Essi
però non capirono come chiamasse Dio suo padre. Gv 8 Vs 27
Titolo: Fare la Parola di Dio.
Argomenti: Il
nuovo modo di Gesù di chiamare Dio suo Padre. Gesù parla a noi il Principio. La
responsabilità nel non capire. Il
parlare di Gesù in parabole era
adeguato alla capacità di capire. La
capacità di capire è determinata da ciò che abbiamo soggettivamente presente in
noi. Il
Pensiero di Dio è il principio dell'intelligenza. Si
capisce in quanto si può raccogliere in una presenza in noi. L'interiorizzazione deriva da ciò che noi abbiamo presente
in noi. Cosa vuole
dire fare la parola. Il Pensiero di Dio
in noi è la chiave di lettura delle Parole di Cristo. Si può fare la Parola, solo nella misura in cui si discende
dal Principio. La
responsabilità personale nel capire.
2/Giugno/1985 Casa di
preghiera. Fossano.
Siamo
al versetto 27 in cui l'evangelista dice: " Essi però non capirono come
chiamasse Dio suo Padre".
Anche
qui dobbiamo chiederci quale lezione Dio voglia dare a noi, quale
significato per la nostra vita personale, interiore hanno queste parole.
Qui dobbiamo subito precisare che non dobbiamo fermarci al pensiero che
generalmente si afferma commentando questo versetto e cioè che i giudei non
capirono che Gesù chiamasse Dio suo padre, perché questo lo capivano
perfettamente in quanto essi stessi si dicevano figli di Dio, in quanto essi
stessi si vantavano di essere figli di Dio: "Noi non siamo nati da
prostituzione ma noi abbiamo Dio come padre".
Quindi
il fatto di sentire uno di loro dichiarare Dio come Padre suo, non avrebbe
creato questo sgomento e soprattutto questa dichiarazione qui: "Essi però
non capirono come chiamasse Dio suo padre", quello che essi non capirono è
in quale maniera di Gesù chiamava Dio suo Padre.
Nel parlare di Gesù c'era un modo con cui Lui considerava Dio suo padre, un
modo diverso da come essi lo consideravano.
Per
loro Dio era il loro Creatore, quindi padre in quanto era Creatore di loro,
Gesù quando parlava del Padre non lo considerava come il suo Creatore.
Gesù
aveva dichiarato prima, che Egli stesso era Colui che parla a noi il Principio.
Abbiamo
detto commentando quest'affermazione come, parlando a noi il Principio, Egli ci
convochi alla Presenza del Principio, quindi ci convochi alla Presenza
del Padre.
E
poi dopo aveva sviluppato questa sua dichiarazione con il versetto successivo
su cui ci siamo soffermati le volte precedenti, in cui aveva dichiarato che
Egli diceva nel mondo tutto ciò che udiva dal Padre suo.
E
Gesù dice che il Padre suo è verace, cioè parla la Verità e parlare la Verità
vuol dire convocare alla Verità, questo considerando il concetto di parlare che
vuole dire convocare alla presenza.
Il
Padre convoca alla Verità attraverso tutte le sue opere, il Figlio essendo
Colui che parla a noi il Principio e quindi ci convoca alla Presenza di Colui
che parla a noi la Verità, quindi convoca anche noi alla Verità e in questo si
rivela come Figlio del Padre.
Ma abbiamo detto che qui c'è
un concetto profondo, direi un nuovo concetto di paternità, tant'è vero
che: "Essi non capirono come chiamasse Dio suo padre", non capirono
in quale maniera, in quale modo chiamasse Dio suo Padre.
Questo
non capire, ci porta ad approfondire, prima di tutto se ci sia una
responsabilità e quale e quanta in questo non capire?
Perché
abbiamo dei passi del Vangelo in cui anche la Madonna non capiva, eppure non
possiamo dire che questo non capire, rivelasse una colpa della Madonna, nella
Madonna non ci fu colpa.
E
quando anche Gesù muore sulla croce, chiede al Padre il perdono per tutti,
perché non sanno quello che fanno.
C'è
un altro luogo invece in cui il non capire rivela il la responsabilità e una
colpa: Gesù stesso quando piange su Gerusalemme dice:"Se tu avessi
conosciuto quindi capito l'ora in cui s'è stata visitata, adesso non è più
tempo".
E
quante volte anche ai suoi stessi discepoli, ai suoi apostoli, Gesù lamenta,
rimprovera: "Perché siete senza intelligenza? Perché ancora non
capite?".
Però è anche vero che Gesù
parlava in parabole e fino all'ultimo Gesù parla in parabole, infatti
all'ultimo lui dirà: "Finora vi ho sempre parlato in parabole",
quindi non soltanto quelle che noi chiamiamo ufficialmente parabole ma, tutto
il parlare di Gesù era un parlare in parabole.
E
Lui dice: "Viene l'ora in cui non vi parlerò più in parabole ma,
apertamente vi farò conoscere il Padre", il che ci fa pensare che quando
parlava in parabole già parlava del Padre.
"Finora vi ho parlato in parabole ma verrà l'ora in cui apertamente di
farò conoscere il Padre", fa pensare che anche quando parlava in parabole
parlava del Padre.
Però
questo parlare in parabole di Gesù indubbiamente creava incertezza, creava
confusione, creava difficoltà, tant'è vero che fin dall'inizio i suoi discepoli
chiedono a Gesù: " Perché Tu parli in parabole?" ecco: "Perché
Tu parli in parabole?".
C'è un versetto in Marco capitolo quarto, in cui l'evangelista scrive:
"Per molte parabole come queste, Egli proponeva
loro la Parola secondo quello che essi erano in grado di capire, e mai parlava
senza parabole, però ai suoi discepoli spiegava tutto" (in privato).
Qui
è detto: "Per molte parabole Egli proponeva loro la parola", qui è
scritto minuscolo ma, dovrebbe essere scritto maiuscolo: " Per molte parabole Egli
proponeva loro la Parola" (maiuscola), cioè proponeva loro il Verbo,
proponeva loro il Pensiero di Dio, cioè il Pensiero del Padre.
Lo
proponeva attraversa molte parabole però, qui si aggiunge: "Secondo ciò
che essi erano capaci di capire".
Qui
abbiamo una giustificazione del suo parlare in parabole, sembra che il suo
parlare in parabole sia oscuro, invece è un parlare adeguato alla capacità di
capire di ognuno.
Le domeniche precedenti ci siamo soffermati in modo particolare sul fatto della
capacità di capire, abbiamo visto come la capacità di capire sia determinata da
ciò che noi abbiamo soggettivamente presente dentro di noi.
Se
uno ci parla di una cosa di cui noi personalmente non possiamo avere la
presenza, noi siamo incapaci di capire ciò che ci viene detto.
Allora
possiamo capire perché Gesù parlava in parabole secondo la capacità di capire
di ognuno.
Il
Verbo di Dio s'incarna, viene fra noi, per condurre noi a prendere coscienza
personale della Presenza di Dio in noi, in modo da poter avere qui
l'intelligenza.
Qui ci fa capire dove sta il principio dell'intelligenza.
Non
avendo l'uomo, Presente Dio, ecco che il Pensiero di Dio, per rendersi accessibile,
deve parlare un linguaggio adeguato a ciò che noi abbiamo presente.
E
se noi abbiamo presenti i corpi, le presenze fisiche, il Verbo di Dio
incarnandosi deve parlare in termini di presenze fisiche per rendersi
accessibile.
Ora
il parlare in termine di corpi, di presenze fisiche cioè, parlare in termini
compatibili col pensiero del nostro io,vuol dire proprio parlare in parabole.
Questo però ci fa capire che tutto il parlare di Dio, è tutto segno, ed essendo
segno richiede da parte nostra il capire. Per questo la parola non è
sufficiente ascoltarla.
Il
segno non è sufficiente guardarlo, bisogna capire.
Allora
qui nasce il problema di cosa significhi questo
capire.
Quand'è
che si capisce?
Abbiamo
detto che Gesù parla in parabole per farci capire qualche cosa, abbiamo visto
che la capacità di capire dipende da quello che noi abbiamo presente dentro di
noi soggettivamente presente.
Allora
si capisce in quanto si ha la possibilità di riferire a qualche cosa, di
raccogliere in una presenza in ciò che noi abbiamo personalmente presente in
noi.
Quando
noi non possiamo riferire qualche cosa a una presenza che abbiamo dentro di
noi, quel segno non è comprensibile noi non possiamo capire.
Abbiamo
già detto altre volte che una parola, un segno, è comprensibile da noi nella
misura in cui noi l'abbiamo già prima interiorizzato.
Adesso dobbiamo approfondire cosa s'intende per
interiorizzare,
cosa vuol dire interiorizzare, poiché proprio da questa interiorizzazione noi
abbiamo l'intelligenza per capire i segni.
L'interiorizzazione
deriva da ciò che noi abbiamo presente dentro di
noi.
Si
tratta di unificare il segno, la parola che arriva a noi in questa
presenza, si tratta di riportare il segno in questa presenza, per cui diciamo
che la parola va "fatta", non basta ascoltarla, la parola va
"fatta".
Gesù
dice che siamo veramente sui discepoli se facciamo la sua Parola, non basta
ascoltarla la sua Parola.
Cosa
vuol dire fare la parola?
Fare
la parola vuol dire a realizzarla in quella presenza che noi portiamo dentro di
noi.
In
modo che diventi pensabile da noi.
La
parola che noi non possiamo realizzare in una presenza non è, non può essere
oggetto di pensiero da parte nostra.
Noi magari la ripetiamo mille volte ma non la capiamo e
non la capiamo proprio perché non possiamo vederla evidente in una presenza.
La
chiave della realizzazione sta nel fatto che una presenza dobbiamo già averla
dentro di noi.
La
chiave di tutto, portandola alle estreme conseguenze cioè nel campo della
Verità: la presenza dentro di noi è la Presenza stessa di Dio.
Dio
è il Principio di luce che portiamo dentro di noi, per realizzare, cioè per
fare tutte le Parole che Lui dice a noi, che Lui fa giungere a noi.
Il
capire richiede un "fare", qui abbiamo precisato che quel: " Non
capirono come chiamasse Dio suo padre", non vuol dire che non capirono che
lui chiamasse Dio suo Padre ma, non capirono in quale maniera Lui chiamasse Dio
suo Padre, evidentemente era una maniera diversa da come loro chiamavano Dio
loro padre.
Certamente
loro si ritenevano figli di Dio, popolo di Dio: "Noi abbiamo Dio come
padre", eppure non capivano come Gesù chiamasse Dio suo Padre.
Qui
entriamo in un concetto nuovo di paternità che loro non capivano.
Abbiamo
detto, approfondendo il concetto di capire che, per arrivare a capire, si
richiede un "fare" la parola.
Non
basta ascoltarla, la parola va fatta.
Questo
fare non è un fatto esterno, è un fatto interno.
Va
realizzata la parola e la parola si realizza nella mente.
Cosa
succede nella nostra mente per cui la parola si capisce? Dico nella nostra
mente, in quanto va fatta nella nostra mente.
Stiamo
riflettendo su questo realizzare la parola nella nostra mente.
Cosa
c'è nella nostra mente?
Nella
nostra mente abbiamo detto che c'è il Principio di luce che è dato, in termini
di Verità, dalla Presenza stessa di Dio.
Dio
è presente in noi ed essendo presente in noi, dà noi la possibilità di fare le
sue Parole e soltanto in quanto noi facciamo le sue Parole nella nostra mente e
fare vuol dire collegare le Parole con questo Principio, noi abbiamo
l'intelligenza della Parola stessa, noi capiamo la Parola.
Evidentemente questo fare è un fare strettamente personale.
Tutti
quanti noi ascoltiamo Parole di Dio, d'altronde tutta la creazione e l'universo
è un continuo parlare di Dio a noi però, tutte queste Parole di Dio che
arrivano a noi, non sono fatte da noi nella nostra mente.
Non
sono realizzate da noi.
E
finché noi non le realizziamo, noi non le capiamo.
Abbiamo
detto che realizzare vuol dire riportare nel Principio.
Ma
cosa vuole dire riportarle nel Principio?
Abbiamo
già visto come non si possa salire dal segno allo spirito o meglio come non si
possa salire dalla terra al cielo, non si possa passare dal frammento al tutto,
e allora cosa vuole dire questo riportare la Parola nel Principio di luce che
portiamo dentro di noi per realizzare questa Parola in modo da farla oggetto
del nostro pensiero?
Si può raccogliere soltanto nella misura in cui si discende.
Si
può fare la Parola soltanto nella misura in cui si deduce da questo
Principio.
Ecco
allora il vero lavoro della mente, questo superamento di tutto per raccoglierci
in Dio, nel Pensiero di Dio che portiamo in noi, per dedurre da questa Presenza
che portiamo in noi il significato certo.
Soltanto
nella misura in cui deduciamo, noi siamo fatti capaci di fare la Parola di Dio
e quindi di intendere la Parola di Dio.
Ognuno
di noi diventa capace di intendere le Parole di Dio, nella misura in cui le ha
fatte dentro di sé ma, fatte vuol dire dedotte da Dio.
Qui
abbiamo il concetto di interiorizzazione di cui parlavamo prima.
Noi
interiorizziamo in quanto deduciamo da Dio e nella misura in cui deduciamo da
Dio, siamo fatti intelligenti per capire tutte le Parole che Dio ci fa
arrivare.
Ma le capiamo soltanto e per quel tanto che noi abbiamo
dedotto da Dio.
Qui
c'è una responsabilità personale e questo ci rivela anche che l'intelligenza
nostra è personale.
L'intelligenza
delle cose di Dio è personale, ognuno intende nella misura in cui ha dedotto da
Dio.
La
prima deduzione che si ha da Dio è proprio il Pensiero stesso di Dio, il Figlio
di Dio ed è nel Figlio di Dio, nel Pensiero di Dio che tutte le cose sono
deducibili e tutte le cose sono intellegibili, possono essere realizzate.
Abbiamo
detto che qui c'è un concetto nuovo di paternità.
La
paternità di cui parlavano gli ebrei e che rendeva loro impossibile capire la
nuova paternità di Gesù, era Dio Creatore.
Loro
ritenevano Dio padre in quanto Dio Creatore di loro, qui Gesù parlava loro di
ben altra paternità ed è a quest'altra paternità che bisogna arrivare.
È la paternità che viene per generazione da Dio, quindi abbiamo una linea di
creazione ed abbiamo una linea di generazione.
Noi
siamo chiamati a partecipare della linea della generazione da Dio, per poter
essere adottati come figli di Dio, per poter fare una cosa sola con il Figlio
di Dio.
Gesù
qui parlava di Dio come Padre suo, proprio in quanto diceva che Lui dice nel
mondo ciò che ascolta dal Padre, ecco la nuova paternità.
Questo
ascoltare dal Padre e dire ciò che dice il Padre, qui abbiamo il vero figlio.
Non
abbiamo quindi l'opera creatrice, qui abbiamo la linea generatrice, si discende
da Dio ma, si discende da Dio per consapevolezza, per cui non si nasce da Dio
senza di noi, senza nostra partecipazione personale.