
aumentino la luce.
Luigi: No, se tu metti due luci concordi si, ma
altrimenti no.
Se tu metti due candele della stessa portata su un foglio bianco, in mezzo
vedi una zona d’ombra.
La luce è un onda e se tu metti due onde che interferiscono, non si sommano
mica, interferiscono.
Con due pietre tirate nell’acqua è più facile vedere le onde che entrano in
conflitto.
Una assorbe l’altra e si annullano.
Certamente la luce materiale è un onda, però tutto è segno di Dio, ora se
tu metti due luci che emettono onde, quando arrivano al punto d’incontro si
annullano.
M: Solo se la lunghezza d’onda è uguale.
Luigi: Sì, se la lunghezza d’onda è uguale.
Se la lunghezza non è uguale, avremo la zona d’ombra più vicina alla
candela con lunghezza d’onda minore.
Ma dove c’è interferenza di luci c’è sempre una zona d’ombra.
In una bacinella d’acqua è uguale mettendoci due pietre, nella zona
d’interferenza le onde si annullano.
Tutto è provocato da onde.
Due luci interferendosi si annullano e così due presenze interferendosi si
annullano.
Per cui noi facciamo esperienza dell’assenza di Dio, non della presenza.
Per esperimentare la presenza di Dio ci deve essere una sorgente sola di
luce.
Cioè dobbiamo soltanto guardare a Dio.
Se noi guardiamo unicamente a Dio, allora noi riceviamo la luce di Dio.
Ma se noi guardiamo a Dio e teniamo presente il nostro io, noi facciamo
esperienza dell’assenza di Dio.
F: Però non è possibile guardare a Dio e tenere
presente il nostro io...
Luigi: Sì, noi facciamo esperienza dell’assenza
di Dio.
Non esperimentiamo la presenza di Dio.
G: Le due luci sono il pensiero dell’io e il
pensiero di Dio?
Luigi: Sì quando faccio punto fisso di riferimento
il pensiero dell’io, cioè quando io dico che una cosa esiste perché io la vedo
e la tocco, perché io l’ho sperimentata così e allora costruisco la mia
scienza.
Queste mie conoscenze fatte nel pensiero dell’io, io le oppongo alle
ragioni di Dio e quando Cristo mi dice: “Prima che Abramo fosse io sono”, nel
pensiero dell’io questo non lo posso digerire.
Nel pensiero del mio io è una falsità.
Le mie ragioni, opponendosi alla ragione di Dio m’impediscono di capire quello
che Dio dice.
Luigi: L’uomo non deve ritenere il pensiero del
suo io come una sorgente di luce.
Perché quello che esperimentiamo nel nostro io, è un segno di Dio che deve
essere riportato nel Pensiero Di Dio.
Allora in tutte le cose che esperimentiamo e tocchiamo, dobbiamo sempre
chiedere a Dio che cosa il Signore ci vuole comunicare di Sé.
Non devo dire che questa cosa o questo fatto, sono così perché io li vedo e li
tocco così.
Devo chiedere al Signore il suo Pensiero, che cosa mi vuole comunicare di Sè
attraverso quel segno.
Noi quando ascoltiamo uno che parla, non ci accontentiamo mica di ripetere le parole materiali che ascoltiamo, noi
cerchiamo di capire le parole che l’altro dice, cerchiamo di arrivare al
pensiero.
Tutta la creazione è un parlare di Dio, sono segni di Dio, non dobbiamo
fermarci ai segni, perché sarebbe come ripetere le parole di uno che parla,
senza cercare di capire il significato, il pensiero.
Noi dobbiamo sempre in tutte le cose, cercare di arrivare al pensiero.
Soprattutto nelle cose che Dio ci fa arrivare dobbiamo cercare di arrivare al
significato.
Il significato è più importante delle cose stesse che accadono nella nostra
vita.
Cercare il significato vuol dire cercare l’intenzione, il pensiero, che cosa
Dio mi vuole dire di Sé in un certo fatto, in un certo avvenimento.
E allora vivo, e allora faccio l’esperienza della presenza di Dio.
Luigi: La Luce non sorge nell’uomo senza l’uomo
ma non è opera dell’uomo.
La Luce richiede la tua dedizione alla sorgente della Luce cioè a Dio, però non
è opera tua, perché discende da Dio.
Il Pensiero di Dio è dato a noi senza di noi.
A Natale vediamo il bambino Gesù, diciamo che è Dio sì, però non riusciamo a
capire come sia Dio.
É dato a noi senza di noi.
Non ci rendiamo conto.
Crediamo per fede, però non è illuminante.
Tutto ciò che è dato a noi senza di noi non è illuminante.
G: E allora perché portiamo i segni al Pensiero
di Dio perché siano illuminati?
Luigi: Noi cerchiamo il Pensiero di Dio, perché
sappiamo che tutto è creazione di Dio.
Sapendo che tutto è creazione di Dio, noi per giustizia dobbiamo cercare in
tutto il Pensiero di Dio.
Altrimenti rivesto le cose del mio pensiero.
Se tu osservi una persona, o cerchi il pensiero di quella persona o attribuisci
a quella persona le tue intenzioni.
Ma tu fantastichi, perché non conosce quella persona.
Perché sei tu che attribuisci a quella persona le tue intenzioni.
E anche con Dio posso fare lo stesso.
Per questo devo superare il Pensiero del mio io, perché l’intenzione di Dio
viene da Dio.
Il Pensiero di Dio viene da Dio,
Allora il pensiero di per sé non è illuminante.
È illuminante in quanto viene da Dio.
Quando arrivo a capire il pensiero di una persona, allora quel pensiero lì
m’illumina tutto.
Ma fintanto che non arrivo a quel pensiero tutto mi è oscuro.
Eppure io devo cercare il pensiero di quella persona, anche se non la conosco.
Altrimenti faccio un opera d’ingiustizia.
Noi non siamo sicuri perché attribuiamo noi i significati di Dio dai segni.
Invece quando il Pensiero di Dio viene da Dio, lì c’è sicurezza, non c’è
nessuna possibilità di sbagliare.
Dio non inganna e non lascia nei dubbi.
I dubbi nascono in quanto sono io che attribuisci i significati di Dio ai
segni di Dio.
Ma sono io che faccio questo, non lo deduco dal Padre.
Non lo deduco da Dio.
G: Ma prima di arrivare al Principio, posso
dedurre qualcosa da Dio per certo o no?
Luigi: No, posso capire per fede.
Essendo Dio il creatore opera tutto
per manifestare Se stesso, per far conoscere Se stesso, opera tutto per farmi superare
il pensiero del mio io, eccetera.
Ma sempre per fede, perché Dio è il Creatore.
Dio Creatore è un atto di fede.
Noi diciamo Dio Creatore perché c’è tutta la creazione, perché esisto io,
perché esistono gli uomini, perché esistono tutte le cose, ma quella non è vera
conoscenza di Dio.
Quella è fede in Dio Creatore,
perché vediamo la sua creazione.
Quando io vedo le opere che uno
fa, io credo in quell’uno che fa le cose, però non conosco mica ancora il suo
pensiero.
Vedo che fa tante cose, però
non capisco quale sia la sua intenzione.
Mi resta sempre una zona oscura
perché non capisco.
Non posso dire che non ci sia,
perché vedo le sue opere, vedo che parla però non capisco il pensiero.
Per capire il pensiero, devo
dedicarmi a quella persona.
Devo raccogliere tutto quello
che dice, osservare.
E a forza di osservare capire,
arrivo a conoscere quella persona.
Il pensiero deriva
dall’intenzione della persona.
L’intenzione deriva da ciò che
uno è.
Conoscendo ciò che uno è,
allora capisci anche ciò che vuole.
Quanto più conosci una persona,
tanto più conosci le intenzioni di quella persona.
E conoscendo l’intenzione di
una persona, allora conosci anche tutte le cose che fa e che dice.
Perché ognuno di noi, quando
parla, parla in una intenzione, ma l’altro non capisce le intenzione che uno
dice.
Fintanto che non vede
l’intenzione, cioè dove vuole arrivare.
Ora, Dio, operando ogni giorno
con noi, ha un suo pensiero, ha una sua intenzione, vuole arrivare ad un fine.
E fintanto che noi non vediamo
questo fine, noi vediamo tante cose che lui fa.
Non possiamo negare che Lui sia
il Creatore, però non possiamo capirlo.
Siamo sempre nel dubbio.
Se non crediamo in Dio diciamo
che è il caso, finito, non capiamo niente.
Se crediamo in Dio però sorgono
mille domande.
Tutto questo desiderio di
capire il Pensiero di Dio, diventa in noi una invocazione, una preghiera, un
dialogo con Dio.
Qui abbiamo il dialogo
dell’anima cieca con Dio che invoca la luce.
E a poco per volta t’accorgi
che la luce ti viene da Dio.
Ma la luce che viene da Dio non
è smentibile, non è oggetto di dubbi.
I dubbi ci sono in quanto sono
io che attribuisco a Dio qualche cosa.
Gli attribuisco le mie
intenzioni e allora resta il dubbio.
Il mio io non è un principio di
certezza.
Dio è un principio di certezza.
Il mio io deve essere
illuminato, il mio io non è illuminante.
G: Però allora è difficile voler capire prima
di arrivare al Principio...
Luigi: Capire vuol dire
vedere il Pensiero.
Tu impari a leggere quando
riesci a vedere il pensiero che c’è in uno scritto.
Fintanto che tu leggi ma non
riesci a vedere il pensiero che comunicano le parole, tu non sai leggere.
“Scrutate le scritture parlano
di Me”.
Vuol dire che se impariamo a
leggere le scritture vediamo il Suo Pensiero.
La creazione è tutto un libro e
il Signore ci invita a scrutare e imparare a leggere.
Quindi in tutta la creazione si
parla di Dio.
E Dio stesso ci ordina di
imparare a leggere.
Noi siamo tenuti per giustizia
ad imparare a leggere.
Cioè imparare a vedere il
Pensiero di Dio in tutto.
Per giustizia, altrimenti noi
in tutte le cose, proiettiamo il nostro pensiero.
E allora se guardo un albero,
pensando a me penso al raccolto che posso farci o alla legna o ai soldi che
posso ricavare vendendolo, e allora conosco l’albero in funzione del mio
pensiero.
E non arrivo a capire che cosa
Dio mi vuole dire, cosa vuole comunicarmi di Sé, facendomi vedere un albero.
Allora l’albero non è più una
parola di Dio ma è una parola mia che serve a me.
E ho fatto una cosa ingiusta.
Ora, noi generalmente
osserviamo il mondo in funzione del nostro io.
Per cui tutte le cose le
osserviamo per quello che ci convengono; per quello che ci possono far
guadagnare, per quello che ci possono essere utili.
Ma siamo sempre nel pensiero
dell’io e naturalmente qui sbagliamo, perché non cerchiamo il Pensiero di Dio.
Se noi in tutte le cose
cercassimo il Pensiero di Dio, noi ci comporteremmo molto bene verso tutte le
cose.
Allora noi dobbiamo cercare il
Pensiero di Dio per comportarci bene, perché noi ci accorgiamo che nel pensiero
del nostro io, noi ci comportiamo male, verso tutto e verso tutti.
Allora per giustizia, noi
dobbiamo cercare il Pensiero di Dio, perché soltanto cercando il Pensiero di
Dio, noi ci comportiamo bene verso tutto e verso tutti.
G: Il Pensiero di Dio è uno solo e allora tutta
la nostra vita ci è data per imparare a leggere questo Pensiero...
Luigi: Certo.
Dobbiamo sapere che tutto
l’universo e la nostra stessa vita, è una scrittura di Dio.
E noi siamo tenuti a imparare a
leggere questa scrittura.
Noi avremo imparato a leggere
quando vedremo il Pensiero di Dio.
G: Allora s’impara un po’ alla volta...
Luigi: Sei mai stata a
scuola?
Si inizia con le aste, poi si
scrive A di asino, B di bue, C di cane.
E a poco per volta impari a
leggere e scrivere.
E poi impari i verbi.
Ci vuole tanto tempo.
Ora, tutto è segno del nostro
rapporto con Dio.
G: Che differenza c’è tra l’uomo cieco dalla
luce e la cecità dei farisei sfiorati dalla luce.
Luigi: Lì è peggio.
Nei farisei abbiamo quella
cecità, quel tempio vuoto che deriva dall’opposizione a Dio.
Questo è l’uomo che crede di
vedere, per cui è sicuro di sé e contesta Dio.
Per cui: “Io non posso venire
al tuo invito a pranzo, perché io ho i buoi, i campi, la moglie”.
È l’Uomo che ha della ragioni che
oppone a Dio.
Qui abbiamo una cecità che
fintanto che l’uomo è in questa situazione, non può essere illuminata.
L’uomo per essere illuminato,
deve ritornare cieco.
E Dio opera per far ciechi
coloro che credono di vedere bene.
La creatura che crede di vedere
è nel peccato.
G: Però siamo tutti ciechi dalla nascita.
Luigi: Si la luce ci
sfiora in quanto si annuncia a noi.
“La luce splende nelle
tenebre”.
Quando gli invitati alle nozze
ricevono l’invito, sono sfiorati dalla luce.
Loro dicono: “Abbimi per giustificato”,
qui abbiamo l’opposizione, il rifiuto.
La luce è venuta ma loro non
l’hanno compresa.
Per cui quando la luce arriva a
noi, arriva a noi solo come un annuncio, come un invito ad andare.
Non è che sia luce di per se.
Noi riconosciamo che è giusto
dedicarsi ad essa, mettere Dio prima di tutto.
Se non metto Dio prima di tutto
io mi giustifico con il lavoro e i miei doveri: “Non posso andare, ritienimi
giustificato”.
Allora le mie ragioni che si
contrappongono alla ragione di Dio mi
creano la notte.
Ma qui è una notte di peccato, perché qui c’è il
conflitto con Dio.
L’uomo fintanto che è cieco non è in peccato.
In peccato è l’uomo che essendo cieco dice di vedere.
R: L’uomo pecca
in quanto non mette Dio prima di tutto.
Luigi: L’uomo pecca in
quanto separa le cose di Dio da Dio.
In quanto non tiene conto di Dio.
Le cose sono di Dio e io invece le considero per me.
Allora considerandole per me, io faccio il peccato.
Dio dice all’uomo di non separare quello che è di Dio.
Ora, tutto è di Dio e se tutto è di Dio, tu riportalo
sempre a Dio, mantienilo sempre unito a Dio.
Anche il tempo della nostra vita è di Dio, allora devo
sempre tenerlo riferito a Dio.
Non posso fare del tempo quello che voglio nel pensiero
del mio io.
Il mio pensiero appartiene a Dio, non posso quindi
pensare a quello che voglio io, nel pensiero del mio io.
Perché in questo caso io separo da Dio, il pensiero che
Dio mi ha dato per pensare a Lui.
E così in tutto.
Una foglia dell’albero è di Dio e allora devo cercare il
Pensiero di Dio nella foglia dell’albero, non devo separarla da Dio.
Cioè tutte le cose devo sempre tenerle unite a Dio e
allora se le tengo unite a Dio non pecco.
Se invece le separo da Dio, non tengo presente Dio, lì
c’è il peccato.
Il peccato è una divisione, una separazione, è il non
tenere conto di Uno.
Se una persona mi sta parlano e io non ne tengo conto, io
pecco verso quella persona.
La offendo in quanto non tengo conto della persona.
Dio sta parlando con noi sempre, noi non ne teniamo conto,
ecco che pecchiamo contro di Lui.
F: Il Pensiero di
Dio in noi è sempre alla presenza del Padre...
Luigi: Cero perché è
Pensiero di Dio.
F: Però questo
Pensiero di Dio per noi è notte.
Luigi: Non è illuminato
fintanto che non lo vediamo dal Padre.
Solo il Padre conosce suo Figlio.
Quindi fintanto che noi non arriviamo al Padre, noi
abbiamo in noi il Pensiero di Dio, però non sappiamo cosa sia.
Quindi non è illuminato.
F: Il Pensiero di
Dio è sempre nella luce del Padre ma noi possiamo non accorgercene.
Luigi: Possiamo anche non
accorgercene.
Non ce ne accorgiamo, fintanto che noi personalmente non
partecipiamo a questo rapporto tra Padre e Figlio.
Cioè questo rapporto non s’illumina senza di noi, è opera
del Padre ma non s’illumina senza di noi.
Perché nella conoscenza tutto quello che viene da Dio,
riceve la partecipazione nostra.
Non avviene la deduzione da Dio senza la partecipazione
nostra.
La nostra partecipazione nel senso che dobbiamo superare
il pensiero del nostro io.
R: Quindi
dobbiamo prendere coscienza di questa luce che è già in noi.
Luigi: Sì, la luce è già
con noi, però noi non ne possiamo prendere coscienza, fintanto che non
l’attingiamo dalla sua sorgente.
Ti attiva un raggio di sole, tu avverti il raggio di
sole, però non prendi coscienza di cosa è quel raggio di sole, fintanto che non
lo deduci dal sole, quindi dalla sua sorgente.
È la sorgente del raggio che mi fa capire perché c’è
questo raggio di sole.
È la causa che m’illumina l’effetto.
F: Se no, non so
da dove arriva.
Luigi: Ma non so
soprattutto perché arriva.
Io ricevo il raggio di sole, però non so perché
m’illumina e mi scalda.
Fintanto che non posso dedurlo dal sole, dalla sua
sorgente.
Cioè io subisco l’effetto ma non so cosa sia questo
effetto.
L’effetto è illuminato dalla sua causa.
Quindi fintanto che non conosco la causa, io subisco
l’effetto, però non capisco.
F: Il raggio di
sole è solo per farmi guardare il sole.
Luigi: Per farmi guardare
il sole.
Quindi abbiamo due tempi.
L’effetto arriva a me senza di me: uno che mi tocca la
spalla, ma mi tocca perché io faccia attenzione a lui.
Con Dio è lo stesso, abbiamo la luce che arriva a noi
senza di noi, che è una segnalazione per dirmi di guardare la sorgente.
Se io guardo dalla sorgente, poi dopo dalla sorgente,
posso capire il perché di questo effetto da quella causa.
M: È il bagaglio
delle nostre esperienze che ci impedisce di vedere la luce che portiamo in noi.
Luigi: Sì, perché il
bagaglio delle nostre esperienze ci fa credere di capire le cose, per cui non
cerchiamo più la sorgente.
Quando uno sa non cerca mica di sapere, perché sa già.
Quando io so che le cose sono così come sono, come le
vedo con i miei occhi, come le tocco con le mie mani, non vado mica a cercare
oltre.
Se non so vado a cercare, ma se so mi fermo.
E allora noi possiamo correre questa illusione.
Il bambino non conosce, ma man mano che cresce comincia a
sapere ed è questo sapere che lo blocca nella ricerca di Dio, perché non
desidera più sapere, perché oramai conosce le cose.
E allora lì abbiamo l’uomo adulto.
L’uomo che sa, non si preoccupa più di sapere, si
preoccupa solo più di fare.
Di fare secondo quello che sa.
Cioè tende ad affermare quello che sa.
E lì abbiamo l’involuzione, abbiamo il disastro della creatura.
Per questo bisogna stare all’erta, quando ci accorgiamo
di essere portati via dal fare, dall’azione, anziché dal cercare di capire.
Perché hai già inaugurato il processo di morte nella tua
vita.
S: Quando ci
illudiamo di sapere, ci preoccupiamo ancora di riferire i segni a Dio?
Luigi: No, non si
preoccupa più di riferire a Dio.
Si preoccupa soltanto del pensiero di se stesso.
Io nel pensiero del mio io, guardo un albero, guardo la
strada, guardo le creature e costato che la realtà è quella.
L’albero è un albero, la strada è una strada e un uomo è
un uomo: stop.
Per me la cosa vale per quello che vedo io e per quello
che può servire a me.
Considero le cose nel pensiero del mio io.
Non vado a cercare il Pensiero di Dio, perché per me la
realtà è quella sensibili.
E se quella è la realtà, io vedo bene.
Per cui so che cosa è un albero.
Lo distinguo da un elefante.
So cosa è un albero e so cosa è un elefante.
Ma se qualcuno mi chiede cosa significa Dio nell’albero,
io questo non lo so più.
Lì, io sono cieco.
Quando mi si pone il problema di Dio, io sono cieco e non
conosco l’albero, perché non so che cosa Dio mi significa nell’albero.
Se lo riferisco al mio io, io so che cosa è l’albero.
Ma so che cosa è un albero, perché lo distinguo da un elefante.
So soltanto in quanto faccio il confronto tra l’albero e
l’elefante: vedo che un albero non è un elefante e allora so che cosa è un
albero.
Ma in sé e per sé io non so mica cosa sia un albero e non
lo saprò mai, fintanto che non saprò che cosa Dio mi significa di Sé
nell’albero.
S: Quindi uno può
credere in Dio ma in realtà non crede.
Luigi: Noi ci illudiamo di
credere.
La maggior parte di coloro che dicono di avere fede, son
degli illusi: credono di credere.
Perché la vera fede è quella che ci fa desiderare di
conoscere Dio in tutto.
La fede è quella che ci fa desiderare di conoscere Dio.
S: E se rifiuto
di cercare cosa Dio mi vuole dire in un segno sono cieca?
Luigi: Certo, se io lo
rifiuto affermo di vedere.
Sono cieco ma credo di vedere e qui sono in peccato.
Perché dico che la cosa è così come la vedo e non mi
interessa altro.
Quante volte mi sento dire che è inutile di parlare di
Dio, perché la realtà è un altra.
Chi dice che la realtà è questa che vediamo, ritiene di
essere nel giusto, e per lui il problema è quello di sistemarsi bene nel mondo,
non di cercare Dio.
L’uomo che crede in se stesso dice che la realtà è quella
che lui vede e tocca, l’uomo che crede in Dio invece dice che la realtà è Dio
che sta parlando con l’uomo e allora cerca il perché delle cose presso Dio e
per lui la realtà è con la erre maiuscola, per lui la realtà è Dio.
E per lui tutta la creazione sono segni, parole di Dio
che bisogna cercare di capire, di leggere.
P: L’uomo che
crede di vedere è perché mette il suo io al centro.
Il punto fisso di riferimento è l’io.
Luigi: È l’io che vede che
tocca che esperimenta.
Per cui la verità è quella che vede e che tocca.
Quello che il nostro io vede e tocca, non è la verità.
Perché il nostro io non è un principio di verità.
Il nostro io riceve i segni dalla Verità, ma non è la
Verità.
Quando io dico che questa cosa è così, perché io la vedo
così, faccio ridere.
Ritenere che la Verità sia quella che vedo e tocco, fa
ridere.
Eppure tutti dicono così: “La Verità è questa perché io la
vedo così, Dio non lo vedo e non lo tocco, quindi non mi interessa, perché la
realtà è quello che vedo e tocco”.
È come se dicessi che vale solo quello che dico io.
P: Trascurando la
causa di tutto ci si pone totalmente fuori dalla Verità.
Luigi: E mi pongo fuori
dalla Realtà.
Perché arriva certamente il momento in cui tutto quel
mondo che io ritenevo vero, mi deluderà completamente perché cambierà.
E io resto con le spalle al muro, perché tutto quel mondo
che io credevo reale, diventa astratto.
È cambiato tutto e allora non si capisce più niente.
Quindi la prima grazia è scoprire di essere ciechi.
P: E noi dobbiamo
conservare questa consapevolezza di cecità fino ad arrivare a Pentecoste.
Luigi: Bisogna sempre
avvicinarsi a Dio più non sapendo che sapendo.
Perché quando io so mi oppongo a Dio.
E mi devo impegnare soprattutto nelle cose che non so.
Non devi dire che è difficile, se Dio te la presenta, ti
devi impegnare in essa, altrimenti dici di sapere.
Quando io dico di non essere sufficientemente intelligente,
io rifiuto di dedicarmi a quello che la Parola di Dio mi propone di capire.
P: Questa via
maestra è la stessa via di cui parla Isaia?
Luigi: Sì, non possono
percorrerla coloro che pensano al proprio io.
Fr: Siamo
chiamati a conoscere il Figlio come lo conosce il Padre.
Ma allora noi dobbiamo essere come Padre, perché solo il
Padre conosce il Figlio.
Luigi: È dal Padre che
conosciamo il Figlio.
Non dobbiamo essere come il Padre ma dal Padre conosciamo
il Figlio.
“Il Padre vi ama”, quando uno ama fa conoscere se stesso.
E quindi facendo conoscere se stesso, fa conoscere tutto
quello che fa.
Il Padre ama il Figlio e quindi gli fa conoscere tutto
quello che fa.
Fr: Le luci
parziali sono annunci della luce vera?
Luigi: Sono frammenti,
però noi corriamo il rischio di prendere un frammento e di ritenerlo un tutto.
E allora lì noi facciamo un errore grosso.
Perché quando noi consideriamo un frammento al posto del
tutto, arriva il momento in cui noi opponiamo il frammento al Tutto.
E crediamo di vedere.
Il frammento è frammento in quanto è segnalazione.
P: Vedere per
parti come dice San Paolo è essere ciechi.
Luigi: Se il pezzettino di
vetro che tu hai trovato diventa il tutto, tu fai l’errore.
P: Dio è il
protagonista della nostra vita quotidiana.
Luigi: Dobbiamo accettare
tutto da Lui.
Il cammino è Lui che ce lo fa.
È Lui che ci chiama ad esistere ed è Lui che ci fa
camminare ma in quanto accettiamo tutto da Lui.
Quando invece noi ci chiudiamo su noi stessi, allora noi
facciamo del nostro piccolo mondo, tutto il nostro mondo e quella verità che mi
arriva da Dio, magari io la rifiuto.
Perché io oramai sono inserito in un mio mondo e quella
non la posso più accogliere.
Invece ci vuole sempre questa apertura, è Dio che fa, in
tutto e in tutte le cose.
Rispetta sempre l’iniziativa di Dio.
Ecco perché dobbiamo sempre considerarci ciechi, perché
considerandoci ciechi accettiamo sempre tutto da Dio.
Perché è Lui che mi conduce alla luce ma in quanto io
accolgo tutto da Lui.
F: Partecipando
della generazione del Pensiero di Dio in noi, automaticamente si va anche a
partecipare della generazione dal Padre di tutta creazione?
Luigi: Tutta la creazione
è fatta nel Pensiero di Dio.
Il pensiero è il punto illuminante.
Perché il pensiero di una persona t’illumina tutte le
cose che fa quella persona.
Quando tu hai capito quel pensiero ma tu l’hai capito, in
quanto l’hai dedotto da quello che quella persona è.
Avendo capito il pensiero di una persona, capisci tutto
quello che dice e che fa quella persona.
Hai la chiave per capire.
E con Dio è lo stesso.
Quando hai capito il Pensiero di Dio, hai la chiave per
capire tutte le opere che Dio fa.
Dio opera sempre nello stesso Pensiero.
Tutte le cose che fa, le fa sempre nello stesso Pensiero.
F: Quindi
impegnarsi a capire le opere di Dio sembrerebbe tempo sprecato, meglio
impegnarsi nel cercare il significato di Cristo, cioè del Pensiero del Padre.
Luigi: Ma non passiamo
arrivare al Pensiero di Dio, fintanto che non abbiamo sottomesso tutto al
Pensiero di Dio.
“Quando tutto sarà sottomesso al Figlio, il Figlio
consegnerà il Regno al Padre”.
Altrimenti non hai la capacità, perché tu sei tutto
disturbato da quelle cose che non hai sottomesso al pensiero di Dio.
Quando hai sottomesso tutto cosa è successo?
È successo che la tua anima si è purificata, semplificata
in un pensiero unico.
Per cui non c’è più niente che ti disturbi, perché tutto
è sottomesso all’unico pensiero.
Allora a quel punto lì puoi, altrimenti, anche se muori,
tu non puoi mica.
Sei talmente disturbato da tutte quelle cose che non hai
sottomesso al Pensiero di Dio e il tuo pensiero è molto debole e non può
restare in ascolto.
Perché noi non possiamo restare alla presenza di Dio?
Dio è presente sempre con noi, perché noi non possiamo
restare alla sua presenza?
Perché il nostro pensiero è molto debole e non può
partecipare a quello che Dio fa.
Noi dovremmo restare con Dio sempre e invece noi restiamo
magari con Dio un secondo e poi siamo disturbati e distratti da ogni cosa.
Basta una zanzara a portarti via, appunto perché hai un
pensiero debole.
Noi siamo disturbati da tutto ciò che in noi non è stato
sottomesso al Pensiero di Dio.
Per tutte le cose a cui noi ci siamo dedicati
d’iniziativa nostra, noi siamo vulnerabili, per cui appena sentiamo il richiamo
nel pensiero di quella creatura, dobbiamo lasciare Dio.
F: Quindi non è
sbagliata la ricerca dell’uomo verso il mondo esteriore, verso quello che Dio
significa nel mondo esteriore e verso tutte le scienze se cerco di unificare in
Dio.
Luigi: Tutto quello che ti
arriva della creazione è tutto buono se tu lo mantieni legato a Dio.
Cioè se in esso cerchi il Pensiero di Dio.
Se tu lo separi da Dio e ti occupi del mondo magari
attraverso le scienze, siccome in te c’è la passione d’assoluto,
automaticamente tu tendi a fare assolute quelle conoscenze relative che tu
ottieni dallo studio e dalla scienza.
E allora non rapporti più le cose a Dio.
Faccio sempre l’esempio di Einstein, perché lui stesso lo
ha dichiarato.
A un certo momento lui ha capito che esisteva un
creatore.
A quel punto lì, lui doveva occuparsi più del creatore
che della creazione.
Perché invece lui si è occupato molto della creazione?
Perché c’era il suo io appassionato allo studio della
creazione.
Quando lui ha scoperto o Dio gli ha fatto scoprire che
certamente c’era una Mente coordinatrice, certamente l’universo non era fatto a
caso e non era un gioco di dadi, quando ha capito che c’era l’altro, doveva
glorificarlo, doveva cioè impegnarsi molto di più con Dio che non con lo studio
della creazione.
A quel punto lì è diventato una pietra: Ein stein vuol
dire “una pietra”.....siamo sempre su quella pietra.
Tutto è segno.
Quando tu t’accorgi che una cosa vale più dell’altra, non
sei giustificato se tu ti dedichi alla cosa di minor valore.
Per quale motivo tu ti dedichi più a ciò che vale meno e
meno a ciò che vale più?
Allora vuol dire che c’è il tuo io in mezzo.
Fintanto che tu non scopri quello che vale più di tutto,
tu non sei in colpa ad occuparti di cose di minor valore, ma quando tu scopri
Dio che è il valore assoluto e infinito, perché tu ti occupi ti quello che dice
l’uomo o la natura anziché occuparti di Dio?
Dio vale di più certamente.
Allora perché ti dedichi più alle creature che al
creatore?
Perché c’è un interesse del pensiero del tuo io, ecco che
c’è un peccato in te.
Se la creatura è semplice, come vede una cosa che vale di
più, lascia tutti i beni inferiori per dedicarsi a quella.
Se ti si offre un biglietto da 1000 lire e un biglietto
da 100.000 lire e tu preferisci il biglietto da mille lire, c’è qualcosa di
sbagliato.
Cioè ciò che vale di più richiede più dedizione.
Per giustizia,
Ogni cosa ha un suo prezzo.
E il prezzo sta in questa dedizione.
Dio è certamente quello che vale di più di tutto e allora
perché non dedichi il tuo pensiero a Dio?
Per quale motivo tu dedichi più tempo alla creature che a
Dio?
Vuol dire che c’è la tua ambizione, perché le creature
gratificano la mia ambizione, Dio no.
Allora c’è una sfasatura.
F: Quando tutto è
sottomesso al Pensiero di Dio più niente ci porta via da quel Pensiero?
Luigi: Sì, perché ad un
certo momento tu sei stato condotto a capire che l’unica cosa veramente
importante è conoscere il Pensiero di Dio.
E tutto il resto non t’interessa più. Perché tutto
dipende solo da quello.
“Che io possa soltanto vedere il tuo volto”.
A quel punto lì, le cose non t’interessano più.
Perché Dio ti ha fatto capire che tutto dipende da
quello.
Gesù opera con la sua parola, per trasformarci in tutto
Pensiero del Padre.
Quando siamo trasformati in tutto Pensiero del Padre,
allora siamo come Lui ed essendo come Lui, possiamo vedere la sua Gloria.
Cioè conoscere il Padre e partecipare alla generazione
del Figlio dal Padre.
“Io vado a prepararvi un posto”, quel “posto” è proprio
questo essere dove Lui è: “Affinché voi possiate vedere quello che Io vedo”.
Vuol dire che fintanto che non sono in quel posto, io non
posso vedere.
E quale è quel posto?
Quel posto è quella purezza di pensiero che c’è nel
Figlio di Dio.
Il Figlio di Dio è tutto Pensiero del Padre.
Lui opera per formare noi, in tutto Pensiero del Padre,
cioè Se stesso.
Cristo ci riempie la testa del Padre, come uno
appassionato di footbal ti riempie la testa di footbal se tu stai a sentirlo.
Cioè ti fa tutto Pensiero del Padre.
Quando tu sei tutto Pensiero del Padre, tu sei nello
stesso luogo dove Lui è.
E allora tu puoi vedere: “Affinché dove sono Io, là siate
anche voi e possiate vedere”.
Vuol dire che prima non potevano vedere, erano ciechi.
Un cieco è cieco, in quanto non vede ciò che ha presente.
Dio è presente, io non lo vedo quindi sono cieco.
Cristo viene in questa mia cecità, per portarmi in quel
luogo dove Lui è, affinché anche io possa vedere quello che Lui vede.
F.: E Lui vede il
Padre.
Luigi: Certo.
P.: Il volto del
Padre è il Pensiero di Dio. Quando ci rivolgiamo al Pensiero di Dio, ci
rivolgiamo anche al Padre.
Luigi: Ma tu cerchi il
Pensiero di Dio, proprio perché sei rivolta al Padre, perché sei attratta dal
Padre.
Il Padre è Dio Creatore.
- Fine -