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E colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo perché io faccio sempre ciò che a lui piace.
Gv 8 Vs 29 Primo tema.


Titolo: Il principio dell'unione di Dio con noi.


Argomenti: Il principio dell'unione di Dio con noi. Il concetto di "mandato". Mandante/mandato/fine. In Dio il Mandante coincide con il Fine. Il Figlio è mandato dal Padre e presente al Padre. Restare alla presenza di Colui che ci manda.


 

11/Agosto/1985  Casa di preghiera. Fossano.


Siamo giunti al versetto 29 del capitolo ottavo di San Giovanni.

Qui Gesù dice: "Colui che mi ha mandato è con Me e non mi lascia solo, perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

Abbiamo visto nel versetto precedente come il Verbo di Dio, il Figlio, il Pensiero di Dio sia Dio da Dio, Luce da Luce, e come da solo non faccia niente ma, dice ciò che il Padre gli insegna.

Qui adesso siamo invitati a scoprire un altro rapporto tra Padre e Figlio ed è la Presenza del Padre nel Figlio, la Presenza di Dio nel suo Pensiero, è l'argomento di oggi.

In questo versetto troviamo due grandi argomenti.

A- Quando Gesù dice: "Colui che mi ha mandato è con Me" cioè abbiamo qui il principio dell'unità di Dio con Colui che Egli manda.

Siccome tutte le creature sono mandate da Dio, perché sono opera di Dio, qui abbiamo il principio dell'unione di Dio con noi.

B- E poi abbiamo un altro grande argomento, quello che Gesù afferma: "Colui che mi ha mandato non mi lascia mai solo, perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

Qui abbiamo la rivelazione del principio dell'unione nostra con Dio.

Le cose non sono reciproche, poiché che Dio sia presente con noi, in noi, non è detto che noi siamo presenti a Dio.

Per cui in questo rapporto non c'è reciprocità e si tratta appunto di capire l'importanza del primo principio e le conseguenze di esso e poi l'importanza del secondo.

Il secondo principio lo vedremo un'altra volta.

Stasera, oggi ci soffermiamo invece su questo primo principio: il principio dell'unione di Dio con Colui che Egli manda, quindi con tutte le creature.

Dio è presente in tutte le creature.

Ci chiediamo quale significato, quale lezione Dio vuole rivelarci parlandoci di questo principio.

Intanto qui ci troviamo già subito con una prima difficoltà, la difficoltà è data da questo rapporto che passa tra il "mandato" e l'Essere con-.

Perché apparentemente c'è una contraddizione, c'è una conflittualità; nel campo fisico, materiale, nel campo dei sensi ciò che è mandato non è compatibile con la presenza di colui che lo manda, poiché nel concetto di mandato c'è il concetto di separazione. Colui che è mandato, è allontanato da una presenza, per recarsi a portare un messaggio a qualcun altro.

Quindi diciamo che nel concetto di "mandato", c'è il concetto di separazione.

In quanto c'è il concetto di separazione, non si vede come possa sussistere la presenza con colui che l'ha mandato in colui che è stato mandato o in colui che è mandato.

Questo nel campo dei sensi, nel campo del sentimento, nel campo fisico rivela questa contraddizione e allora dobbiamo cercare in quale campo si realizzi e quindi sia anche intelligibile, questa dichiarazione qui di Gesù.

Perché Gesù dice che Colui che l’ha mandato è con Lui, quindi rivela che c'è un campo in cui si è mandati eppure si rimane presenti a colui che manda.

Come se ci dicesse: "Si parte ma si resta fermi", come se ci dicesse che ci si allontana eppure si è sempre con-.

Qui il Signore ci rivela l'esistenza di questo campo e dobbiamo cercare di approfondire per arrivare a vedere in quale campo questa dichiarazione, queste Parole di Dio si realizzano e quindi possono essere concepite.

Evidentemente, se Gesù parla, parla per inoltrarci in un campo in cui ci sia dato scoprire qualche cosa che ancora non vediamo e abbiamo detto che qui, attualmente, la realizzazione di queste cose non la vediamo.

Valga per tutti il fatto che i figli che nascono dai padri, non possono restare con i padri, vengono mandati dai padri ma, a un certo momento devono lasciare i padri.

Nel concetto di "mandato" noi troviamo implicitamente tre concetti.

Nel concetto di "mandato" c'è, prima di tutto il concetto del mandante, c'è il concetto del mandato e c'è il concetto del fine.

Perché in quanto uno è mandato, è mandato a un certo fine.

Nel campo del mondo nostro materiale, il principio, il mandante non coincide mai con il fine.

Ho portato l'esempio di padri e figli, il padre che genera i figli non può essere il fine dei figli, può eventualmente farsi fine dei figli ma, qui evidentemente c'è l'errore, c'è un errore, c'è un falso e quindi c'è una colpa.

La creatura che è causa di qualche cosa non può nello stesso tempo essere fine di quel qualche cosa e se si mette come fine fa un falso.

Quindi abbiamo detto che nel concetto di "mandato" c'è un concetto di causa, di mandante e di fine ma, causa e fine non sussistono nello stesso essere.

Ora, quando si è mandati, si è presente a ciò verso cui si è mandati ma, proprio in quanto si tende a ciò verso cui si va, cioè verso il fine, si perde il contatto con la causa, con il principio, col mandante, con colui che ci manda.

E qui possiamo capire la grande difficoltà in cui noi veniamo a trovarci nel mondo, poiché mandati da Dio, noi veniamo a trovarci in grande difficoltà nel restare uniti a Dio: perché noi abbiamo sempre presente davanti a noi il fine che noi perseguiamo e se il fine non è Dio, noi non restiamo presenti a Dio, perdiamo il contatto con Dio, perdiamo il contatto con Chi ci manda.

Abbiamo detto che c'è questa differenza tra il mondo materiale e quindi il mondo creato, tra tutto ciò che non è Dio e Dio.

In Dio invece c'è questo fatto meraviglioso, in Dio il mandante coincide con il fine, il principio coincide con il fine.

Ci chiediamo perché?

Dio ha questa grande prerogativa, la prerogativa dell'Essere, Lui solo è Colui che è.

Proprio per questa prerogativa, Lui che è Principio di tutto è anche il Fine di tutto e non può essere altrimenti perché Lui solo è.

Quindi tutto viene da Lui e tutto ritorna a Lui.

Lui è il Principio e lui è il Fine.

Questo avviene e può esistere soltanto in Dio ma, non appena noi ci allontaniamo nel diverso da Dio, cioè nei segni di Dio, in ciò che non è più Dio, questo non può più sussistere e qui abbiamo un criterio per riconoscere la differenza tra Dio e tutte le creature.

In Dio c'è il principio e il fine, nelle creature c'è il principio ma non c'è il fine.

Tutte le creature testimoniano, confessano che non si sono fatte da sole e quindi tutte le creature a noi gridano, urlano che un Altro le ha fatte, quindi in tutte le creature noi vediamo la causa, vediamo annunciata la causa, il mandante ma non vediamo il fine.

Il fine è un altro e il fine dove si realizza?

E perché noi non lo vediamo?

Appunto per questa differenza qui che c'è fra le creature e il Creatore.

Eppure in tutte le creature c'è una finalità ma, questa finalità qui si realizza soltanto dentro di noi e non senza di noi.

Andando più a fondo: si realizza in noi solo nel Pensiero stesso di Dio.

Per questo in tutte le creature c'è il Mandante, c'è la Causalità, c'è il Principio ma il Fine non si rivela senza di noi.

E si rivela soltanto nel Pensiero di Dio.

Perché?

Perché il Pensiero stesso di Dio gode della stessa singolarità e prerogativa che ha Dio, quella di Essere.

Questo ci fa capire che nel Pensiero di Dio c'è il Principio e c'è il Fine, c'è il Mandante e c'è il motivo per cui Dio manda.

Abbiamo visto che il Pensiero di Dio, essendo Pensiero di Dio contempla Dio, guarda a Dio, è Pensiero di Dio e abbiamo visto come contemplando Dio, conosce ciò che Dio opera e che cosa opera Dio?

Dio opera il suo Figlio cioè Dio genera il suo Pensiero, genera il suo Verbo.

Il Pensiero di Dio contemplando Dio, scopre in Dio suo Padre ma, scopre anche Se stesso come generato dal Padre come Pensiero di Dio.

Ora proprio in quanto conosce in Dio suo Padre e quindi conosce Sé come Figlio, in Se stesso vede la Presenza del Padre.

E quindi vede il Padre come principio ma lo vede anche come fine, perché abbiamo detto che Dio essendo Colui che è, è il Principio ed è Fine.

Ora, se il Figlio, se il Pensiero di Dio vede il Padre non solo come causa di Sé ma, lo vede anche come fine di Sé, il Pensiero di Dio ha presente Dio, perché abbiamo detto che ha presente il fine ed avendolo presente e quindi giusto quello che Gesù qui dice: " Colui che mi ha mandato è con Me".

Cioè solo qui, solo nel campo dello Spirito di Dio o meglio del Pensiero di Dio si realizza questo essere mandati e nello stesso essere presenti, presenti a Colui che ci manda.

Ma qui abbiamo una grande lezione per noi.

Poiché se il Padre è Presente nel Figlio, cioè se il Padre è Presente nel suo Pensiero e se il Pensiero di Dio è in noi, nel Pensiero stesso di Dio c'è la Presenza del Padre.

Siccome il Padre non è soltanto Causa ma è anche Fine del Figlio stesso, per cui il Figlio riceve tutto dal Padre e riporta tutto al Padre, soprattutto riporta Se stesso al Padre, quindi contempla Sé nel Padre, per cui vede il Padre come fine di Sé, per cui il fine del Figlio è quello di glorificare il Padre, così noi, in noi, abbiamo la possibilità di trovare, di avere nel Pensiero stesso di Dio il Mandante e il Fine.

Quindi abbiamo la possibilità di restare alla Presenza di Colui che ci manda.

Cioè si realizza quello che Gesù qui dichiara che Colui che ci manda è con noi, è presente in noi.

Colui che manda è il Padre e questo Padre è presente in noi nel suo Pensiero.


E.: Penso che non ci sia nulla da dire o da aggiungere perché è tutto chiaro.

Sul piano dell'esperienza umana quando una causa produce un effetto che ha una destinazione verso una fine, questo effetto si stacca dalla sua causa, converge verso il fine e quindi non può sussistere la presenza della causa nell'effetto.

Luigi: C'è un movimento da-, a-. C'è un allontanamento.

E.: C'è un allontanamento.

In Dio la cosa è molto diversa perché passiamo dal concetto naturale al concetto dell'Essere di Dio e qualunque effetto Dio produca, non può avere altra destinazione che non Dio stesso, direi per la natura stessa di Dio.

Luigi: Certo.

P.: Non c'è altro al di fuori di Lui.

E.: Dovremmo concepire un Dio che è subordinato a qualcos'altro e non è mica possibile. Questo mi sembra molto chiaro.

Ѐ evidente che tra i mandati di Dio, nell'ordine di gerarchia, d’importanza e di dignità c'è il suo Pensiero, c'è suo Figlio che ha le stesse prerogative del Padre.

Luigi: No, diciamo così che solo nel Pensiero di Dio c'è la Presenza di Dio, solo!

Perché nelle creature c'è la presenza di Dio.

E.: Come dicevo il primo effetto di Dio è il suo Pensiero.

Luigi: Ma è solo nel Pensiero di Dio che permane la Presenza di Dio.

Tutte le creature sono mandate da Dio a noi, quindi in tutte le creature c'è la presenza di Dio ma, com’è questa Presenza?

Come causa.

Non come fine.

E.: Solo nel Pensiero?

Luigi: Solo nel Pensiero.

E.: Nel Figlio unigenito, generato?

Luigi: Sì.

E.: Ma nel Pensiero di Dio che è nell'anima di ogni uomo c'è anche la Presenza di Dio.

Luigi: Ma questo è Figlio di Dio.

Nel Pensiero di Dio che è in noi, noi abbiamo il Figlio.

E.: Ma è il Figlio unigenito di Dio?

Luigi: Sì perché soltanto qui si realizza la Presenza di Dio, in caso diverso, la presenza di Dio che c'è nell'universo e quindi anche in noi come creature, è una presenza di Dio come creatore, quindi come Causa, non come Fine.

Il Fine si ha soltanto nel Figlio.

P.: Ma se Dio non può avere altro fine da Sé, ha messo questo Fine in noi, siamo noi che non l'abbiamo.

Luigi: Sì ma tutte le creature sono mandate, quindi sono un movimento.

P.: Ma mandate per dove?

Luigi: No, sono mandate a noi, quindi abbiamo uno spostamento, mandate da Dio.

L'albero non va a finire a Dio.

P.: Però Dio non fa tutto per Sé?

Luigi: Dio fa tutto per Sé.

L'albero non va a finire in Dio, l'albero viene da Dio come causa ma, l'albero entra in noi e in noi e adesso solo in noi può tornare a Dio, nel cielo di Dio soltanto attraverso il Pensiero di Dio che portiamo in noi.

P.: Possiamo allora dire che il fine dell'albero è Dio, attraverso il Pensiero di Dio che l'uomo porta in sé.

Luigi: L'albero no, perché è relativo a noi.

Infatti, lei non costata dove va a finire all'albero.

L'albero arriva a noi come pensiero, questo pensiero ci raccoglie nel Pensiero di Dio e solo nel Pensiero di Dio noi adesso abbiamo Dio come fine.

Il che vuol dire che tutto arriva a noi senza di noi, per cui c'è una presenza di Dio come Creatore di tutte le cose senza di noi ma, come fine non è senza di noi.

Per questo dico che non è come fine.

L'albero non torna a Dio senza di noi e noi non torniamo a Dio senza il Pensiero di Dio, senza il Figlio.

P.: Anche la creatura umana?

Luigi: Anche noi, perché anche noi come creature, siamo ancora come l'albero.

P.: Ma siamo fatti relativi a chi?

Luigi: Siamo relativi in quanto causati da Dio, mandati da Dio.

Ma mandati da Dio, adesso non torniamo a Dio se non attraverso il Figlio di Dio cioè attraverso il Pensiero di Dio.

Cioè non torniamo al Padre se non per mezzo del Figlio.

Perché solo nel Figlio si realizza il Fine, cioè solo il Figlio di Dio ha presente il Padre Mandante anche come Fine.

Ma fuori del Pensiero di Dio, noi abbiamo il Mandante ma non abbiamo più il Fine.

Perché la caratteristica della presenza della Causa e del Fine si ha soltanto nell'Essere.

Ma se noi ci sottraiamo all'Essere, anche noi come uomini non siamo l'Essere, non siamo Colui che è, in quanto ci sottraiamo all'Essere, immediatamente noi perdiamo la fusione del Principio e del Fine.

Per cui magari noi siamo mandati ma, il Mandante non è più il nostro fine.

Solo nel Pensiero di Dio c'è il Mandante e il Fine.

Il Pensiero di Dio ha la stessa caratteristica del Padre.

Solo in quanto il Pensiero di Dio è in noi, attraverso questo Pensiero di Dio, noi possiamo congiungere, ritrovare, la Causa e il Fine.

Il Padre come Causa e il Padre come Fine.

E soltanto in quanto noi l'abbiamo come fine, noi abbiamo qui la Presenza di Dio, cioè noi restiamo alla Presenza di Dio, in caso diverso non possiamo restare.

In caso diverso noi perdiamo la Presenza di Dio.

Perché magari noi riceviamo tutto da Dio ma poi, tendiamo a qualche cosa di diverso da Dio, magari anche per fare la volontà di Dio e perdiamo la Presenza di Dio.

Perché non abbiamo più presente Dio ma, abbiamo presente ciò a cui tendiamo, il fine.

Ma il fine non è più Dio.

Soltanto se noi riceviamo tutto da Dio e operiamo il ritorno a Dio di tutto, quindi cerchiamo in tutto il Pensiero di Dio, qui allora avendo Dio come fine, abbiamo la Presenza di Dio.

Perché noi abbiamo la presenza di ciò a cui tendiamo.

Soltanto se noi tendiamo a Dio, abbiamo Dio come presente.

Ma l'abbiamo presente, soltanto in quanto riportiamo tutto al Pensiero di Dio, qui noi abbiamo presente Dio, restiamo con Dio, in caso diverso no.

In caso diverso, Colui che ci manda non è più con noi, Lui ci ha mandati ma, noi non siamo più con Lui.

Lui è con noi come Causa ma, noi non siamo con Lui come Fine.

P.: Non c'è più la reciprocità.

Luigi: Non c'è più la reciprocità.

La reciprocità la troviamo soltanto nel Pensiero di Dio ma noi, non siamo il Pensiero di Dio, per cui può non avvenire questo, per cui Dio può essere con noi e noi non essere con Dio.

E.: Questo è chiarissimo, ma vorrei chiederti il rapporto tra il Figlio unigenito che porta in Sé l'essere del Padre e il Pensiero di Dio che abbiamo in noi, cioè il rapporto tra il Figlio unigenito e noi che siamo figli per adozione.

Hai detto che portiamo in noi il Figlio unigenito di Dio.

Luigi: In quanto il Pensiero di Dio è presente in noi oggettivamente, quindi indipendentemente da noi.

E.: E questo farebbe pensare a una pluri genitura, non a una uni genitura.

Luigi: No, il Figlio di Dio è unico perché Dio è uno solo, quindi il Pensiero di Dio è unico.

Noi portiamo in noi il Pensiero di Dio, come portiamo in noi il pensiero del sole.

Noi siamo tanti eppure il sole è unico, vediamo tutti lo stesso sole, tutti portiamo in noi il pensiero dello stesso sole, tutti portiamo in noi il Pensiero dello stesso Dio, non abbiamo tanti pensieri di Dio in noi, abbiamo un unico Pensiero di Dio.

Noi indubbiamente diciamo di essere diversi fra noi perché fisicamente siamo diversi, però abbiamo in comune il Pensiero di Dio e se abbiamo in comune il Pensiero di Dio, in questo pensiero facciamo una cosa sola, anche se fisicamente abbiamo corpi diversi però, in questo Pensiero noi abbiamo l'unità.

Come c'è l'unità tra il Pensiero di Dio e il Padre, c'è un'unità eppure sono Persone distinte, per cui noi abbiamo Persone distinte che però formano una Cosa sola e lo stesso è per noi.

Però il concetto importante adesso è che noi restiamo con Dio soltanto in quanto abbiamo Dio come Fine e non Dio come Causa, non basta avere Dio come Causa, bisogna averlo come Fine, Dio come Fine lo abbiamo soltanto nel Pensiero di Dio, non l'abbiamo in noi come creature come Fine ma, l'abbiamo nel Pensiero di Dio.

Quindi soltanto in quanto noi riportiamo tutto nel Pensiero di Dio e cerchiamo il Pensiero di Dio, allora noi restiamo con Dio, in caso diverso perdiamo l'unione con Dio.

E.: Ѐ chiaro che noi come creature tendiamo a staccarci da Dio.

Luigi: Pur anche ricevendo tutto da Dio come Causa, se noi non abbiamo Dio come Fine, noi ci stacchiamo da Dio.

E.: Diciamo che è un cammino interrotto a metà, perché se accetto Dio come Causa devo avere un errato concetto di Dio se non l'ho come Fine.

Luigi: Siccome però il fine non avviene senza di noi, può non avvenire.

Perché se noi ricevendo tutto da Dio poi, come fine rivolgiamo la nostra vita ad altro da Dio, pur ricevendo tutto da Dio, noi perdiamo l'unione con Dio.

Perché noi restiamo uniti a ciò cui noi tendiamo e se noi personalmente non tendiamo al Pensiero di Dio e non tendiamo a riportare tutto al Pensiero di Dio, noi perdiamo l'unione con Dio.

E.: Quindi la caratterizzazione dell'unione con Dio è data dall'averlo presente come Fine.

Luigi: Come fine sì.

Non basta come causa.

Il concetto principale di questa sera deve essere questo.

C.: Pensavo che molte volte c'è il rischio di prendere Dio solamente come Principio e invece quello che proprio è importante è avere Lui come Fine, altrimenti c'è il rischio di averlo come Principio ma di dedicarsi ad altro.

Luigi: Esatto.

Perché Lui come Principio è in noi senza di noi, Lui è il Creatore.

Per cui noi non lo possiamo ignorare.

Lui essendo il Creatore, come Principio è presente in noi senza di noi, come Fine invece non è presente in noi senza di noi, perché dobbiamo passare attraverso il Pensiero di Dio e siccome il Pensiero di Dio non è il nostro io, si richiede da parte nostra questa dedizione del nostro pensiero al Pensiero di Dio.

Perché se non c'è questa dedizione del nostro pensiero, quindi del nostro io, quindi il superamento del nostro io, al Pensiero di Dio, Dio per noi non è Fine e allora noi perdiamo l'unione con Dio, non possiamo restare alla Presenza di Dio, con tutte le conseguenze che ne derivano.

C.: Pensavo proprio come in ogni giornata dobbiamo avere chiaro questo: se uno ha chiaro il fine, c'è per lo meno l'attenzione per giungere a questo fine, poi magari uno non ce la fa ma, se uno non ha questo fine non sa dove andare.

Luigi: Si, perché uno può anche accettare tutto da Dio, accetta tutto da Dio però, non cerca il Pensiero di Dio, ecco, non ha Dio come fine.

Non cerca il Pensiero di Dio e allora tutte le cose sono interrotte a metà strada.

Siccome noi non possiamo vivere senza dedicarci a qualche cosa, quel qualche cosa di diverso da Dio diventa il nostro fine e ci porta molto lontano da Dio.

Noi non possiamo vivere senza un fine.

La nostra vita è caratterizzata proprio dalla finalità.

Per cui o noi ci dedichiamo a Dio e cerchiamo di Dio come Fine e riportiamo tutto a Dio per cercare il Pensiero di Dio o ci dedichiamo ad altro.

La Presenza di Dio come fine è solo nel suo Pensiero, non è in altro, è solo nel suo Pensiero.

Per cui noi possiamo avere Dio come Fine, soltanto in quanto abbiamo presente il suo Pensiero e cerchiamo quindi il suo Pensiero.

Senza il suo Pensiero, Dio è causa ma, non è Fine e quindi resta tutto interrotto in noi.

PI.: Quello che mi è rimasto come concetto di base è che c'è un cerchio e bisogna mantenerlo chiuso questo cerchio.

Luigi: Sì, c'è un cerchio che non si chiude senza di noi, parte da Dio, arriva a noi e non si chiude senza di noi.

PI.: Quindi il nostro compito è di mantenere chiuso questo cerchio.

Luigi: Mantenerlo chiuso, mantenendolo chiuso, troviamo la nostra pace.

PI.: Parliamo sempre di fase ascendente e di fase discendente.

Questo cerchio ha due effetti in noi: nella fase ascendente noi riceviamo tutto da Dio e poi riportiamo tutto a Dio ma, non arriviamo ancora a vedere il Pensiero di Dio, cioè diciamo sempre che i tempi della Luce sono di Dio, fintanto che noi non siamo arrivati al Padre, non vediamo questo Pensiero.

Mentre nella fase discendente io esperimento un altro effetto, cioè vedo il Pensiero di Dio.

Luigi: Certo, per cui vedendolo diventa molto facile.

PI.: In un primo tempo è per fede.

Luigi: Sì, in un primo tempo è fatica invece poi dopo vedendolo c'è l'anticipo addirittura, per cui il cerchio diventa facile, nella vita eterna non c'è fatica.

PI.: Ci sono effetti diversi.

Luigi: Effetti diversi.

PI.: Anche nella fase ascendente c'è questa pace, anche se non ce la Luce.

Luigi: Sì, perché uno sa, uno ha capito e si rende anche conto del perché ci sia la disunione da Dio.

Perché se non cerco, se non riporto le cose in Dio, io perdo l'unione con Dio, perché io resto unito al fine per cui io vivo.

Noi siamo uniti a ciò cui dedichiamo il nostro pensiero e se io dedico il mio pensiero al Pensiero di Dio, allora ho presente Dio e resto con Dio.

Allora Dio è con noi ma, in caso diverso no, ho presente altro, dedico il mio pensiero ad altro.

Dedicando il mio pensiero ad altro, il Pensiero di Dio resta staccato dal mio pensiero e allora naturalmente perdo l'unione con Dio.

L'unione con Dio si ha solo nel Pensiero di Dio, è questo che bisogna mettere bene in evidenza, solo nel Pensiero di Dio.

Perché solo nel Pensiero di Dio (Dio come Causa è Fine), Dio è presente come Causa e Fine, solo nel Pensiero di Dio, in tutto il resto, in tutto ciò che è diverso da Dio, la Causa si scinde dal fine.

Quindi abbiamo questi due grandi poli, la causa rimane sempre, perché tutta la creazione è causata da Dio, Dio è la causa unica di tutta la creazione ma, il Fine non si vede più, il Fine passa attraverso l'uomo.

Per cui tutta la creazione si conclude nell'uomo, tutto l'uomo si conclude nel suo pensiero e il suo pensiero si conclude nel Pensiero di Dio e nel Pensiero di Dio allora il cerchio si chiude, perché nel Pensiero di Dio abbiamo il Padre come Fine.

T.: L'importanza del non essere autonomi.

Luigi: Domenica prossima vedremo proprio questo, perché dice: "Il Padre non mi lascia mai solo, perché faccio sempre ciò che piace a Lui".

Lì c'è il principio proprio della fuga dall'autonomia.

Altrimenti noi abbiamo proprio la sensazione dell'autonomia proprio perché perdiamo l'unione con Dio.

Soltanto che bisogna capire come fare per non perdere il contatto con Dio.

Non basta mica dire da mattina a sera: "Signore, Signore" o: "Gesù, Gesù".

Tu puoi dire: "Gesù, Gesù" da mattina a sera, ma poi la tua giornata a che cosa la dedichi?

Tu resti unito a ciò cui dedichi il tuo pensiero.

Tu la tua unione la realizzi lì e la tua presunta autonomia si verifica lì-.

Per cui c'è questa grande difficoltà che è una grande tribolazione, per cui uno vorrebbe pensare Dio, restare con Dio e si accorge invece che è portato via da tutto il resto.

Ma perché è portato via?

L'errore sta lì, l'errore sta nel fatto che tu non riporti a Dio, non cerchi il Pensiero di Dio, cioè non ha Dio come fine.

Ricevi tutto da Dio ma non riporti tutto a Dio.

R.: Quando il cerchio si chiude e si arriva al Principio, si arriva alla Fine, a quel punto lì si contempla in Dio.

Luigi: Certo.

R: Mi pare che quello che lei ha detto oggi chiarisca bene che il nostro vero padre non è il padre terreno ma, il Padre celeste come l'albero affonda le sue radici nella terra e quindi dalla terra trae nutrimento per vivere e per crescere, l'uomo dato che affonda le sue radici nel cielo di Dio, riceve la sua vita, quindi la sua linfa nello Spirito da Dio.

Materialmente l'uomo mangia e beve e nutre il suo corpo con cose materiali ma, poiché le nostre radici non sono come quelle degli alberi nella terra ma, sono in cielo in Dio, noi non possiamo fare a meno di nutrirci di Dio se vogliamo vivere, perché è proprio quello il punto importante. Cioè questa dichiarazione che l'uomo affonda le sue radici in cielo dovrebbe farci pensare a questa cosa, perché in effetti soltanto ricevendo nutrimento spirituale da Dio possiamo vivere e da questo poi è facile dedurre che il nostro vero padre non è quello che ci genera materialmente ma è Dio, in quanto è Lui che c'ha creati ed essendo nostro Principio e nostro Fine, a Lui ritorniamo.

Luigi: Sì, ma noi ci nutriamo, quindi assimiliamo in quanto guardiamo a Dio come fine.

Ѐ il fine che nutre noi.

Infatti, il giorno in cui lei non sa più per che cosa vivere, lei si sente a terra, non ha alimento.

Il fallimento viene dal fine.

Le nostre radici che affondano in cielo, assimilano in quanto tendiamo a Dio come fine.

E.: Lei ha detto che l'uomo non può fare a meno di nutrirsi di Dio ma, in realtà l'uomo può fare a meno di nutrirsi di Dio fino a lasciarsi anche morire.

R.: L'uomo che vive materialmente si nutre soltanto di cose materiali ma, la sua aspirazione è altra.

Luigi: Muore dentro, nutre il suo corpo però, la sua anima non è nutrita, muore di fame.

R.: E quindi se vuole vivere non può fare a meno di nutrirsi di Dio.

E.: Se vuole vivere consapevolmente in Dio.

Perché può anche non vivere consapevolmente in Dio e il suo spirito muore.

L'inferno è quello: non attinge vita da Dio.

Con il corpo ce ne accorgiamo se non gli diamo da mangiare ma della  fame dell'anima non ce ne accorgiamo mica.

Se non gli diamo da mangiare un giorno dietro l'altro, ci troveremo lontanissimi da Dio, se non magari nella morte addirittura e ci siamo arrivati senza accorgercene.

Cioè viviamo la consapevolezza della morte, dell'impossibilità di vivere.

Siamo fatti per la vita e non possiamo vivere.

Luigi.: Diventiamo consapevoli della nostra morte, è una morte cosciente.

La morte non è annullamento, la morte è una presa di coscienza della nostra situazione di morte, del nostro stato di morte, è una presa di coscienza progressiva, a un certo momento uno progressivamente costata di essere in una situazione di morte.

R.: Nella scrittura è scritto "Saranno tutti ammaestrati da Dio".

Luigi: "Siamo tutti ammaestrati da Dio".

R.: "Siamo tutti ammaestrati da Dio".

Luigi: Ѐ presente: "Siamo già tutti ammaestrati da Dio".

Rita: Qualunque uomo che pur non conosca Dio, che non abbia nessuna nozione di Dio, se Dio ammaestra tutti non può arrivare a quello stato di morte.

Luigi: Si arriva, si arriva, Dio ammaestra tutti ma non basta.

In una scuola il maestro ammaestra tutti ma non tutti ricevono allo stesso modo.

Non c'è niente di automatico in Dio, non siamo delle macchine.

Dio non ha creato noi come delle macchine, non avviene niente di automatico.

In Dio ci vuole sempre questa corrispondenza, questa dedizione, questo superamento del Pensiero di noi stessi.

Se non si supera il pensiero del nostro io, si assiste proprio alla nostra morte e non se ne esce, cioè si tocca il fondo ma, non si risale mica, si tocca il fondo e si sta lì, non si risale se non si supera il pensiero del proprio io.

R.: Ma Dio opera in tutto e in tutti per salvarci.

Luigi: Lui opera tutto per salvarci ma, non è detto che tutti si salvino.

E.: Non ci salva senza di noi.

Luigi: Certo: "Colui che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te" cioè non si arriva a conoscere Dio se non si ha Dio come fine e non si ha Dio come fine senza di noi.

Dio come causa è senza di noi, quello è bloccato, noi non possiamo assolutamente cancellare la Causa, quello è fisso, è determinato prima di noi ma, Dio come Fine in noi, non si realizza senza di noi.

Per cui il cerchio non si unisce, non si completa senza di noi.

Il che vuol dire che se resta interrotto, abbiamo la fame di Assoluto ma non abbiamo l'Assoluto.

Ѐ quella fame di Assoluto che porta all'inferno.

L'inferno è fatto dalla fame di Assoluto, le fiamme dell'inferno sono date da questa fame di Assoluto che non trova il pane: è quello che costituisce l'inferno.

R.: Ma io preferisco pensare che non ci sia nessuno in quella situazione.

Luigi: Va bene, può anche darsi, non possiamo dire nulla però, certamente il Signore ci parla di quello nel Vangelo.

Ѐ detto questo: "Il loro verme non muore" una cosa e l'altra.

Quindi c'è questo rischio.

Ora, lo dice ancora per salvarci sia chiaro però, c'è questo rischio qui, di vivere nel pensiero del nostro io e di non preoccuparci di superarci.

Noi stiamo correndo questo rischio qui.

 T.: Io sono unita al fine per cui vivo.

Luigi: Certo per cui se non ho Dio come fine non posso restare unito a Dio, pur desiderandolo sia chiaro.

Io desidero restare unito a Dio ma se all'atto pratico io non ho Dio come fine non posso.

E si ha Dio come fine soltanto in quanto si cerca il Pensiero di Dio.

Perché Dio come fine è solo nel suo Pensiero.

La cosa di cui dobbiamo essere veramente convinti è questo: Dio come Fine è solo nel suo Pensiero, non è altrove.

Per cui se noi non cerchiamo il Pensiero di Dio, noi non possiamo avere Dio come fine e non avendo Dio come fine abbiamo altri fini e quindi non possiamo restare uniti a Dio, necessariamente perdiamo l'unione con Dio, nonostante tutta la nostra volontà, tutti i nostri propositi, tutti i nostri sforzi, tutti i nostri sacrifici noi non possiamo restare uniti a Dio.

P.: Lei ha annunciato il tema della Presenza di Dio nel suo Pensiero.

Luigi: E quindi della differenza che c'è tra la Presenza di Dio nel suo Pensiero e la presenza di Dio nelle creature.

Per cui Dio è Presente nel suo Pensiero in un modo tutto singolare, molto diverso dalla presenza di Dio nella creazione.

P.: Perché nel Verbo, nel suo Pensiero è Presente come Causa e come Fine.

Luigi: Come Motivante e come Motivo.

Motivante e Motivo coincidono, mentre invece della creazione è soltanto Motivante, è soltanto Principio, non è come Fine, perché il Fine è soltanto nel suo Pensiero.

Il che vuol dire che se in noi non c'è il Pensiero di Dio, noi non possiamo avere Dio come fine, nel modo più assoluto.

P.: Dio creando me, mi ha dato come Fine Dio stesso, però io non posso averlo come fine senza il Pensiero di Dio, era questo che volevo dire.

Luigi: Perché è solo nel Pensiero di Dio che Dio è Fine.

Si può anche non accettare questo, si può anche approfondire.

Io l'ho detto, ho detto anche i motivi e le ragioni però, uno può anche non essere convinto.

P.: La ragione, il motivo è questo che il Padre genera il suo Pensiero, il Pensiero di Sé e non può che generarlo che per Se stesso.

Luigi: Sì, perché Dio è Lui solo l'Essere.

Abbiamo una singolarità che non si traduce in nessun’altra cosa, in nessun altro esistente, cioè non c'è nessun segno di Dio, nessuna creazione che sia "essere", soltanto Dio ha questa singolarità.

Dio solo è Colui che è, tutto il resto è ed esiste in quanto partecipa di Dio ma, in sé no.

Il verbo invece sì, e perché il Verbo è Pensiero di Dio.

Nel Pensiero di Dio abbiamo il passaggio dal di-, al da-, per cui nel Pensiero di Dio c'è la Presenza del Padre.

Li scopriamo però com’è la Presenza perché nel Figlio c'è il Padre e siccome il Figlio, il Pensiero di Dio è dato a noi, nel Pensiero di Dio c'è il Padre.

Quindi nel Pensiero di Dio che portiamo in noi, c'è il Padre come generante.

Quindi qui non c'è una separazione.

Anche andando nel cielo, noi non troveremo il Figlio qui e il Padre là.

Non creiamoci delle illusioni o dei fantasmi.

Il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, come Dio è in noi: non lo vedremo mica fuori di noi.

P.: Bisogna capire bene cosa vuol dire questo essere in noi.

Luigi: Quando diciamo che il Padre è presente nel Figlio, cos'è questo essere in-, nel-?

Questo essere in me e con me, cosa è questo "me"?

Quel "Me" è il pensiero di-.

.....Qui siamo otto o nove persone, apparentemente siamo presenti con il nostro corpo ma i pensieri chissà dove sono.

La vera presenza si ha soltanto nel pensiero.

Il tuo pensiero è pensiero di che cosa?

Lì c'è la presenza.

P.: Se io sto attenta a quello che lei dice io sono presente.

Luigi: La vera presenza si ha nel pensiero e la vera presenza, in Assoluto, è data nel Pensiero di Dio.

Ora, il Pensiero di Dio ha presente il Padre, è Pensiero del Padre, ha Presente il Padre come l'Essere del suo stesso Pensiero e lì abbiamo la vera Presenza.

Allora se questa è vera presenza, tutte le altre presenze evidentemente sono presenze relative, non sono vere presenze.

Tant'è vero che noi costatiamo che non sono vere presenze.

Le vere presenze si realizzano soltanto nel pensiero e si realizzano proprio in questo, in quanto uno è pensiero di-.

Ora, noi siamo stati creati per diventare Pensiero di Dio, come il Figlio è Pensiero del Padre, ma questo si realizza soltanto nel Pensiero di Dio, sia chiaro.

E.: Però il Pensiero di Dio in noi è una realtà.

Luigi: Ѐ una realtà indipendente da noi.

E.: Direi che è una realtà forse più intima a noi di quanto non lo sia il pensiero del nostro io.

Luigi: Certo.

E.: Le altre presenze che entrano in noi, vanno e vengono mentre il Pensiero di Dio non è che vada e venga e quindi c'è una diversità.

P.: La consapevolezza che abbiamo di Dio va e viene.

E.: Va e viene a livello di dedizione da parte nostra.

Luigi.: Il Pensiero di Dio è in noi, anche senza di noi.

Il Pensiero di Dio non è che vada e venga, anche se il Signore dice: "Noi verremo e faremo abitazione" ma non è che Loro si muovano, evidentemente è una maturazione nostra, attraverso l'opera di Dio siamo portati a prendere consapevolezza di quello che è già presente in noi, di quello che già portiamo in noi.

Ma il Pensiero di Dio è dato a noi, a costo di lasciarsi uccidere ma è dato a noi e resta magari in morto in noi ma resta.

E.: Dio ha legato il suo Pensiero a una individualità la nostra, quella di ognuno di noi.

Luigi: Certo perché questa è la condizione affinché noi possiamo pensare Dio e amare Dio.

Perché se Dio non si dona a noi, non possiamo nemmeno immaginarcelo Dio, noi siamo degli animali cioè, come struttura fisica noi siamo degli animali ora, noi possiamo pensare Dio soltanto in quanto Dio per primo si dona a noi.

La nostra volontà non può volere se non quello che ha visto ma allora, vuol dire che il dono del vedere precede la nostra volontà, quindi noi possiamo volere in quanto per primo qualcuno si dato a noi, a costo di lasciarsi uccidere, quindi c'è questo rischio.

Dio donandosi corre questo rischio però evidentemente, il dono di Sé è superiore la rischio stesso, perché donandosi, dà a noi la possibilità di pensarlo, di amarlo, di cercarlo, di volerlo altrimenti la nostra volontà non può volerlo e non potendo volerlo non può pensarlo e quindi non possiamo certamente stabilire un rapporto con Dio.

Quindi Dio per primo, essendo noi creature, si concede, allora c'è la Presenza di Dio in noi senza di noi e qui abbiamo l'opera del Creatore.

Dio è presente in noi senza di noi, adesso però, che Lui sia presente in noi, non è detto che noi siamo presenti a Lui, non è detto che noi siamo presenti a Lui come Lui è presente a noi.

Tutto il problema sta nel poter essere anche noi presenti a Lui come Lui è presente a noi, perché allora qui si stabilisce l'armonia. Altrimenti noi restiamo bruciati dalla sua Presenza, perché la sua Presenza in noi crea una passione d'Assoluto.

Questa passione di Assoluto se non si conclude ci brucia e ci condanna.

E.: Pensavo ancora al rapporto fra Padre e Figlio unigenito e al rapporto nostro col Pensiero di Dio.

Dio in noi è immanente perché ci dà il Pensiero di Dio, fa parte della nostra persona.

Luigi: Siamo fatti in coppia.

E.: E Dio è nello stesso tempo trascendente a noi.

Per il Figlio unigenito cioè per il suo Pensiero, il rapporto è di immanenza solamente.

Luigi: Certamente, è logico perché il Figlio è Dio.

Infatti, l'abbiamo visto la volta scorsa: è Dio da Dio, Luce da Luce, perché prende consapevolezza di essere Pensiero del Padre guardando il Padre.

Perché Lui è puro Pensiero di Dio ed essendo puro Pensiero di Dio non si distoglie mica dal guardare il Padre.

Guardando il Padre non fa altro che confermare Se stesso, perché vede nel Padre la nascita, la generazione di Sé.

Per cui forma una cosa sola con il Padre e il Padre è nel Pensiero stesso suo.

Per cui nel Figlio c'è il Padre.

E.: Stavo pensando che essendo Dio immanente a noi.

Luigi: Immanente e trascendente.

E.: In che rapporto si pone per trovarlo nella trascendenza?

Luigi: Si pone in questo senso: noi dobbiamo superare tutto di noi.

Si richiede il superamento, il superamento di tutta quella che è la nostra esperienza, di tutto ciò che è relativo al pensiero del nostro io.

E per fare questo dobbiamo passare attraverso il Pensiero di Dio, passare al Pensiero di Dio superando tutto quello che è relativo al mio io, quindi la creazione, le mie esperienze, le mie conoscenze, i miei sentimenti, superando quello che mi piace, quello che mi è simpatico, quello che mi conviene, superando tutto questo mondo.

E.: Ѐ la via alla trascendenza.

Nella sua purezza diventa immanenza pura.

Luigi: Certamente.

Noi siamo destinati proprio a entrare in questa immanenza però, non si entra senza questo superamento di tutto il resto, perché Lui è trascendente.

Lui è in noi ma non é noi.

PI.: Cosa vuol dire immanenza?

E.: Vuol dire Dio in noi, dentro di noi.

Luigi: Trascende vuol dire che supera, Lui è in noi ma trascende noi, per cui pur essendo in noi non è nostro.

Per cui se tu non ti superi, perdi il Pensiero di Dio, ne senti gli effetti, perché Lui è immanente e quindi essendo immanente in te, ti brucia.

Tu senti la passione dell'Assoluto e questa passione dell'Assoluto è data dalla sua Presenza, per cui tu subisci l'effetto della sua Presenza ma, Lui non lo conosci, perché per conoscerlo tu devi superare te stesso.

Tu lo conosci soltanto in quanto lo deduci da Dio.

Infatti, Gesù, proprio nel capitolo settimo al versetto 29 dice: "Io lo conosco perché sono da Lui ed Egli mi ha mandato" quindi in quanto "da", "sono da", deduzione.

Quindi il Figlio si conosce per deduzione ma questo che cosa ci fa capire poiché lo dice per noi?

Anche noi conosciamo il Pensiero di Dio per deduzione, per deduzione da Dio.

Soltanto in quanto contempliamo Dio, guardiamo a Dio, per deduzione lo conosciamo, in caso diverso no.

Lui dice: "Io lo conosco perché sono da-", quindi Lui si deriva da-.

Ѐ nel processo di deduzione che c'è la conoscenza.

Senza questa deduzione, noi esperimentiamo la passione, l'effetto, quindi Dio come Causa, noi esperimentiamo l'effetto della Presenza di Dio però, non conosciamo Lui.

E.: Noi lo conosciamo per deduzione ma, il Pensiero di Dio non deduce dal Padre.

Luigi: Il Pensiero di Dio si deduce dal Padre perché: "Nessuno conosce il Figlio se non il Padre".

E.: Pensavo ci fosse una partecipazione dell'io in questa deduzione.

Luigi: No quando noi pensiamo Dio e già il Pensiero di Dio in noi che lavora e siccome il Pensiero di Dio è Figlio di Dio e deduce dal Padre, perché contemplando il Padre vede quello che il Padre genera e quindi vede Se stesso nel Padre.

Questo lavoro qui, il Figlio lo fa anche dentro di noi, perché la generazione è eterna, non è stata, non è che il Figlio sia nato da Dio, il Figlio di Dio nasce, è generato dal Padre oggi ma, è un oggi eterno.

Il che vuol dire che se noi pensiamo Dio, quando noi pensiamo Dio, non siamo noi che pensiamo, è il Pensiero di Dio in noi che guarda il Padre, e il Pensiero di Dio in noi che guarda il Padre cosa fa?

Guardando il Padre dice a noi la sua generazione.

P.: Li è evidente che noi conosciamo il Padre solo attraverso il Figlio.

Luigi: Resta confermato quello che dice Gesù: "Nessuno può venire al Padre se non per mezzo di Me".

P.: Lei ha accennato all'importanza e alle conseguenze cioè il segreto di come fare per non perdere l'unione con Dio, l'importanza di quest’argomento.

Luigi: In quanto noi siamo uniti a ciò che abbiamo come fine, se Dio per noi non è il fine (e non è una cosa automatica), noi non possiamo assolutamente stabilire l'unione con Dio.

P.: Quindi il segreto sta nell'avere Dio come fine e questo è possibile solo attraverso il pensiero cercando il Pensiero di Dio.

Luigi: Certo perché Dio come fine è solo (solo!) nel suo Pensiero e in nient'altro e in nessun altro.

Poi approfondisca e ci pensi.

P.: Il Padre come Fine è solo presente nel Pensiero di Dio.

Luigi: Come Causa è in tutto, come Fine è solo nel suo Pensiero.

P.: Questo ci obbliga ad approfondire la mediazione del Pensiero di Dio.

Luigi: Certo.

P.: Noi finora magari, anche superficialmente abbiamo detto sempre che Dio ha fatto tutto per Sé.

Adesso qui è bene specificata la distinzione: Dio il Pensiero di Dio lo genera per Sé, a noi stessi come creature umane, Lui creandoci dà a noi Se stesso come Fine ma, non l'abbiamo come Fine senza di noi.

Luigi: Per cui possiamo dire che tutta la creazione, miliardi di soli, si conclude nel nostro pensiero.

P.: Non torna a Dio senza di noi.

Luigi: Non torna a Dio senza di noi, per cui possiamo proprio dire che noi siamo i veri sacerdoti dell'universo.

Perché l'universo non si consacra senza il nostro pensiero.

P.: Dunque tutto non torna a Dio senza di noi ma, noi non possiamo senza il Pensiero di Dio.

Luigi: Si capisce.

PI.: Infatti si esperimenta che qualsiasi Luce sia in fase ascendente che in fase discendente è nel Pensiero di Dio.

Nel momento in cui noi capiamo qualche cosa della Parola di Dio, noi siamo nel Pensiero di Dio.

Luigi: Tutta la creazione è fatta nel Pensiero di Dio ma il Pensiero di Dio è in noi, tutta la creazione è fatta per noi, affinché noi attraverso il Pensiero di Dio portiamo tutta la creazione a Dio, al Padre.

P.: "E Colui che mi ha mandato è con Me", dice il versetto.

Se io mi fermo a questa prima parte, mi pare evidente che Gesù parla della Causa: "Colui che mi ha mandato": è la Causa.

Il Fine io qui non lo vedo.

Luigi: Certo.

P.: E lei ci ha fatto riflettere sul Fine, già tenendo presente la seconda parte del versetto.

Luigi: No, no, perché questo: "Essere con me" se fosse soltanto causa non sarebbe "con me".

La presenza si realizza soltanto come Fine, quel "con" si realizza soltanto come Fine, altrimenti non si realizza, perché se è causa, Lui è mandato ma, è mandato a chi?

Noi siamo partiti dal concetto di "mandato".

"Mandato" è separazione da-.

Dove avviene allora che uno parte e rimane fermo?

Ѐ solo in Dio che si realizza questo, solo in Dio uno parte e resta, altrimenti all'infuori di Dio se uno parte non resta mica; quindi chi è mandato e distaccato, il "mandato" è un distaccato, distaccato dal mandante, per una certa missione.

Adesso lui avendo ricevuto la sua missione, ha presente la sua missione quindi va a quel fine là, andando a quel fine perde il contatto con chi lo manda, non resta più alla presenza di questo, perché cammina verso il fine.

P.: E invece Gesù qui dice: "Ѐ con Me".

Luigi: Come può realizzarsi questo?

C'è una conflittualità, c'è una contraddizione.

La contraddizione sta tra il "mandato" e "essere con".

Non si può essere mandati e restare con-.

Se lei mi manda a fare una commissione, io non posso restare con lei.

P.: Si però col pensiero lei è unito.

Luigi: No, io col pensiero sono unito alla commissione che lei mi ha dato da fare.

Intanto lei mi dice che col pensiero io sono unito a lei, già questo mi rivela che soltanto nel pensiero è possibile questo, mentre invece fisicamente mi devo separare.

P.: Se io faccio una commissione per una persona, ho presente quella persona e sono unita a quella persona.

Luigi: Ho presente quella persona però io, siccome devo fare la commissione, debbo guardare al fine anche come pensiero, quindi questo mi distoglie dal mandante, mi porta via perché sono preoccupato di guardare a quella commissione, a quel fine, il fine non è la persona che mi ha mandato.

Solo se quella persona mi dice: "Guarda me, resta appiccicato a me", in quel caso la persona diventa causa e fine e qui abbiamo l'idolo, qui abbiamo la persona che si fa idolo, diventa principio e fine, quindi qui abbiamo l'errore.

Solo Dio può fare quello, solo Dio mi manda ma, mi manda a Se stesso, dice: "Io ti mando a Me, per cui Io ti ordino di guardare Me".

Una creatura che essendo creatura mi dicesse: "Io ti obbligo di guardare me, di pensare me" fa di sé un idolo, fa di sé il centro, quindi fa l'errore, quindi si mette al posto di Dio, quindi abbiamo l'idolo.

Per questo dico che la creatura non può essere contemporaneamente causa e fine.

Dio solo è causa e fine: abbiamo una singolarità tutta particolare in Dio che non si può trasferire a nessuna creatura, a meno di fare la creatura un idolo ma, quindi di fare un errore.

P.: Qui scaturisce molto l'importanza del Pensiero di Dio.

Dio lo conosco attraverso il Pensiero di Dio.

Ho bisogno di riordinare un poco le idee circa il processo della conoscenza di Dio.

Quando noi diciamo conoscenza di Dio, noi intendiamo conoscenza del Padre.

Luigi: Ma il problema di questa sera non è questo, bisogna restare nel tema di questa sera, in questo problema, in questo argomento:  Soltanto nel Pensiero di Dio noi abbiamo Dio come fine.

Bisogna convincerci di questo e soltanto se siamo ben convinti di quello, allora abbiamo la strada, il sentiero, l'apertura per l'unione con Dio.

Molte volte si parla di unione con Dio, unione con Dio ma si fa del sentimento e uno esperimenta invece la grande difficoltà dell'unione con Dio.

L'unione con Dio si ha soltanto nel Pensiero di Dio, perché solo nel Pensiero di Dio, Dio è presente come fine, in nessun'altra cosa. Ѐ l'esclusione quindi di tutte le altre cose come fine che ci dà la possibilità.

P.: E già cercando il Pensiero di Dio sono unita a Dio.

Luigi: Si capisce.

P.: Anche se non l'ho chiaro.

Luigi: Chi cerca è attratto, quindi appartiene già ma, in quanto cerca, se un invece crede di essere unito a Dio ma non cerca il Pensiero di Dio non è unito a Dio e esperimenta la schiavitù alle cose.

Non essendo uniti a Dio si esperimenta la schiavitù alle creatura, al mondo.

P.: Si fa di tutto l'Assoluto.

Luigi: Si capisce, non si può farne a meno, la passione dell'Assoluto è più forte di noi.

La passione dell'Assoluto è data a noi dalla Presenza dell'Assoluto in noi, per cui non possiamo mica cancellarla: noi andiamo all'inferno per questa passione d'Assoluto ma non possiamo cancellarla e guardi che non si sta mica bene nell'inferno, eppure non possiamo mica annullarla perché è più forte di noi.

Siccome Dio è più forte di noi, la sua presenza in noi opera questa passione di Assoluto che ci può bruciare.

P.: Il problema è individuarla e orientarla all'Assoluto.

Luigi: Certo perché ci è data per poter conoscere Dio, per poter conoscere l'Assoluto, si tratta però di trovare Dio nel suo luogo e il suo luogo è il suo Pensiero non è altro, è solo lì, solo lì, quindi un punto di singolarità.

E.: La passione dell'Assoluto è data dalla Presenza del Pensiero di Dio in noi però, se sceglie qualche cosa che non è l'Assoluto, che non è Dio, è il pensiero del nostro io che sceglie, pensiero del nostro io che non è un Assoluto.

Luigi: Non è un Assoluto però, il nostro io porta l'effetto della Presenza di Dio, il nostro io è fatto in coppia con il Pensiero di Dio. Tant'è vero che noi possiamo passare dal pensiero dell'io al Pensiero di Dio.

Subiamo la legge della presenza con noi di qualche cosa: ciò che in noi è presente senza di noi ci condiziona.
E.: Perché noi trasformiamo in realtà ciò che invece è relativo però, il bisogno di Assoluto è dato dal Pensiero di Dio, però è il Pensiero di Dio che trasforma in realtà il relativo.

Luigi: No, è il pensiero dell’io che, portando in sé la passione dell'Assoluto ama, guarda ciò a cui si rivolge con questa passione di Assoluto.

E.: L'uomo porta in sé il Pensiero di Dio, però la scelta di un idolo la fa il pensiero dell'io.

Luigi: La fa il pensiero dell'io, appunto per la Presenza di Dio in questo pensiero dell'io.

Perché il pensiero dell'io porta questa passione di Assoluto.

Se io guardo una creatura e la guardo soltanto senza riferirla a Dio, io la guardo con questa passione di Assoluto, per cui voglio che questa creatura sia come Dio e qualunque cosa che amo la voglio assoluta, quindi la voglio immutabile, la voglio vedere, la voglio giusta, la voglio grande come Dio, voglio che sia immutabile come Dio perché questo?

Questo è evidentissimo.

Tutta la fatica dell'uomo è trasformare in eterno, quindi in Assoluto tutto ciò che tocca.

Tutto il lavoro umano è tutta questa fatica, questo sforzo per trasformare in eterno quello che eterno non è.

Naturalmente la partita è persa.

Questo avviene per la Presenza di Dio, l'Assoluto in noi.

Per cui anche tutti gli errori umani ci testimoniano la Presenza di Dio nell'uomo.

E.: Quindi il nostro io è libero solo di scegliere il meno, il negativo, di scegliere la propria rovina.

Luigi: Certo perché tutto quello che il nostro io sceglie di positivo, è tutto grazia di Dio.

Invece il negativo, è tutto opera dell'io, opera pura dell'io in quanto ha trascurato Dio, in quanto non tiene conto di Dio.

P.: L'importanza di quest’argomento, abbiamo visto l'importanza mantenersi uniti a Dio.

Luigi: Perché Lui dice qui: "Ѐ con me" quindi il problema era questo qui, abbiamo la scoperta della Presenza del Padre nel Figlio. P.: Poi lei aveva detto: "Poi vediamo le conseguenze", le conseguenze sono un invito allora a cercare il Pensiero di Dio in tutto, perché se no restiamo separati da Dio.

Luigi: Se non cerco il Pensiero di Dio, io non posso in me restare unito a Dio, non posso

P.: La conseguenza è la separazione.

Luigi: Cioè è Dio che dice: "Via da Me".

Cioè sono gettato nelle tenebre esteriori.

Tenebre esteriori sono il mondo, per cui restò schiavo del mondo esterno, il mondo esterno che entra dentro di me e m'impegna e mi occupa e mi porta via a Dio

P.: E tutto questo a causa del fatto che non ho cercato il Pensiero di Dio

Luigi: Io sono portato via come da un'alluvione, cioè è un'alluvione più forte di me che mi trascina, mi distrugge tutto e mi trascina via perché è più forte di me.

Così è lo stesso: se noi non siamo ancorati a Dio, cioè non cerchiamo il Pensiero di Dio c'è quest’alluvione, tutta la creazione è un'alluvione che ci porta via a Dio, perché entra anche dentro di noi

P.: Questo processo di distruzione e di alluvione incomincia già quando l'uomo da bambino inizia ad avere l'uso della ragione? Magari non lo percepisce subito perché certi valori rimangono intatti, ma a lungo andare è una marea che continua, che aumenta sempre di più e a una certa età, a un certo momento....

Luigi L'uomo porta con sé un problema esistenziale.

P.: Che è un problema enorme.

Luigi: L'uomo porta già in sé, ucciso Dio, l'ha già ucciso.


A.: È sempre il Pensiero di Dio in noi che ci porta verso un fine, sia esso Dio, sia esso altro. Sta all'intelligenza individuare il vero Fine.

B.: L'uomo sulla terra ha un grandissimo vantaggio su tutto il resto della creazione, solo l'uomo ha il Pensiero di Dio quindi la possibilità di uscire del mondo materiale.

Quindi questo Pensiero di Dio bisogna riportarlo a Dio in modo da terminare quel "cerchio" e a questo punto l'uomo è a posto. Altrimenti pur avendo questo privilegio, vive come un animale.

Luigi: Vive peggio di un animale. Guardi che l'uomo scatena delle passioni che non c'è nessun animale che scateni, non c'è nessun animale che possa essere malvagio come può essere malvagio l'uomo. Appunto perché l'uomo ha la passione d'Assoluto, è l'animale più malvagio che ci possa essere, perché è giocato dal pensiero....anche la donna, sia chiaro....

C.: Colui che mi ha mandato è con me se io sono con Dio, se ho cioè come fine.

Luigi: E posso averlo come fine soltanto in quanto cerco il Pensiero di Dio.

D.: È importante avere Dio come fine, questo deve essere chiaro.

E.: Dio come fine, possiamo averlo presente solo nel Pensiero di Dio e qui c'è già una norma di comportamento, tutte le deviazioni dal Pensiero di Dio, anche3 se non me ne accorgo, automaticamente mi portano a tendere verso altri fini.

Luigi: Sì, lì c'è l'automatismo.

E.: Per cui io posso anche vivere in questa frattura, in questa dicotomia.

Luigi: Infatti Gesù dice che la strada che conduce alla perdizione è larga, mentre invece quella che conduce alla salvezza è stretta.

Perché questa larghezza e questa strettezza?

Appunto perché qui c'è un automatismo.

Mentre invece con Dio non c'è automatismo, per cui richiede dedizione del pensiero.

Infatti, Gesù dice che è necessario pregare sempre, perché pregare?

Mica recitare sempre il rosario ma mantenere sempre presente in noi questa ricerca del Pensiero di Dio.

La vera preghiera è elevazione della nostra mente a Dio.

B.: La vera consacrazione avviene sull'altare della nostra mente.

Luigi: I veri sacerdoti siamo noi, perché tutto l'universo s’incentra in noi, affinché dentro di noi avvenga quest’offerta al Pensiero di Dio.

In caso diverso non avviene mica.

Per cui tutta l'opera sacerdotale che c'è fuori, anche la stessa messa, è un segno, per cui se questa messa non avviene dentro di noi, noi restiamo condannati dai segni esterni, gli stessi sacramenti ci condannano se non li abbiamo realizzati dentro.

F.: Pur volendo mettere Dio come fine poi, nella vita pratica di tutti i giorni non lo facciamo.

Luigi: Non basta la pia volontà, lei può dire da mattina a sera: "Signore ti amo" e poi avere la mente chissà dove.

Il Signore mica sta a guardare le parole che tu gli dici con le labbra.

Quello che conta è il pensiero e il fine si realizza in ciò cui noi dedichiamo il pensiero.

Se noi dedichiamo il nostro pensiero al Pensiero di Dio, lì noi abbiamo Dio come fine, altrimenti no, per cui non avviene niente di automatico nei riguardi di Dio.

Dio richiede sempre questa dedizione del nostro pensiero a Lui.

F.: Quindi Lui vuole essere esclusivo.

Luigi: Si capisce: "Non potete servire  due padroni".

La caratteristica della persona è quella di avere un fine, noi abbiamo sempre una finalità e se non abbiamo la finalità positiva di Dio, noi abbiamo altre finalità che sono l'albero, la campagna eccetera.

Noi diventiamo pensiero di ciò che abbiamo presente e il pensiero diventa il mio fine cioè mi attrae.

P.: Allora è un rischio molto grosso perché c'è una differenza enorme tra l'avere Dio come fine e avere altro da Dio come fine.

Avere Dio come fine vuol dire capire che l'unica cosa da fare è capire che siamo spettatori di ciò che Dio fa, quindi è tutta un'attività interiore.

Gli altri fini invece si esteriorizzano sempre in qualche cosa e l'esterno diventa fine ed è quello che ci assorbe, a volte magari anche cose anche fatte in nome di Dio.

Luigi: Ah certo.

P.: Nell'attimo in cui non cercò più di capire il Pensiero di Dio, già quello che Dio mi fa fare diventa fine e mi porta via alla Verità, anche se fatto in buona fede.

Luigi: Dobbiamo capire che il vero lavoro che Dio ci chiede è il pensiero poi, lei è autorizzata anche a stare quarant'anni su una colonna.

Scoprendo che il lavoro vero è quello interiore, ha poca importanza l'esterno, perché l'essenziale avviene all'interno non all'esterno.

Se quello è il vero lavoro, tu puoi anche eliminare tutto il resto, l'importante è che tu faccia quello.

Se tu vai a convertire tutto il mondo ma non fai questo lavoro interiore, è tutto tempo sprecato.

P.: Il fine di Dio è solo nel pensiero non è mai nell'esterno.

Luigi: Solo nel Pensiero di Dio.

P.: L'esterno è sempre ambiguo.

Luigi: Essendo ambiguo può essere rivestito di molte intenzioni diverse e questo vale anche le cose sante.

La vera autenticità si forma dentro di noi in questo rapporto diretto con Dio.



E colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo perché io faccio sempre ciò che a lui piace.
Gv 8 Vs 29 Secondo tema.


Titolo: Il principio dell'unione con Dio.


Argomenti: In Dio la causa coincide col fine, nella creazione no. La presenza non è determinata dalla causa ma dal fine. Cosa significa fare ciò che piace a Dio?  Il Compimento sta nel vedere il rapporto Padre/Figlio. Il piacere agli uomini ci impedisce di piacere a Dio. Non potere smentire la presenza di Dio ma non poterla conoscere. La partecipazione soggettiva dell'uomo alla Realtà oggettiva di Dio.


 

18/Agosto/1985  Casa di preghiera. Fossano.


Restiamo ancora nel versetto 29 in cui Gesù dice: "Colui che mi ha mandato è con me e non mi lascia solo, perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

Abbiamo detto che in questo versetto Gesù ci presenta due grandi argomenti, due grandi principi.

Il principio dell'unione di Dio con noi e il principio dell'unione di noi con Dio.

Abbiamo già visto domenica scorsa il primo principio cioè la Presenza di Dio con noi, indipendentemente da noi.

In quanto qui Gesù dice: "Colui che mi ha mandato è con me", rivela, annuncia come Dio sia presente in tutto e in tutti, perché tutto è mandato da Dio, tutte le creature vengono da Dio e abbiamo visto come in ciò che Dio manda ci sia la Presenza di Dio.

Ma è una Presenza che nella creatura è, indipendentemente dalla creatura, è una Presenza di Dio in noi senza di noi.

Dio è presente in noi senza di noi però, questo non significa reciprocità.

Se Dio è presente nella creatura indipendentemente dalla creatura, crea, opera nella creatura certamente certe conseguenze, certi effetti.

Abbiamo visto che l'effetto più imponente nell'uomo di questa Presenza di Dio in lui, senza di lui, è la passione d'Assoluto.

Questo è l'effetto più imponente però, abbiamo detto che non c'è reciprocità, se Dio è presente in noi, non altrettanto noi siamo presenti a Dio.

Tutta la problematica umana deriva proprio da questo fatto.

Per questo Gesù gli dice: " Colui che mi ha mandato è con Me" e poi afferma: "E non mi lascia solo, perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

È un'affermazione strana il fatto che Gesù, dopo aver detto che Colui che lo ha mandato è con Lui, affermi: "Non mi lascia mai solo", perché è logico, se Dio è con Lui, non lo lascia solo.

Eppure in quanto dichiara: "Non mi lascia solo", già prospetta il rischio dell'esperienza di questa solitudine, ci fa pensare che benché Dio sia con noi, noi possiamo esperimentare la solitudine e Gesù l'ha esperimentata, perché a un certo momento della sua vita Lui dirà: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?".

Quindi c'è questo fatto che secondo la logica nostra è in contraddizione.

La Presenza di Dio nella creatura e il rischio dell'esperienza  per la creatura di questa solitudine.

Solitudine che vuole poi dire autonomia da Dio.

Qui viene fuori quel secondo principio che abbiamo già annunciato: il principio dell'unione con Colui che è con noi, dell'unione con Dio.

Cioè quali sono le condizioni per quest’unione, per restare in quest’unione.

Ed è questo l'argomento di questa sera.

Noi abbiamo già visto domenica scorsa che il fatto di essere "mandati" e di restare presenti con Colui che manda, sia una conseguenza della caratteristica della natura di Dio.

È solo presso Dio che si può realizzare questo.

Perché altrove, quando uno è inviato, si deve separare da colui che lo manda.

Noi abbiamo risolto o prospettato il problema in questi termini, dicendo che colui che manda è la causa e ciò a cui si è mandati è il fine.

Ora, lontano da Dio c'è sempre una differenza fra il principio e il fine, tra la causa e il fine.

Direi che è quello che caratterizza tutta la creazione, mentre in Dio il Principio coincide con il Fine.

Questo perché Dio, essendo Colui che è, tutto ciò che opera, l'opera per Sé e non può operarlo per altro da Sé, poiché Lui solo è, Lui solo è Colui che è.

Allora proprio per questo motivo, presso Dio il Principio coincide con il Fine ma, in tutto ciò che non è Dio, il principio non coincide più con il fine.

Un esempio classico è il padre che genera i figli e i figli non possono vivere per il padre, il padre è la causa dei figli, i figli non possono avere il loro padre come fine e quando una creatura vuol essere principio e fine, abbiamo detto che si forma l'idolo, quindi il peccato, la colpa.

Nessuna creatura può pretendere di essere principio e fine.

Perché si porrebbe al posto di Dio.

Dio solo è in Sé, Principio e Fine.

E abbiamo detto che proprio per questa caratteristica si realizza il fatto che, mentre Dio manda, rimane presente con colui che egli manda.

Rimane presente, perché in quanto manda, determina un fine.

Chi è mandato, è mandato verso un fine e se questo fine è lo stesso di colui che manda, il fine coincide con il principio.

La presenza non è determinata dalla causa, la presenza è determinata dal fine.

Anche se noi crediamo in Dio come Causa di tutto, come Creatore, anche se noi crediamo in Dio come Creatore di tutte le cose e accettiamo tutto da Dio, questo non è sufficiente per mantenerci uniti a Dio.

È qui tutta la grande difficoltà che esperimentiamo, che ogni creatura umana esperimenta nel tentativo di restare unita a Dio.

Pur avendo la volontà di restare uniti a Dio, pur credendo in Dio, pur accettando tutto da Dio, pur accogliendo tutto da Dio, pur dicendo continuamente "Si", tutto questo non è sufficiente, perché?

Perché abbiamo i nostri fini che ci portano lontano da Dio.

Solo se il nostro fine è Dio stesso, solo così noi possiamo restare uniti a Dio.

Quindi quello che ci unisce è il fine, non è il principio.

È necessario, è logico partire dal Principio, è necessario credere in Dio Creatore ma, fintanto che non arriviamo ad avere Dio come fine, noi verremo sempre a esperimentare questo dilemma che portiamo dentro di noi: il bisogno di restare uniti a Dio e l'impossibilità di restare uniti a Dio.

Partendo sempre da questa grande differenza che c'è tra la Presenza di Dio nella creatura e nella creazione e ciò che Dio è in Sé, noi possiamo adesso approfondire quello che Gesù qui dice che Colui che l’ha mandato non lo lascia mai solo.

Anche qui sembra apparentemente una contraddizione, se certamente Colui che lo manda è con Lui, non si può pensare che lo lasci solo.

Eppure si afferma questo, evidentemente c'è questo rischio di essere lasciati soli e come può avvenire questo?

Qui Gesù dà la giustificazione dice un perché.

Dice: "Perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

Ci fa capire che soltanto facendo ciò che piace a Dio si evita di essere lasciati soli da Colui che è con noi.

Dio può essere con noi e noi fare l'esperienza della solitudine e noi fare l'esperienza dell'abbandono di Dio, fare l'esperienza dell'autonomia da Dio.

Noi facciamo quest'esperienza di solitudine, di autonomia da Dio, sempre in quanto non realizziamo quello che qui dice Gesù. Qui ci rivela il principio della nostra unione con Colui che è unito a noi.

E il principio di quest’unione con Colui che unito a noi, è questo: "Perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui".

Cosa significa fare ciò che piace a Dio?

Il piacere deriva dal compimento di una volontà.

Evidentemente soltanto conoscendo una volontà si può piacere a-.

Quando si vuole una cosa, ci si fa piacere in quanto si porta a compimento il nostro desiderio, la nostra volontà e questo è anche quello che avviene nel Figlio.

Questo è anche quello che avviene in Dio e Gesù stesso dice che il Padre inizia l'opera e il Figlio porta a compimento l'opera. Questo piacere a-, vuol dire portare a compimento la volontà di uno.

Il compimento di una volontà non avviene mica in colui che vuole, in termini divini non avviene nel Padre, perché nel Padre tutto è già compiuto.

Il Padre essendo Dio non ha bisogno, in Lui tutto è compiuto.

Il compimento avviene in altro da colui che opera, da colui che vuole, cioè nell'essere diverso.

Il Figlio è diverso dal Padre, pur essendo Dio.

Nel Figlio avviene il compimento, nel Padre no e così anche, in ogni volontà che vuole, il compimento avviene sempre in quanto tende ad affermarsi in altro da sé.

La volontà di uno è la manifestazione di se stesso.

La Volontà di Dio è la manifestazione di Dio.

Dio si manifesta in altro da Sé, non si manifesta a Se stesso, Lui si conosce perfettamente.

La volontà di chiunque è sempre quella di manifestare se stesso ad altro e il compimento sta nel realizzare questa manifestazione di sé in altro.

Portandoci nel termine Padre/Figlio, la Volontà del Padre sta nel manifestare Sé, Padre al Figlio e il Figlio porta a compimento questa Volontà in quanto scopre, conosce la Presenza del Padre in Sé e la Presenza di Sé nel Padre.

Diciamo quindi che il Compimento sta quindi nel vedere questo rapporto che passa tra Padre e Figlio e tra Figlio e Padre.

In questo compimento sta quello che qui Gesù che dice di fare ciò che piace al Padre.

In questo sta il Fine e abbiamo proprio in questa Finalità, il principio della nostra unione con Dio.

Abbiamo detto che quest'argomento è incentrato sul fatto della rivelazione del principio della nostra unione con Colui che è unito a noi.

Noi cerchiamo di piacere ad altri da Dio in quanto abbiamo altri come fine, altri da Dio come fine, perché si piace in quanto si tende al compimento di un essere, si considera un essere come fine.

Ora tutte le volte che noi abbiamo come compimento altro da Dio e tendiamo ad altro da Dio come fine, noi cerchiamo di piacere ad altro e in quanto cerchiamo di piacere ad altri, non possiamo certamente né piacere a Cristo, né piacere a Dio.

San Paolo dice: "Se io cerco di piacere agli uomini, non posso appartenere a Cristo".

Perché certamente Dio non si confonde con nessuna creatura, Dio non si confonde con il mondo e se noi cerchiamo di piacere al mondo, siccome Dio non può essere uguale al mondo, questo fine che noi abbiamo di piacere al mondo o di piacere agli uomini, fossero anche le persone più vicine a noi sentimentalmente, affettivamente fossero anche nostro padre e nostra madre, questo cercare di piacere al mondo ci impedisce l'unione con Colui che è unito a noi.

Quindi ci impedisce di esperimentare la Presenza di Dio, l'unione con Dio, pur sapendo e non potendo smentire che Dio è con noi.

Per cui noi sappiamo una Verità, una Realtà che non possiamo smentire: Dio è con noi, eppure noi esperimentiamo l'assenza di Dio.

Esperimentiamo la solitudine, esperimentiamo l'autonomia da Dio.

È questo che costituisce il dramma umano e può anche diventare un dramma eterno, un dramma dell'inferno, perché anche nell'inferno Satana non può smentire la Presenza di Dio, eppure non può conoscere la Presenza di Dio.

Non può esperimentarla anzi, esperimenta la solitudine, l'incomunicabilità, esperimenta l'autonomia da Dio.

Questa esperienza di assenza di Dio, pur nella convinzione della Presenza di Dio, quest'esperienza è un'esperienza soggettiva, non è oggettiva.

Perché oggettivamente Dio è presente.

È un'esperienza soggettiva, eppure non è mica irreale, è reale, perché colui che esperimenta la solitudine, esperimenta la solitudine, non esperimenta la Presenza di Dio, esperimenta l'assenza di Dio.

Quindi pur essendo soggettiva, è reale.

Perché questo?

Per dirci, per insegnarci che non si arriva a esperimentare la Presenza di Dio e quindi a restare in unione con Dio, senza la partecipazione soggettiva nostra alla Realtà oggettiva.

Ma, questa partecipazione soggettiva a questa grande Realtà di Dio con noi, prima di noi, indipendentemente da noi, senza di noi, questa partecipazione non può avvenire se Dio per noi non diventa il nostro fine, cioè come dice qui Gesù: se non cerchiamo di piacere a Lui, di fare quello che piace a Lui, cioè di portare a compimento quello che Lui ha iniziato.

Quello che Lui ha iniziato è il dono della sua Presenza, senza di noi.

Portarlo a compimento vuol dire esperimentare questa Presenza di Dio, partecipando, rendendo partecipe quello che c'è di noi, in Dio stesso


E.: Mi pare che il principio che qui viene affermato sia il problema dell'unione con Dio.

Qui vediamo anche delineata la condizione per restare in quest’unione.

Molte volte noi siamo distratti dal nostro vero Principio, poiché noi siamo sempre presenti solo a ciò che noi abbiamo come fine.

Luigi: Cioè, noi siamo portati via a Dio dal nostro fine.

E.: Se noi avessimo presente Dio come fine, noi realizzeremo l'unione con Dio.

Luigi: Certo.

Dio nella sua creazione non è presente come Fine, Dio nella creazione è presente come Causa e tutta la creazione si presenta a noi come effetto.

Per noi è facile abbastanza facile credere in Dio Principio di tutte le cose, Creatore di tutte le cose ma, è molto difficile conoscere la Finalità della creazione di Dio, per cui Dio è presente nella creazione come Causa ma non come Fine.

È presente come Fine solo nel suo Pensiero, per cui se noi non siamo nel Pensiero di Dio, se noi non ci raccogliamo nel Pensiero di Dio, non possiamo avere presente Dio come Fine, perché il Fine è presente solo nel suo Pensiero, nel Pensiero di Dio, non nella creazione.

Per questo c'è bisogno di questo distacco da tutte le cose e lì abbiamo la difficoltà, perché tutte le cose per noi come pensiero ci attraggono, in quanto io guardo un albero in me si forma già il desiderio dell'albero, perché divento pensiero dell'albero.

Questo pensiero diventa interesse, desiderio e già subisco una passione, per cui l'albero a un certo momento diventa mio fine e tutte le creature con molta facilità diventano desiderabili da noi e quindi diventano fine.

Questi fini della nostra vita, ci portano molto lontano da Dio, perché Dio come fine è soltanto nel suo Pensiero.

Tutto quello che è fine diverso da Dio per noi, diventa idolo.

Se è mezzo, non è idolo ma, in quanto diventa motivo di vita, motivo del mio pensiero diventa idolo e allora questo mi porta lontano da Dio.

Pur non potendo smentire la Presenza di Dio in noi, in me e nella creazione, perché Dio come causa è presente indipendentemente da noi.

E.: Non è difficile accettare Dio come Causa però, non ponendolo come Fine, noi praticamente tiriamo avanti con uno sdoppiamento: accettiamo Dio come Causa ma non lo mettiamo come Fine: noi non abbiamo presente Dio perché abbiamo presenti altre realtà, altri idoli che noi abbiamo messo al posto di Dio, altri fini.

Molte volte la risposta dell'uomo a Dio si ferma a metà, perché lo accetta solo come Principio.

Luigi: Certo e dice: "Altro non so cosa fare, io accetto tutto da Dio" sembra che sia la perfezione accettare tutto da Dio eppure così si perde l'unione con Dio.

L'unione non è data a noi dalla causa, l'unione è data a noi dal fine.

Questo è molto importante precisarlo, perché allora ci fa capire dove sta l'errore nostro, perché l'unione con Dio non è data dal Principio, dal credere in Dio, è data dall'avere Dio come fine e non possiamo avere Dio come fine se non nel suo Pensiero, perché solo nel Pensiero di Dio noi abbiamo il Fine, Dio come Fine.

E.: E poi qui  annuncia ancora una norma, averlo come fine e fare ciò che a Lui piace.

Luigi.: Fare ciò che Lui piace vuol dire portare a compimento, portare a compimento vuol dire averlo come Fine, il compimento della Volontà di Dio è la manifestazione di sé, quindi portarlo a compimento vuol dire avere Lui come fine, fare quello che piace a Lui, perché altrimenti noi diciamo di fare la Volontà di Dio magari andando a lavorare nei campi perché Dio vuole che io vada a lavorare nei campi e noi scambiamo per Volontà di Dio quello: è sbagliato.

E.: Dio vuole manifestare se stesso, Dio vuole essere conosciuto.

Luigi: Certo perché la Volontà di Dio coincide con Dio stesso, non c'è uno sdoppiamento.

Dio opera tutto per Sé non opera per altro.

E.: Averlo come fine poi, vuole dire ancora concretamente conoscere Lui, conoscere la sua Volontà e conoscere ciò che piace a Lui per poterlo fare.

Altrimenti resta un fine astratto.

Luigi: Però quello che devo fare, cioè questo conoscere Dio, mi porta proprio a capire che Dio stesso, la conoscenza di Dio è il Fine.

Perché il Fine di Dio, la Volontà di Dio è quella di manifestare Se stesso, di farsi conoscere e Cristo è venuto per fare la Volontà del Padre, per fare conoscere il Padre a tutte le creature, a tutti coloro che il Padre gli dà

E.: La conoscenza di Lui è il Fine. E la conoscenza di Dio è il dono di Se stesso.

Luigi: Certamente, per cui nella conoscenza abbiamo la salvezza e abbiamo il possesso di Dio, nella conoscenza.

"Dio vuole che tutti si salvino e giungano a conoscere la Verità" quindi la salvezza è uguale a conoscenza della Verità, la Verità è Lui Stesso, quindi salvezza è uguale a conoscere Dio e questa è vita eterna, "La vita eterna sta nel conoscere Te come vero Padre". Vedi che le cose coincidono?

B.: Pensavo che è un po' il problema di cogliere l'Intenzione che c'è nella creazione.

Luigi: Certo, l'Intenzione cioè la Finalità però, questa Finalità si coglie soltanto nel Pensiero di Dio.

B.: C'è sempre da fare quell'opera di riportare a Dio.

Luigi: Certo, il Pensiero di Dio non si confonde con nessun altro pensiero e allora si richiede il distacco da tutto.

Per cui è solo nella preghiera, nel silenzio, nel raccoglimento del Pensiero di Dio che è dato a noi di cogliere la Finalità.

Perché mentre la Causalità (Dio come causa) non la scopriamo passando dall'effetto alla Causa, perché l'effetto mi richiama la Causa, la Finalità discende soltanto da Dio, discende dall'alto.

Cioè la finalità di un essere io non la colgo osservando le sue opere, colgo la finalità, l'intenzionalità di un essere, conoscendo l'essere.

Per cui è deduzione dall'essere la finalità.

Per cui osservando le opere, le opere mi richiamano alla causalità, a Colui che sta facendo le cose però, l'Intenzionalità io non la posso capire se, a un certo momento non mi staccò dalle opere e osservò Lui.

Perché l'intenzionalità deriva da ciò che un essere è, per cui l'Intenzione di Dio, l'Intenzionalità, la Finalità di Dio deriva da ciò che Dio è ma, conoscere ciò che Dio è possibile soltanto nel suo Pensiero.

Per cui si richiede l'isolamento da tutte le sue opere.

Allora Dio opera creando tutte le cose per evidenziarci Lui come Operatore ma, una volta scoperto Lui come Operatore, adesso dobbiamo capire l'Intenzione sua e per scoprire l'Intenzione sua dobbiamo isolarci nel Pensiero di Dio perché è soltanto nel Pensiero di Dio che si rivela l'Intenzione dell'Essere.

L'Intenzione discende dall'alto, discende da ciò che uno, da ciò che Dio è.

B.: Il compimento è arrivare a vedere il rapporto che c'è tra Padre e Figlio?

Luigi: Sì, perché il compimento sta lì.

B.: E lo Spirito procede solo dal Padre?

Luigi: Lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio, dal Padre e dal Figlio, non solo dal Padre.

Abbiamo visto la volta scorsa che il Figlio, essendo Pensiero del Padre è Pensiero del Padre cioè contempla il Padre.

Contemplando il Padre conosce quello che il Padre fa.

Cosa fa il Padre?

Il Padre genera il Figlio, quindi il Figlio contemplando il Padre conosce Se stesso, quindi conosce Sé come Dio da Dio.

Il Figlio conosce Sé come Dio da Dio.

Il Padre non conosce Sé come Dio da Dio.

Però qui abbiamo l'inizio dell'Opera.

Il Figlio conosce Sé come generato dal Padre e si conosce guardando il Padre.

Infatti, noi stessi avendo Pensiero di Dio in noi, prima di conoscere noi, conosciamo altro da noi.

Noi generalmente conosciamo prima quello che abbiamo presente.

Il bambino conosce la madre prima di conoscere se stesso e così noi prima vediamo la creazione poi, in conseguenza della creazione conosciamo noi stessi.

Così anche il Figlio conosce il Padre prima di conoscere Sé, (se possiamo usare questi termini temporali).

Il Figlio è nel Padre che conosce Sé, perché guardando il Padre conosce quello che genere il Padre, il Padre genera il Pensiero di Sé, il Figlio è il Pensiero del Padre, quindi conosce di essere Pensiero del Padre.

Ma qui la cosa non è compiuta, adesso c'è da scoprire il rapporto che passa tra Figlio e Padre, cioè la Presenza del Padre nel Figlio e del Figlio nel Padre che un rapporto unico.

La Presenza del Padre nel Figlio perché nel Figlio c'è presente il Padre e nel Padre è presente il Figlio e lì abbiamo il compimento.

V.: La solitudine che ha esperimentato Gesù è per noi?

Luigi: È per noi.

Tutto quello che ha fatto, Gesù l’ha fatto per noi.

Siccome noi esperimentiamo la solitudine in conseguenza del fatto che non abbiamo Dio come fine.

Abbiamo detto che la solitudine si esperimenta in quanto non abbiamo Dio come fine, anche se noi crediamo in Dio.

Allora Cristo essendo Verbo incarnato ha vissuto tutte le nostre esperienze per noi, per stabilire un aggancio con noi, in modo che noi vedendoci, specchiandoci in Lui (Lui è specchio) attraverso Lui abbiamo la possibilità di vedere una soluzione.

Non siamo più soli perché c'è l'Altro che vive la mia stessa esperienza.

Soltanto che la mia esperienza è una conseguenza del peccato, l'esperienza che Cristo fa è un dono d'amore, non è in conseguenza del peccato.

Cristo non ha sofferto l'abbandono a causa del peccato ma, per amore, in quanto ha vestito la nostra situazione di peccato.

Noi per il peccato esperimentiamo la solitudine, l'autonomia da Dio, Cristo invece l'ha fatto per amore, per dare a noi la possibilità di un aggancio.

N.: Cristo nell'attimo in cui dice: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?", insegna a noi.

Lui in quell'attimo ritorna nel Pensiero di Dio.

Luigi: No, Lui presenta la nostra situazione e ci offre l'uscita.

N.: Ci offre l'uscita riagganciandoci al Pensiero di Dio in quell'attimo.

Quel: "Dio mio, Dio mio" è un'invocazione a Dio ed è fatta nel Pensiero di Dio.

È il modo per recuperare la nostra situazione.

Luigi: Cioè, Lui vive la nostra situazione ma, ci offre la possibilità di uscire.

N.: Ci fa vedere il modo di uscirne.

Luigi: Certo.

N.: Perché se no, non avrebbe senso.

R.: Si può avere Dio come Causa, accettare tutto da Dio poi però, non avendolo come Fine esperimenti l'assenza di Dio.

Luigi: Certo esperimenti l'assenza di Dio.

L'unione con Dio non è data dal credere in Dio Creatore, come Creatore di tutte le cose, quindi ricevere tutto da Dio ma, è data dall'avere Dio come Fine.

Soltanto in quanto noi abbiamo Dio come Fine, noi abbiamo la possibilità di restare uniti a Dio, in caso diverso no!

Noi possiamo anche pregare da mattina a sera, fare sacrifici enormi ma, noi non possiamo restare uniti a Dio, perché è sufficiente che guardiamo qualche cosa di diverso da Dio che già desideriamo quel qualche cosa di diverso e quello già ci porta lontano da Dio.

Non possiamo farne a meno.

Soltanto quando guardando altro da Dio, lo vediamo come segno di Dio e cerchiamo il Pensiero di Dio, allora qui abbiamo Dio come Fine.

Perché è nel Pensiero di Dio che Dio è come Fine.

Ma se non abbiamo il Pensiero di Dio, quindi non cerchiamo il Pensiero di Dio (perché noi restiamo in quanto cerchiamo) se noi non cerchiamo il Pensiero di Dio, noi non possiamo restare uniti a Dio, quindi perdiamo l'unione con Dio, pur non potendo smentire che Dio sia con noi.

Per cui noi sappiamo che c'è una Realtà ma noi esperimentiamo una realtà diversa: è la conflittualità esistenziale in cui si trova ogni uomo.

È una grande sofferenza perché c'è una Realtà e l'uomo si trova al di fuori di questa Realtà, non può esperimentare, toccare con mano questa Realtà.

E allora c'è la sofferenza mentre la gioia, il piacere, ci arriva dal fatto di poter toccare con mano la Realtà che non si può smentire: poterla esperimentare.

Potere esperimentare quello di cui uno è convinto.

V.: Quando si esperimenta quest’assenza, è importante fermarsi.

Luigi: Certo, è un richiamo questa solitudine.

È come aver capito che stiamo camminando su una strada sbagliata, diversa da quella sulla quale dovremo essere.

Se non ti fermi aggravi sempre di più l'errore.

B.: Fuori di noi quello che arriva come segno va riportato a Dio per cercare il Pensiero, il Fine di Dio.

Le parole che diciamo devono avere Dio come motivante?

Luigi: Si capisce, dobbiamo essere mossi da Dio e quindi avere come intenzionalità la sua Intenzione, quindi avere Lui come Fine. L'Intenzione di Dio è il Fine.

Abbiamo detto che l'Intenzione, la Volontà di Dio è quella di manifestare Se stesso.

La manifestazione di Sé è il fine di Dio.

Allora se noi siamo mossi dall'Intenzione di Dio, tendiamo a questa finalità qui.

L'intenzione guarda verso una meta e allora quello ci mantiene uniti a Dio.

Sì invece noi siamo motivati da altro, quello ci porta via a Dio ma, il motivo è sempre davanti a noi.

È come quando uno prende la macchina, vuol andare in un certo posto, quella città in cui vuole andare gli fa fare tutte le scelte.

A ogni bivio, quella meta gli fa scegliere quale strada prendere, ma lui ha davanti a sé il fine, quella diventa la sua intenzionalità.

Conoscendo qual è l'Intenzionalità di Dio (quella di manifestare Se stesso) se noi in tutte le cose ci comportiamo secondo questa intenzionalità, allora abbiamo presente Dio e restiamo uniti a Dio, in caso diverso no.

R.: Il fine dell'uomo sta nella conoscenza del Padre.

Dio ci ha fatto questo dono supremo che è quello di poterlo conoscere.

Soltanto quando la creatura giunge alla conoscenza del Padre, può contemplarsi nel Padre.

A questo punto non può più ritornare sulla terra, cioè vive nel cielo, anche se è ancora in terra.

Gesù dice "Il Padre non mi lascio solo perché Io faccio sempre ciò che piace a Lui", infatti quando è che noi esperimentiamo la solitudine? La esperimentiamo nel pensiero del nostro io ma, non appena rientriamo nel Pensiero di Dio, ecco che si ripristina il contatto.

A noi sulla terra è molto facile rompere questo contatto, questo legame con Dio.

Luigi: È più facile romperlo che mantenerlo, perché per mantenerlo bisogna sempre superare noi stessi, trascendere noi stessi, quindi è sufficiente lasciarsi andare e la strada diventa larga, diventa facile, invece vivere in Dio come Fine diventa molto difficile, la strada diventa molto stretta, perché richiede un superamento continuo delle apparenze, del pensiero del nostro io e di tutti i nostri fini.

R.: Però quando Dio ci farà il dono della sua conoscenza, io credo che sarà molto più facile.

Luigi: Più si conosce Dio e più la cosa è facile ovviamente.

R.: Quando lo si conosce penso che non sia più possibile tornare indietro.

Luigi: Quanto più uno lo conosce e quanto più diventa facile per lui anzi, diventa molto difficile pensare a sé e parlare di sé, perché conosce che c'è un errore di fondo.

Quando una creatura vive nel pensiero del proprio io, quando trova un'altra creatura che gli dice: " Tu sei bella, brava, tu sei intelligente" quella creatura si esalta, se invece è orientata Dio ascoltando questo prova un fastidio enorme, perché comprende che non è vero.

Il fatto stesso di percepire questo fastidio, già denota che in noi c'è un orientamento a una Verità diversa dal nostro io.

N.: Avrei voluto che fosse stato chiarito bene quel: "Dio mio, Dio mio perché mi abbandonato?".

L'uomo deve arrivare proprio a esperimentare il fondo di questa solitudine, perché in lui nasca quell’invocazione a Dio.

Luigi: Non è detto, non è detto che esperimentando la solitudine e la lontananza da Dio, uno automaticamente si rivolga a Dio, non è detto.

N.: Non diciamo automaticamente ma è l'unico mezzo.

Luigi: Il mezzo è il Pensiero di Dio.

Se Dio non si concede a noi, noi possiamo esperimentare tutta la solitudine di questo mondo ma non ne usciamo.

Guarda che Satana esperimenta il fondo, eppure non ne esce.

N.: Io dico la verità, nella mia poca esperienza, l'ho detto tante volte, ho visto gente arrivare a dire: "Io ho sbagliato tutto" però non sanno dire cosa avrebbero dovuto fare.

Luigi: Appunto, per questo dico che non basta toccare il fondo.

N.: Se riesce a risvegliare quell'invocazione: "Dio mio", perché è il Pensiero di Dio quell'invocazione lì.

Altrimenti Cristo non ci direbbe quello.

Ci sta indicando proprio la strada.

Il fatto che noi si arrivi a un vicolo chiuso mi pare evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Gente che arriva in un buco come il ragno è non può uscirne, però se invoca Dio ecco, che gli si apre una finestrella.

Se no, lui grida solo la sua disperazione e non può fare altro.

E lì che dico che è importante chiarire dire quel: "Dio mio perché mi hai abbandonato?".

Luigi: Certo la salvezza viene dal Pensiero di Dio.

Il Pensiero di Dio ci è dato, è  Dio che si dà a noi prima di noi e questa è la condizione necessaria ma non sufficiente.

La condizione necessaria per poterci aprire a Dio.

N.: Se quel: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?", non è solo parola ma c'è un pensiero dietro, quel pensiero dietro allora è il Pensiero di Dio.

Luigi: Dio si dà a noi prima di noi, senza di noi per offrire a noi la possibilità di invocarlo, di pensarlo e quindi a un certo momento di trascenderci, di superarci e di orientarci verso Dio.

Senza di Lui non possiamo fare niente.

N.: Bisogna imparare a dire: "Dio mio, Dio mio".

Luigi: Cioè bisogna imparare a pensare senza parlare.

Perché noi il più delle volte diciamo troppe parole, anche nei riguardi di Dio e le nostre parole sono il più delle volte senza pensiero.

È meglio il pensiero senza parole che le parole senza pensiero.

G. Lei aveva parlato degli idoli.

Luigi: Sì, tutte le cose che si affermano in noi come principio e fine sono degli idoli.

Faccio l'esempio del genitore che un certo momento vuol essere fine dei suoi figli e pretende così di essere un idolo si fa un idolo. G.: Come possiamo avere noi la percezione di questa solitudine se in noi ci sono degli idoli?

Luigi: Quando lei è in una metropoli, si sente in compagnia o si sente sola?

Lei ha un’infinità di presenze nella metropoli, eppure lei si accorge di essere sola, perché?

Magari preferisce un paese, un villaggio alla metropoli perché?

Perché nella metropoli ha molteplicità di presenze, ha presenze infinite ma che non la comprendono.

Lei non è compresa.

Quando in noi abbiamo degli idoli, noi esperimentiamo la solitudine perché non siamo compresi da questi idoli.

L'idolo non ci comprende mica.

L'idolo ci assorbe ma non ci comprende.

Noi abbiamo bisogno di essere compresi.

L'esperienza dell'unione, della compagnia, ci viene dalla comprensione e la comprensione viene dalla conoscenza e dalla conoscenza di Dio.

Dio solo ci comprende veramente.

Tutte le creature non ci comprendono, per cui noi siamo tormentati dai nostri idoli.

Cosa vuol dire che siamo tormentati dai nostri idoli?

Siamo tormentati da coloro che noi abbiamo messo al posto di Dio, perché gli idoli ci assorbono, ci bevono, ci consumano ma, non ci comprendono.

N.: Noi sentiamo dentro di noi una Presenza che però non riusciamo a trovare, l'idolo non ci può dare nessun aiuto, anzi ci fa esperimentare una volta di più questa solitudine.

Ed è questa solitudine che ci provoca questo smarrimento, questa disperazione.

Noi dobbiamo arrivare a trovare una conferma di questa Presenza che abbiamo in noi.

Luigi: Cioè noi cerchiamo la comprensione, la solitudine è non essere compresi.

N.: Noi desideriamo comprendere un Qualcosa che ci comprenda.

Luigi: L'esperienza dell'essere compresi, deriva dal comprendere Colui che ci comprende, cioè ci deriva da Dio.

Non siamo noi che comprendiamo, soltanto conoscendo la Causa, conoscendo il Figlio, noi ci sentiamo compresi, in caso diverso no.

Per cui l'idolo certamente ci tormenta, ma non ci comprende, si beve la nostra vita.

Noi amiamo il mondo perché crediamo di ricevere vita dal mondo e invece no, il mondo ci sta bevendo la vita, il sangue

A un certo momento noi esperimentiamo proprio questo.

N.: La nostra anima deve essere legata a qualcosa di definitivo, non a una cosa che passa, a un idolo.

A un certo punto tu perdi l'anima, senti che c'è un qualcosa dentro di te che non è arrivato a compiersi.

Luigi: Il problema a un certo momento diventa proprio questo: l'uomo scopre, si accorge di non essere compreso dal suo idolo.

La grande sofferenza è lì.

E poi dopo mette in crisi tutto.

Uno si accorge di non essere compreso perché l'idolo non ti può comprendere e allora qui c'è la solitudine.

La solitudine sta in questo fatto qui, che uno scopre di non essere compreso, uno si sente solo e magari ha mille attorno che gli parlano ma lui, fa l'esperienza della solitudine.

Com’è possibile? Tutti ti guardano, tutti ti parlano, tutti ti toccano e tu sei solo?

Sei solo perché uno porta dentro di sé un problema che non è compreso da nessuno e in quanto non è compreso esperimenta la solitudine.

La solitudine non sta nell'avere qualcuno o nessuno attorno.

Il problema della solitudine sta dentro di noi.

Uno può essere magari solo in una baita sperduta e cantare di gioia, perché si sente compreso, è felice e ha una compagnia immensa e l'altro può trovarsi in mezzo a una folla che fa festa e soffrire terribilmente di solitudine.

Non basta aver tanti attorno a noi.

Ho fatto l'esempio della metropoli proprio per dire che ci sono tante persone e tu invece ti senti incompresa.

Puoi trovati invece sola con una persona ed essere felice, perché ti senti compresa.

Quindi il problema è tutto diverso.

Il problema non è di avere tanti attorno o tanti idoli attorno perché gli idoli non ci comprendono, gli idoli esigono, pretendono ma non comprendo.

T.: Solamente conoscendo la causa ci sentiamo compresi, questo non l'ho capito bene.

Luigi: Per causa intendo sempre la vera Causa, la Causa è il Creatore.

Tant'è vero che quando noi pensiamo a noi stessi, diventiamo causa di noi ed esperimentiamo la solitudine.

Noi invece ci sentiamo conosciuti in quanto abbiamo in altro da noi la giustificazione di noi stessi.

Se invece la giustificazione è soltanto in me, il principio parte da me, qui esperimento la solitudine.

Per cui dico che solo conoscendo la causa del mio essere, che è quello che mi fa essere, allora qui mi sento compreso

T.: Però non è sufficiente avere presente la Causa, bisogna avere presente anche Dio come Fine.

Luigi: Certo, il Fine è proprio la conoscenza di Dio.

Cioè, è soltanto in quanto Dio diventa fine mio ed io divento effetto di Dio.

Noi siamo un effetto del fine che cerchiamo in noi, siamo passione di ciò che stiamo cercando e diventando passione, noi siamo un effetto di ciò che noi stiamo cercando e quello ci giustifica o ci condanna.

Soltanto in quanto Dio è il vero nostro fine, diventa l'elemento che giustifica noi e noi ci sentiamo compresi cioè, non basta accettare Dio come Creatore di tutte le cose, perché poi noi abbiamo altri fini che ci portano lontano da Dio.

Noi qui siamo giustificati in altro da Dio, noi siamo giustificati in ciò per cui viviamo e quello che ci motiva.

P.: Non basta sapere che Dio è Causa bisogna averlo come Fine.

E.: Noi abbiamo usato due sensi diversi riguardo al conoscere la Causa.

Una cosa è conoscere Dio personalmente, conoscere cioè il suo Pensiero, altra cosa è conoscere che Lui è Causa

Abbiamo sempre parlato di conoscere Dio come Causa ma, questa non è la conoscenza in Sé di Dio.

Il riconoscere che Lui è Causa non implica la conoscenza di quello che Dio è in Sé.

Luigi: Conoscere Dio come Causa di tutte le cose, non è ancora conoscerlo come Causa di me, in me c'è qualche cosa che non è causato da Lui, ad esempio il mio desiderio, la mia intenzione, non sono causate da Lui, sono causate da Lui se io ho Lui come Fine.

N.: In realtà quella Causa lì non è smentibile ma non è neppure probabile, non è dimostrabile.

Quindi tu devi arrivare ad averla realmente dimostrabile, in quel modo li hai chiuso il cerchio, non hai più dubbi, sei nella Verità.

P.: Gesù dice: "Il Padre non mi ha lasciato solo" e poi dice: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" mi sembra una contraddizione.

È vero che esperimenta questa solitudine per noi però, anche quel: "Non mi lascia mai solo", lo dice per noi, quindi sembra una contraddizione.

Luigi: Ma tutto il Vangelo è pieno di contraddizioni.

P.: Le contraddizioni sono per approfondire.

Quel: "Non mi ha lasciato solo" va inteso come presente: "Non mi lascia solo", quindi non lo lascia solo neppure quando Lui dice: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?".

Luigi: Lui parla sempre in funzione dei nostri stati d'animo.

Siccome noi esperimentiamo in realtà la solitudine, l'autonomia da Dio in conseguenza del peccato, del peccato in quanto non concludiamo in Dio.

Tutto quello che non riportiamo Dio, non lo colleghiamo con Dio e non lo colleghiamo con Dio in quanto non abbiamo Dio come fine, tutto questo diventa per noi motivo di autonomia da Dio.

Perché noi lo colleghiamo con cause relative.

Tutta la scienza ad esempio è fondata su autonomie.

Noi diciamo che la scienza è autonoma da Dio, che i fenomeni esistono indipendentemente da Dio, nossignore.

Noi non ci rendiamo conto ma stiamo facendo tutto un mondo, anche scientifico, astratto perché è staccato da Dio, è staccato dalla Realtà e questo ci porta a morire molto lontano da Dio tutte.

Anche la matematica, anche le scienze esatte, sono così perché hanno un appiglio con la Verità grande con la Realtà grande e tutto va riportato lì.

In caso diverso noi crediamo che una cosa sia vera perché magari la sperimentiamo, la tocchiamo ma, facciamo riferimento però al nostro io che esperimenta e che tocca e, quindi noi chiudiamo il cerchio col nostro io, diciamo che questo è vero perché io lo tocco.

Fintanto che invece non riportò la cosa Dio, cioè non trascendono la mia esperienza e me stesso e cerco la ragione in Dio, quello non diventa per me motivo di vita e questo mi fa esperimentare l'autonomia e la solitudine, questo è conseguenza del peccato. Cristo per prendere contatto con quest'uomo che sta esperimentando quest’autonomia che sta esperimentando questa solitudine, Lui deve passare attraverso lo stesso linguaggio in cui si trova l'uomo, per offrire all'uomo un appiglio.

Perché incarnarsi, vuol dire scendere al livello in cui si trova l'uomo e se l'uomo si trova a esperimentare la solitudine, l'abbandono da Dio, può essere salvato soltanto da Uno che scende al livello in cui si trova lui, abbandonato da Dio.

P.: E Cristo ha sperimentato veramente quest’abbandono?

Luigi: L’ha esperimentato come carne, come incarnazione, non come Figlio.

Come Figlio Lui non è lasciato mai solo, perché fa sempre ciò che piace al Padre e Lui si è lasciato mandare a morte perché fa quello che piace al Padre.

Quando Pietro gli dice: "No, noi impediremo questo, noi lotteremo per evitarti questa morte", gli dice: tu sei un demonio perché non capisci, ragioni secondo gli uomini non ragioni secondo Dio.

Evidentemente questo Lui l’ha accettato per fare la Volontà del Padre, per piacere al Padre.

Quindi anche nella morte c'è il "piacere" del Padre ma, questa morte perché c'è?

C'è perché l'uomo sta morendo e l'uomo può essere salvato soltanto da un Altro che sta morendo, che è allo stesso livello però, gli fa vedere l'apertura, il contatto con Dio e se tu accetti il tuo inferno dalle mani di Dio, tu sei liberato dall'inferno ma, bisogna che qualcuno nell'inferno mi faccia vedere come si fa a uscire.

Se uno viene a trovarsi nelle mie fiamme e mi fa vedere che accetta anche queste fiamme da Dio, c'è l'uscita di sicurezza.

P.: Dicendo: "Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?", in fondo sta riferendo a Dio questa situazione.

Luigi: Si capisce.

P.: Insegna a noi collegare questo con Dio.

Luigi: Lui viene a collegarci anche l'inferno, anche l'abbandono, la solitudine, viene a collegarcela con Dio.

Se ce la collega con Dio, non è più inferno, non è più solitudine.

P.: La volta scorsa avevamo visto il principio dell'unione di Dio con noi, indipendente da noi.

Luigi: E abbiamo detto che non è sufficiente che Dio sia con noi, perché anche noi siamo con Lui.

E allora abbiamo il secondo principio, il principio dell'unione con Colui che è unito a noi.

P.: Ma questo l'avevamo già visto la volta scorsa, vedendo che la presenza del Principio e del Fine è solo nel Pensiero di Dio e questo ci indica la via per restare anche noi uniti a Dio.

Se abbiamo Dio non solo come Causa ma come Fine, noi abbiamo la possibilità di rendere reciproca la Presenza.

Luigi: L'argomento della volta scorsa era: come può Dio restare con noi se ci "manda" altrove.

Perché il pensiero era questo: "Colui che mi ha mandato è con Me".

In quest’affermazione c'è una contraddizione.

Mandare vuole dire inviare e quando uno invia, allontana, perché manda a fare una missione.

Apostolo è costituito da "apos" che vuole dire distacco.

Nel concetto di apostolo c'è il concetto di distacco.

Com’è possibile allora che Colui che mi distacca da Sé, resti con me?

Com’è possibile partire e restare nello stesso luogo?

Umanamente parlando è impossibile partire e restare presenti.

Invece in Dio si parte e si resta.

Ora, come può succedere questo?

Perché?

Perché Dio è Principio e Fine nello stesso tempo.

Lui ci manda ma ci manda a che cosa?

Ci manda a Se stesso.

Infatti, abbiamo fatto anche detto che se una creatura potesse dire a un'altra: "Io ti mando a me", la manderebbe e nello stesso tempo la unirebbe a sé.

Abbiamo delle creature che dicono: "Tu vivi per me" ma, qui facciamo l'idolo.

Ogni creatura che si ponga come fine di un'altra, si pone come idolo.

Dio solo, solo in Dio questo è possibile.

Ecco la grande caratteristica che distingue Dio da tutte le creature.

Solo in Dio noi abbiamo il Principio che s’identifica con il Fine e il Fine s'identifica con il Principio.

In tutto ciò che è diverso da Dio, noi abbiamo la separazione del principio dal fine: c'è una distanza e questa distanza forma la creazione, forma la creatura.

P.: Questa volta invece l'argomento è il principio della nostra unione con Dio.

In fondo si riscopre lo stesso concetto della volta scorsa.

È portare a compimento la sua Volontà, è fare ciò che piace a Lui.

Luigi: "Non mi lascia solo perché Io faccio" dice: "Perché Io faccio quello che piace a Lui".

Nel fare quello che piace a uno, qui abbiamo il fine.

In quanto cerco di piacere a-, ho quell'uno a cui cerco di piacere come fine.

Porto a compimento la sua volontà.

Quindi la Volontà di Dio mi fa essere, mi dà un ordine, inizia l'opera, poi io la porto a compimento, se porto a compimento allora  piaccio a Dio.

Quindi piacere a una persona, vuol dire soddisfare la sua volontà, portare a compimento il suo desiderio.

Quindi abbiamo la creatura o un essere che ha un desiderio (inizio di opera), dà a noi la possibilità di portare a compimento questo desiderio, quindi di piacere.

Se portiamo a compimento questo desiderio, restiamo uniti a quello.

Se noi portiamo a compimento il desiderio di un idolo, noi restiamo uniti, bloccati a quell'idolo e non ci stacchiamo più.

P.: In Dio questo compimento della sua Volontà coincide con la conoscenza di Se stesso.

La sua Volontà è quella di affermare Se stesso, di manifestare Se stesso.

Luigi: In Dio le cose diventano molto semplici, perché Dio solo è Colui che è.

P.: Per cui cercare di piacere a Dio vuol dire cercare di conoscere Dio.

Luigi: Certo, soltanto chi cerca di conoscere Dio piace a Dio, perché porta a compimento la Volontà di Dio.

Dio vuole essere conosciuto, se noi cerchiamo di conoscerlo, noi stiamo cercando di piacere a Dio, cioè noi portiamo a compimento quello che lui vuole.

P.: Il Figlio che porta a compimento l'opera del Padre non lo capivo, invece dopo stasera mi è più chiaro.

Luigi: Cioè il Padre non è il Figlio e il Figlio non è il Padre.

Abbiamo due e questi due si fondono in Uno, tendono a fondersi in Uno e allora abbiamo il compimento nell'unità.

P.: Nella scoperta del Padre in Sé e del Figlio nel Padre, c'è il compimento.

Luigi: Certo. 

P.: Perché la Volontà del padre era quella: manifestare se stesso.


N.: Noi possiamo accettare che Dio sia la nostra Causa ma, non averlo come fine.

Nel momento in cui accettiamo di averlo come nostra Causa e come il nostro Fine nella fede, noi sappiamo di essere suoi figli e lo accettiamo quale nostro Padre.

Questa è la condizione per rimanere nel Pensiero di Dio, è la condizione per poter arrivare alla Pentecoste e vedere come Lui ci genera e come noi siamo generati.

R.: Grazie Padre perché hai svelato queste cose ai piccoli.

B.: Se non cerco il Pensiero di Dio, rimango solo.

G.: Fare la Volontà di Dio è cercare di conoscerlo.

Luigi: E Lui si conosce soltanto nel suo Pensiero.

Insisto su questo suo Pensiero, perché il Pensiero di Dio è soltanto dentro di noi e questo quindi richiede il superamento di tutto il resto, non si confonde con nessun'altra creatura.

Cioè è necessario proprio Il distacco da tutto.

In un primo tempo noi abbiamo bisogno di tutta la creazione, in un secondo tempo noi dobbiamo staccarci, isolarci da tutta la creazione per conoscere Dio nel suo Pensiero.

Perché la conoscenza di Dio si ha solo nel suo Pensiero.

Il Fine di Dio si ha solo nel suo Pensiero, in caso diverso, anche se preghiamo, anche se crediamo in Dio, il nostro fine è un altro e avere altri fini da Quello, c'impedisce di restare uniti a Dio.

G.: Solo se lo vediamo proprio nel suo Pensiero.

Luigi: Nel suo Pensiero, cioè bisogna raccogliersi nel suo Pensiero, perché soltanto nel suo Pensiero, abbiamo Lui come fine.

Se non ci raccogliamo nel suo Pensiero noi, c'illudiamo di essere con Dio ma non abbiamo Lui come fine.

Lui è come Fine, (insisto!) solo nel suo Pensiero e insisto su questo.

Dio è come Creatore in tutta la creazione, in tutto l'universo.

In tutto l'universo Lui è presente come Principio, quindi come Creatore.

Come Fine è solo in quel punto lì: nel suo Pensiero.

Mi capisce?

G.: Non lo capisco mica tanto.

B.: Perché tutto questo avvenga dentro di noi, è necessario un rapporto d'amore con Dio.

E.: Principio dell'unione con Dio è averlo presente come fine ma consapevolmente, e averlo presente consapevolmente (precisa Gesù), vuol dire fare sempre ciò che piace a Lui, e ciò che piace a Lui cioè la sua Volontà, è che noi attraverso il suo Pensiero abbiamo a conoscerlo.

Luigi: Il fine l'abbiamo sempre presente consapevolmente.

Non puoi dire parto per Torino e Torino l'ho inconsciamente presente, se non hai consapevolmente presente il fine a ogni bivio, succede una tragedia.

E.: Posso averlo come fine ma poi con la testa vado da altre parti, con Dio facciamo così.

Luigi: Noi ogni ora facciamo un'infinità di scelte.

Queste scelte sono determinate dal fine che noi abbiamo presente, e se non abbiamo presente consapevolmente Dio, noi facciamo scelte tutte sbagliate, perché sono determinate da altri fini.

Non si può avere il fine presente nel subconscio, o è presente o non è presente.

E.: È importante avere presente questo che la Sua presenza consapevole, implica la conoscenza della sua Volontà per cui si giunge attraverso il suo Pensiero e non attraverso le nostre elucubrazioni.

T.: Non c'è il rischio di restare nella solitudine?

Luigi: È quello che dicevo già prima: Non basta toccare il fondo per risalire, se uno non crede in Dio, non c'è questa possibilità di pensare Dio.

Però la possibilità di pensare Dio è data a tutti noi, fossimo anche immersi nella marmellata fino alla punta dei capelli noi, abbiamo la possibilità di pensare Dio, perché Dio si dona noi indipendentemente da noi.

In qualunque situazione uno si trovi ha la possibilità di pensare Dio, perché ha la possibilità di pensare Dio?

Perché il Pensiero di Dio è dato a noi senza di noi, indipendentemente da noi, che tu sia peccatore, che tu sia santo, Dio si concede indipendentemente da te, quindi indipendentemente da quello che tu sei.

Dio resta con noi a costo di restare morto in noi ma resta.

Perché resta?

Perché soltanto restando, offre a noi la possibilità di pensarlo.

Noi non potremmo pensarlo se Lui non fosse presente in noi come Pensiero, quindi il suo Pensiero si concede, Cristo che si concede che muore, è soltanto rivelazione di questo grande Pensiero di Dio che portiamo dentro di noi indipendente da noi.

Quel fatto di essere presente in noi indipendente da noi, è una risorsa enorme, altrimenti io dico: "Io sono peccatore quindi non posso" no! Tu sei peccatore e tu puoi pensare Dio, anche se tu sei in una situazione disastrosa, tu vuoi pensare Dio, perché Dio è presente in te senza tenere conto di te, indipendentemente da te.

Il che voi vi vuol dire che lo puoi pensare.

Se lo pensi, allora qui hai un filo attraverso cui tu poi risalire la china, poi uscire dal labirinto.

Quindi questo filo qui, per quanto tu sia immerso in un labirinto, in un dedalo inestricabile e ti confondi in tutto, questo filo ti segue sempre (il filo d'Arianna), se tu lo riprendi, adesso lo rimonti, questo ti porta all'uscita.

T.: Ma se non mi afferrò questo filo?

Luigi: Se non si afferra a questo filo, resta nella marmellata, non c'è niente da fare.

Se non afferra questo filo, lei resta in fondo e sta nel fondo e non c'è niente da fare.

Non è che sbattendo contro il fondo uno risalga, no.

Uno sprofonda sempre di più, è una profondità che va all'infinito, perché come c'è l'infinito della Luce, c'è l'infinito delle tenebre. Un fondo senza fondo, non c'è la possibilità di recupero.

La possibilità di recupero è proprio soltanto con questo filo, con questo Pensiero di Dio che portiamo in noi, per cui a un certo momento bisogna mettersi lì e pensare se Dio esiste o non esiste ma, bisogna pensare.

T.: Penso che per arrivare a mettere Dio come fine bisogna prima conoscerlo.

Luigi: No, chi cerca di conoscerlo, già ha Dio come fine e già appartiene alla conoscenza.

Dico molte volte che colui che patisce per non conoscere Dio, appartiene già alla conoscenza di Dio.

Colui che patisce nel non conoscere Dio.

Colui invece che fosse anche un santo ma non avesse interesse per conoscere Dio non appartiene a Dio.

T.: Però per partire, bisogna  aver conosciuto qualche cosa di Dio.

Luigi: Qui abbiano il fatto che Dio si dona a noi senza di noi, come Creatore, quindi c'è un annuncio che arriva a noi.

Per cui Dio è Colui che nessuno può ignorare.

Il Pensiero di Dio è dato a tutti.

Con questo non è che adesso io lo conosca.

Dio nessuno lo può ignorare, pochissimi lo conoscono, perché per conoscerlo, bisogna dedicarsi, bisogna avere interesse per conoscerlo e per avere interesse per Lui bisogna lasciare tanti altri interessi.

In quanto uno patisce di non conoscere Dio, vuol dire che dentro, lui appartiene, è attratto da Dio e allora se è attratto dalla conoscenza, già appartiene, perché chi è attratto, appartiene.

Importante è avere il desiderio di conoscerlo, è il desiderio di conoscerlo che ti porta al Cristo.

Nessuno può arrivare a Cristo se non desidera conoscere Dio.

Perché Cristo viene per rispondere a coloro che desiderano conoscere Dio.

Ma se uno non è attratto da questo, anche se incontra Dio tutti i giorni, Cristo tutti i giorni, lo incontra male, lo strumentalizza, lo fa oggetto di sentimento, tutto quello che vuole, ma non lo incontra nel modo giusto, lo travisa, non incontra quello che è il Cristo, la sua anima, il suo messaggio.

Cioè ne fa del sentimento, ne fa degli ideali, della morale.

Cristo stesso dirà a coloro che dicono: "Noi abbiamo mangiato con Te, siamo venuti ad ascoltati nelle nostre piazze", dice: "Via da Me, non vi conosco".

Perché non vi conosco?

Perché non avete avuto interesse per conoscere Me.

P.: È molto importante questo richiamo che ha fatto, dell'importanza di isolarci nel Pensiero di Dio, perché solo lì abbiamo Dio come fine.

Isolarci nel Pensiero di Dio vuol dire Pensare a Dio.

Questa possibilità di pensare Dio Creatore l'abbiamo tutti, fossimo anche nella marmellata più nera.

Ma altre volte lei ha detto che non sempre ci è data questa possibilità di pensare Dio.

Allora si può pensare sempre Dio anche nell'abisso più nero ma, cosa c'è ancora nell'abisso più nero che m’impedisca di pensare a Dio?

Perché lei dice che arriva un momento in cui non posso più pensare Dio, quando arriva quel momento lì?

Luigi: No, anche nell'inferno il demonio pensa Dio ma c'è qualche cosa che lo porta lontano da Dio.

La manifestazione dell'inferno a Fatima, è stata proprio la manifestazione di queste anime che sono attratte e respinte nello stesso tempo.

Attratte e non possono continuare nell'attrazione, vengono respinte.

Quindi c'è una conflittualità, ci sono due pesi, per cui quello che portiamo in noi di diverso da Dio, impedisce a noi di avvicinarci a Dio.

Sentiamo attrazione però, non possiamo seguire quest’attrazione, c'è qualcos'altro che mi porta giù, che m’impedisce, per cui il Regno di Dio viene tolto, per cui tu non hai più disponibilità, sei attratta ma non hai disponibilità.

P.: Però lei dice che se fossimo anche nell'abisso più nero, noi possiamo pensare Dio.

Luigi: Il Signore dice: se anche sei nell'inferno, resta nell'inferno e non disperare.



E colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo perché io faccio sempre ciò che a lui piace.
Gv 8 Vs 29 Riassunti


RIASSUNTI


Argomenti:  Mandante/mandato/fine  - Il Pensiero di Dio nel pensiero dell’io – Fede preambolo alla conoscenza – La solitudine dell’io – Fede e ragione – L’apertura al trascendente della Vergine – L’impegno in ciò che non si capisce – Chiudersi nel finito – Scoprire la verità che abita in noi – Molteplicità e unità – Problema rinviato è aggravato – Dio principio e fine – Il fine unisce – Il Padre è nel suo Pensiero -


 

25/Agosto/1985  Casa di preghiera. Fossano.