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Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.  Gv 11 Vs 6


Titolo: A mensa con Abramo, Isacco, Giacobbe.


Argomenti: Assenza sentimentale e Presenza spirituale.   Il Pensiero di Dio in noi.   La gloria. Essere con Dio come Dio è con noi. Sottomettere tutto a Dio. Lontananza e desiderio.


 

21/marzo/1993  Casa di preghiera Fossano.


Siamo giunti al versetto 6 del capitolo XI di s. Giovanni. Qui si dice: "Quando dunque Gesù ebbe appreso che Lazzaro era ammalato, si fermò ancora due giorni nel luogo dove era". Domenica scorsa abbiamo visto il versetto precedente in cui, proprio in previsione di questa affermazione che troviamo qui, si dichiarava che Gesù amava Marta, sua sorella Maria e Lazzaro. Ed è una dichiarazione importante, abbiamo notato, perché ci serve ad inquadrare quanto apparentemente scandalizza in questo amore, cioè quello che viene affermato qui adesso: appresa la no tizia della Malattia di Lazzaro, Gesù si fermò ancora (ancora!) due giorni.

E' il problema della lontananza di Dio. Anche questo fatto (che Gesù si sia ancora fermato due giorni lontano) è parola di Dio, quindi c'è un messaggio e il messaggio è per tutti gli uomini, quindi è per noi oggi. Che lezione è racchiusa in questo messaggio di Gesù che amando, poiché si è dichiarato che amava, resta distante? ("si fermò ancora due giorni"). Abbiamo visto che quando il messaggio delle sorelle Marta e Maria arriva a Gesù, Lazzaro era già morto.

Evidentemente se queste sorelle mandano questo messaggio, a Gesù che era lontano nel deserto ("Colui che Tu ami è ammalato”) è per sollecitarlo a venire immediatamente e, nella dinamica dell'amore (siccome l'amore è sempre rendersi presente), uno si aspetterebbe che Gesù partisse subito per recarsi da Lazzaro. E invece stranamente dopo che Gesù seppe questo, si fermò ancora due giorni.

Come possiamo conciliare questa lontananza, questa apparente indifferenza, questa mancanza di sollecitudine, questo distacco di Gesù, con l'amore? Poiché prima è stato dichiarato che Gesù amava Marta, Maria e Lazzaro. Abbiamo detto che l'amore si caratterizza in quanto si rende presente. E invece Gesù resta assente. Dire anziché sottolinea questa assenza, perché dopo che ebbe appreso questa notizia, Lui si ferma ancora due giorni.

Tutto è messaggio, perché nulla accade senza un significato. E noi ci dobbiamo chiedere che cosa Dio ci vuol significa re, quale lezione ci vuol dare attraverso questo suo mantenersi lontano, e come possa rientrare questa lontananza nello schema dell'amore, cioè come possa confermare l'amore, ché di fronte a questa scena verrebbe da dire: “non c'è un amore vero”.

Dico, c'è un messaggio di Dio per ognuno di noi.  Ora, se teniamo presente che Gesù è Dio tra noi ed è rivelazione della presenza di Dio in noi e dei nostri rapporti con Dio la lezione che ci dà è di grande importanza per la nostra vita spirituale nei nostri rapporti con Dio. Si dichiara apertamente: "Dio è Carità, Dio è Amore" (1 Gv 4,8), e quante volte si esperimenta in questo amore di Dio l'assenza di Dio!  Molte volte noi dichiariamo: "Se Dio si mantiene assente, lontano è perché la colpa è nostra". Ma Dio non si lascia condizionare dalla nostra colpa.

Questa assenza, questo silenzio di Dio arrivano fino al punto da farci esperimentare la morte di Dio e l'esperienza della morte di Dio è proprio l'esperienza di un'assenza, di un assente: uno parla, interroga, chiede, prega...nessuno risponde. Ed è proprio questo "nessuno risponde" che ad un certo momento ti apre la voragine a quella domanda abissale: "Ma Dio c'è o non c'è? o è un'illusione tutta nostra, un prodotto dell'uomo?".

Eppure questa assenza di Dio deve rientrare in un processo di amore da arte di Dio perché Dio è Amore.

Amore è comunicazione di presenza. Ora che Dio sia amore lo esperimentiamo tutti noi, perché in quanto esistiamo, esistiamo per partecipazione di Dio: è Dio che partecipa a noi qualche cosa di Sé.  Senza di Lui noi siamo nulla, niente. Tutto ciò che esiste, in quanto esiste, fosse anche solo un filo d'erba, partecipa di Dio. Il filo d'erba non è Dio, tutte le opere di Dio non sono Dio. Dio è trascendente tutte le sue opere, per cui nessuna opera di Dio per quanto grande e santa sia, nessuna opera di Dio è Dio, nessuna è confondibile con Dio. Nessuno di noi è Dio; siamo tutti opera di Dio, ma Dio è trascendente. Però tutto ciò che esiste, in quanto esiste, è fatto per mezzo di Lui e quindi partecipa di Lui. Lui è il comunicatore dell'esistente, Lui è il comunicatore dell'essere. Ora nessuno Lo obbliga. a comunicare Se stesso. Nessuno obbliga Dio a creare, a partecipare Se stesso, poiché creare vuol dire partecipare a qualcuno di-, e in quanto è partecipazione e comunicazione: chi comunica ama! L'amore è comunicazione, quindi è rendere l'altro partecipe di Sé, e qui siamo nell’amore. E questo è chiaro.

Abbiamo detto che l'uomo è essenzialmente formato, costituito da questo grande dono: l'uomo porta in sé il Pensiero di Dio. "Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10), ed è stato il tema di domenica scorsa: "Se tu conoscessi il dono di Dio!". L'uomo è essenzialmente costituito da questo Pensiero di Dio. L'uomo non è corpo: l'uomo è essenzialmente costituito dal Pensiero di Dio, da questo Tu. L'uomo e costituito da un Tu e dal Tu Divino.

Dio nel formare l'uomo dona il pensiero di Sé all'uomo. E noi ci chiediamo: ma è proprio vero che Dio è in noi? E' già una domanda antica: “è proprio vero che Dio è sulla nostra terra? che Dio è in tutto?" Gesù dice: "Voi stessi dite che Io sono" (Lc 22,70). Ognuno di noi personalmente testimonia, volente o nolente, che Dio è e testimonia di avere in sé il Pensiero di Dio.

Tutta la problematica umana, anche tutta l'angoscia e la tristezza dell’uomo, è costituita da questo Pensiero di Dio che l'uomo porta con sé. Dio abita con noi, nella stessa nostra casa: abita nei nostri pensieri.  Ed è questa sua presenza in noi che costituisce tutta la nostra problematico: bisogno di assoluto, bisogno di eternità, bisogno di infinito, bisogno di capire, bisogno di conoscere, bisogno di entrare in un rapporto personale con-.  E tutto questo che cos'è?  Tutto questo non è altro che questa Presenza del Pensiero di Dio che portiamo con noi in noi.

Dio è con noi, indipendentemente da noi: che noi Lo amiamo o non Lo amiamo, che noi Lo bestemmiamo oppure che Lo santifichiamo, che noi Lo trascuriamo oppure che noi Lo glorifichiamo da mattina a sera, ecc.; Dio è con noi, perché senza di Lui noi non siamo.  L'uomo ha la possibilità di pensare in quanto partecipa di Dio. L'uomo essenzialmente è partecipazione di Dio, è costituito dal Pensiero di Dio, dal Tu di Dio. Il nostro io è la presenza del Tu di Dio con noi.

Abbiamo affermato domenica scorsa che la presenza del Pensiero di Dio in noi dà a noi la possibilità di pensare Dio; però questo non è sufficiente per conoscere Dio. Non basta che noi pensiamo Dio per conoscere Dio, e soprattutto non basta a noi pensare Dio per partecipare, per conoscere la gloria di Dio.

Qui Gesù precedentemente ha detto, l'ha dichiarato apertamente anche riguardo a questa malattia di Lazzaro: "Tutto accade per la gloria di Dio". Così come aveva risposto già di fronte a quel cieco nato, quando Gli chiesero: “di chi è la colpa? di Lui o dei suoi genitori?” (Gv 9,2), perché l'uomo va sempre alla ricerca della colpa: l'abbiamo sentito stamattina nel commento al Vangelo di oggi, sull'episodio del cieco nato; l'uomo ha sempre bisogno di andare a cercare nelle immondizie, quindi ha sempre bisogno di andare a cercare la colpa: dov'è la colpa...se succede questo, è perché la colpa è di... (per cui noi attribuiamo sempre la colpa ad un primo ministro oppure alla folla, ecc., ma abbiamo sempre bisogno di dire: "la colpa è di-").  Il Signore risponde apertamente: "la colpa non è né sua né dei suoi genitori... né di Adamo, né dei suoi genitori, né dì lui..." (Gv 9,3). No, perché Dio sarebbe condizionato dalle nostre colpe, e Dio non è condizionato. Dio è l'Assoluto: non è condizionato e non è condizionato. E allora “non è per colpa dei suoi genitori, non è per colpa di lui, ma – conclude Gesù - tutto questo accade perché siano manifeste le opere di Dio" (Gv 9,3). Tutto accade per farci conoscere Dio!  Colpa o non colpa!  Tutto accade per farci conoscere Dio!  Dio opera in ogni cosa per comunicarci la gloria di Sé e la gloria di suo Figlio. "Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio e perché il Figlio di Dio sia glorificato".

Parlare di gloria è parlare di ciò che uno è, e siccome Dio solo è, la vera gloria di ognuno è quel tanto per cui partecipa di Dio, quindi per quel tanto che conosce di Dio: lì sta la gloria di ognuno. La gloria di ognuno di noi nell'eternità starà nella possibilità di conoscere Dio, di penetrare in Dio e più ha la possibilità di penetrare in Dio e più c'è questa gloria.  La vera gloria per ognuno è ciò che ognuno è in rapporto a Dio, in relazione a Dio. E siccome ognuno partecipa per quello che conosce di Dio la gloria è un problema di conoscenza. Quindi non è problema di sentimento, di cuore.  Noi possiamo dire da mattina a sera: "Signore ti amo con tutto il cuore..,: questo non ci fa entrare nella gloria. Dio non guarda alle parole che noi diciamo. Dio guarda a ciò cui dedichiamo il nostro pensiero, la nostra mente; perché quando non si applica la mente, tutto è perduto: tutte le opere di Dio, tutte le parole di Dio, tutte le comunicazioni di Dio sono perdute, perché è attraverso la mente che si collega tutto con Dio.  La mente è questo grande altare che Dio ha posto dentro ognuno di noi, sul quale debbono essere offerti i veri sacrifici a Dio, le vere offerte a Dio, affinché su queste offerte Dio possa dire: “questo è mio ... questo è il mio Pensiero ... questa è la mia volontà...".

La rivelazione di Dio e quindi la comunicazione di Dio viene solo da Dio: non viene dalle creature!  Tutte le creature sono opera di Dio, tutte le creature partecipano in qualche modo di Dio, però Dio è trascendente. Dio è presente in tutte le creature perché parla in tutte le creature, però c'è un abisso tra le creature e Dio, e c'è un abisso tra le parole di Dio, come segni, e lo Spirito di Dio, perché Dio è un Infinito e tutti i segni, tutte le opere di Dio sono finite e non c'è possibilità del passaggio dal finito all'Infinito. E' soltanto Dio il vero comunicatore di Sé.

Ora se soltanto Dio è il vero comunicatore di Sé, noi ci troviamo con questo: Dio in un primo tempo dona il suo Pensiero a noi perché questo è l'elemento fondante l'uomo: tolto il Pensiero di Dio l'uomo non esiste, l'uomo sparisce nel nulla: Dio solo è, l'abbiamo detto.  L'uomo esiste in quanto può dire: "Tu sei!". Dio dona il suo Pensiero, è Onnipotente, quindi comunica il suo Pensiero e forma l'uomo.

Questo lo fa prima che l'uomo lo sappia, prima che l'uomo sappia del dono che porta con sé; prima che l'uomo si accorga di quello che lui stesso è, già è fatto da Dio, indipendentemente dall'uomo, perché l'uomo esiste per opera di Dio, non per opera dell'uomo. Noi viviamo prima ancora di accorgerci di vivere, e prima ancora di capire di esistere e soprattutto di capire quello che portiamo dentro di noi, noi già esistiamo. Quindi tutto questo avviene per pura opera di Dio indipendentemente da noi.

Quando un'opera è fatta indipendentemente da noi, noi non possiamo ignorarla. Un accidente che ci incontri per la strada in qualche modo, noi non possiamo ignorarlo: lo subiamo. Quello che noi subiamo non possiamo ignorarlo. Però non possiamo capirlo. Non possiamo capirlo, non possiamo conoscerlo! C'è un abisso, tra il non ignorare e il capire.

Quindi abbiamo tutta un'opera che arriva a noi indipendentemente da noi, che noi non possiamo ignorare, che però non possiamo capire, soprattutto capire nel suo significato, nella sua portata. Dio dona a noi il suo Pensiero, ma noi non capiamo che cosa sia questo Pensiero.  Noi con il suo Pensiero possiamo pensare Dio: possiamo pensare Dio!  Abbiamo la possibilítà di pensare Dio perché il suo Pensiero fa parte di noi stessi, per cui noi possiamo pensare Dio.  Però pensare Dio non è conoscerLo. Anzi, pensando a Dio, noi incominciamo ad aprirci ad un abisso: incominciamo a capire la notte in cui ci troviamo, ed è già una grazia di Dio; ma soprattutto ci accorgiamo di questo: che Dio donando a noi il suo Pensiero è con noi e nessuno di noi può smentirlo: nessuno può dimostrare che Dio non sia con noi: ecco la potenza dell'intelletto che portiamo in noi! Nessuno di noi può dimostrare che Dio non sia con noi. che Dio non sia in noi.

Quindi Dio è con noi indipendentemente da noi. Il fatto di sapere che Dio è con noi indipendentemente da noi, ci pone un grande problema: il problema di essere con Lui come Lui è con noi. E di questo ne abbiamo già parlato ed è da tanto che parliamo di questo. Ci pone, dico, il problema di essere con Lui come Lui è con noi, perché il fatto di sapere che una persona è con me, mi pone il problema di essere con- come Lui è con-, altrimenti c'è uno squilibrio e c'è l'offesa, c'è il disagio, ed è il disagio in cui si trova ogni uomo.

Il grande disagio in cui si trova ogni persona, ogni uomo e ogni donna, è determinato essenzialmente da questo squilibrio: Dio è con me ed io con chi sono? Dio pensa a me ed io a chi penso? E' il disagio di non poter essere con Dio come Dio è con noi.

E noi qui ci chiediamo e ci siamo chiesti: come Dio è con noi? Dio è con noi in quanto dona a noi il suo Pensiero. Però ci siamo anche interrogati: Dio dona a noi il suo Pensiero, ma come fa a donare il suo Pensiero a noi, creature che veniamo dal nulla, a noi che siamo finiti (l'abbiamo sentito nei salmi poco fa: vivessimo anche mille anni, siamo un soffio), a noi che siamo un soffio appena percepibile nell'eternità? Come fa Dio a comunicare, a dare il suo Pensiero a questa creatura finita?

E abbiamo detto: Dio dona a noi il suo Pensiero ed è con noi, in quanto si fa oggetto del nostro pensiero. Allora il nostro pensiero esiste come creazione di Dio, come esiste l'animale: Dio si fa oggetto di questo nostro pensiero.

E allora diciamo: ma il nostro pensiero è finito! Giusto, il nostro pensiero è finito. E se Dio dona a noi il suo Pensiero e si fa quindi oggetto dì questo pensiero finito, come si riduce? Sì, sì riduce al nulla... si annienta, però Lui resta sempre Dio!

Quando pensiamo a Dio, pensiamo a Dio secondo i nostri schemi; però nei nostri schemi, quindi secondo la creazione, quello che vediamo, tocchiamo, le creature, ecc., il pensare Dio per noi è pensare all'Eterno, all'Infinito, all'Assoluto, poiché Lui resta sempre quello che è. Si dona alla creatura, ma resta sempre l'Assoluto, l'Eterno, l'Infinito. Quando pensiamo Dio, noi pensiamo Dio in relazione alla creatura, alla creazione, ma Lo pensiamo come l'Eterno, l'Infinito, l'Assoluto. Per cui incominciamo a vedere le creature, tutte le creature, tutta la creazione di Dio come ciò che non è eterno, non è assoluto, non è infinito. Noi conosciamo le creature proprio perché portiamo in noi questo Pensiero di Dio che è eterno, infinito, assoluto e conosciamo le creature per difetto di Dio! Noi ci conosciamo come difetto di Dio e conosciamo gli altri come difetto di Dio.

Dio viene ad annientarsi in noi, ed abbiamo la grande rivelazione del Cristo che muore in Croce, rivelazione di quello che avviene nella vita di ognuno di noi. Ecco l'Amore di Dio! Dio viene ad annientarsi nella creatura, però annientandosi nella creatura realizza un disegno stupendo nella creatura stessa: annientandosi realizza. E cosa realizza nella creatura? Questo: fa capire alla creatura come si è con-.

Lui rivela che è con noi in quanto si fa oggetto del nostro pensiero, e ci fa capire che fintanto che noi non ci facciamo oggetto del suo Pensiero, noi non possiamo essere con Lui come Lui è con noi, perché Lui è con noi in quanto si fa oggetto del nostro pensiero. Fintanto che noi non facciamo del nostro pensiero l’oggetto del suo Pensiero, cioè del Pensiero di Dio, noi non possiamo essere con Lui come Lui è con noi: è pacifico, matematico!

Ho detto: ci rivela una grande cosa:

ci fa capire come si è con-,

e ci fa anche quindi capire perché non si è con-.

Ecco perché fintanto che io penso Dio (cioè "io" penso Dio, l'“io” soggetto), fintanto che sono ''io" soggetto che sto pensando Dio, io non posso essere con Dio come Dio è con me, perché sono io che penso. E fintanto che sono io che penso, sono io il principio del mio pensiero, e questo mi impedisce di essere con Dio come Dio è con me, perché Lui è il Principio! non sono io il Principio. E fintanto che affermo "io" come principio, io non posso essere con Dio.

Ecco per cui dico: fintanto che noi pensiamo Dio, non possiamo né conoscere Dio né entrare nella Verità di Dio, perché è Lui il Principio di tutto, non siamo noi il principio.  E fintanto che io affermo, anche senza dirlo a parole: "io penso Dio", fintanto che ritengo di essere io a pensare Dio, io sono il soggetto, e sono fuori, perché Dio è il Soggetto, Dio è il Principio di tutto, Dio è il Padre di tutto. E fintanto che dico: “io sono il padre”, è finito! io non posso conoscere Dio!

Ed è qui, dico, che si apre la grande problematica di quello che si viene a dichiarare qui nel processo dell'amore: questo ci fa capire che Dio donando a noi il suo Pensiero inaugura il primo momento dell’amore: il primo, ma l'opera è mica compiuta!  Che Lui dia a noi il suo Pensiero è come se noi mettessimo un seme nel terreno, e quando si mette un seme nel terreno, l'opera non è compiuta: abbiamo bisogno poi della pioggia, abbiamo bisogno di vangare, abbiamo bisogno di lavorare, ecc., fino ad arrivare al frutto: bisogna che il seme produca una certa pianticina che man mano si sviluppa fino ad arrivare al frutto, e tutto è segno!

Il dono del Pensiero di Dio ad ognuno di noi, indipendentemente da noi, è solo un seme!  E' il primo momento dell'amore. Quando uno incontra una persona per la prima volta, già si semina in noi un seme di amore.  E' il primo momento!  Ma quanti semi sprecati! Non si giunge mai al compimento! L’amore invece vuole arrivare al compimento!

E il compimento in che cosa consiste? Gesù parla di "frutto": il compimento consiste nella piena conoscenza dell'Altro, perché soltanto nella piena conoscenza c'è la comunione perfetta. Non è il possesso dei corpi! è tutt'altra la storia! La pienezza dell’amore sta nella piena conoscenza, nella piena comunicazione, nell’intelligenza dell'uno e dell'altro in questo inserimento di uno nell'Altro.

Dio avendo incominciato l'opera la vuole portare a compimento. E per portarla a compimento si allontana dalla creatura, questo è l’inizio del secondo Momento dell'amore.  Portare a compimento vuol dire portare a quel livello tale in cui la creatura può essere con Lui corre Lui è con la creatura.  Lui, abbiamo detto, é con la creatura in quanto si fa oggetto del pensiero della creatura, la creatura è con Dio in quanto si fa oggetto del Pensiero di Dio.

Ora questo non può avvenire senza di noi, cioè senza la dedizione del nostro pensiero a Dio, perché fintanto che noi diciamo: "sono io che penso", non entriamo nel compimento: restiamo fuori!  Per giungere a capire che è Dio il Soggetto del nostro pensiero, si richiede la dedizione dei pensiero: di questo pensiero che incomincia non più a guardare dal suo punto di vista ("sono io che penso!"), ma dal punto di vista di Dio: di Dio come? di Dio come Principio di tutto.  Quindi: è Dio che pensa! E' Dio che pensando fa essere me!

Ecco, Dio ha dato a noi il pensiero per dare a noi la possibilità di guardare da un punto di vista di-. Ha dato a noi il suo Pensiero per dare a noi la possibilità di vedere dal suo punto di vista!

Qui capiamo perché in questa dinamica dell'amore, in questo programma d’amore da parte di Dio, c'è questo Dio che si rende assente, o meglio, capiamo perché il destino di Dio nel donare a noi il suo Pensiero, è l'annientamento di Dio: Dio si viene ad annientare nell'uomo. L'assenza è annientamento, la lontananza è annientamento, è morte. Dio si dona e dopo essersi donato si rende assente all'uomo, lontano, per ricevere l'investitura, per risvegliare nell'uomo il pensiero, la dedizione del pensiero. E' quando una persona si fa lontana dopo essere stata con noi che incomincia a suscitare in noi il pensiero; il pensiero ha bisogno di una giustificazione, ha bisogno di capire, e se c'è una cosa che assolutamente noi non riusciamo a capire è il vuoto, è l'assenza, è la morte: l'uomo non riesce a capire!

E il fatto che Dio ad un certo momento si presenti sotto un aspetto che non si riesce a capire (“ieri era con me ed oggi perché non è più con me?.. non lo sento più ... non lo avverto più ... “),dico, proprio qui Lui opera: è il risveglio in noi del pensiero. Incomincia a farci pensare!

Quando pensiamo a Dio, noi pensiamo Dio, e indubbiamente pensando Dio Lo privilegiamo sotto un certo aspetto, sì, ma questo non è sufficiente per conoscere Dio e per entrare nella gloria di Dio, per capire la gloria di Dio e quindi nella vita vera.

Non è sufficiente questo. Perché? Perché per arrivare a conoscere Dio, bisogna aver sottomesso tutto di noi al Pensiero di Dio.  Fintanto che noi non abbiamo sottomesso tutto al Pensiero di Dio, noi siamo nell'incapacità assoluta di penetrare nella gloria di Dio, di conoscere la gloria di Dio e tanto meno quindi di conoscere la gloria del Figlio (da notare che la vita eterna sta nel conoscere la gloria del Padre e la gloria del Figlio): ci troviamo nell'impossibilità!

Quindi non basta pensare a-, ma bisogna sottomettere tutto a questo Pensiero di Dio.  Quando si sottomette tutto a questo Pensiero, soprattutto quando si sottomette il pensiero del nostro io, qui Dio diventa il Soggetto del nostro pensare. Ecco perché Gesù dice: "Quando avrete messo Me al di sopra di tutto, quando mi avrete innalzato, io attirerò tutto a Me" (Gv 12,32). E' quando Lui attira tutto che diventa il Principio, che diventa Soggetto.

Nella parabola di quel re che dà i talenti ai servi, ai sudditi e poi se ne va in un paese lontano; dice il Vangelo che "se ne va in un paese lontano per ricevere l'investitura del regno" (Lc 19,12). Ecco il perché della lontananza! Ecco perché Gesù dopo che seppe (dopo che ebbe saputo che il suo amico Lazzaro era gravemente ammalato, Lui disse: “questa malattia non è per la morte...”, anche se Lazzaro era già morto), se ne sta ancora due giorni lontano: due giorni lontano! Tant’è vero che quando ritornerà, si sentirà il rimprovero da Marta e da Maria: "Se Tu fossi stato qui!". Ecco, se Tu fossi stato qui!

Lui se ne stava lontano, perché?  Perché doveva portare a compimento quell'amore che aveva per Marta, Maria e Lazzaro!

E cosa mancava a questo compimento? Mancava la dedizione del pensiero. Prese dal pensiero di una malattia, dal pensiero di un fratello che stava morendo e che era già morto, prese da questo pensiero, Gesù se ne stava lontano!

Qui abbiamo la chiave di lettura di tutte le lontananze e di tutte le esperienze di lontananze che Dio ci fa fare: Dio ci fa fare esperienza di lontana non per rimproverarci i peccati, non per rimproverarci le colpe, non per punirci. Dio ci fa fare esperienza di lontananza per suscitare in noi un pensiero, la dedizione di un pensiero, e dedicare un pensiero vuol dire mettere qualcosa al disopra di tutto, prima di tutto, e mettere qualcosa al disopra di tutto, prima di tutto, vuol dire sottomettere tutto a quello! perché questa è la condizione per arrivare a conoscere Lui, ad essere con Lui come Lui è con noi.

In principio ho detto che Dio è con noi, Dio è presente in noi in modo tale che nessuno di noi con la mente, con l'intelligenza può dimostrare il contrario. Però con il cuore quanto dimostriamo di contrario! quanto con i sentimenti noi dimostriamo di contrario! Noi con il cuore diciamo: "io non sento Dio!". E quante, quante obiezioni si sentono dire: “Dio non mi attrae! ...non sento Dio; …Dio non suscita il mio interesse...”. Ed è tutto il campo del sentimento!  Questo avviene non nel campo dell'intelletto, ma nel campo del sentimento: con il cuore noi non sentiamo Dio! E quante esperienze del non sentire Dio si fa! E guai a prendere questo come metro di misura! "Dio mi ha abbandonato!". Quante volte si sente dire: "Dio mi ha abbandonato!" Quante preghiere falliscono perché..."perché Dio non mi ascolta... intanto non mi ascolta...".

Ecco, dico, noi ci chiediamo: come mai è possibile che Colui che è presente, che è il Presente (Dio è il Presente!), come mai è possibile che Colui che è presente riesca a trovare Il modo di rendersi assente per portare a compimento il suo amore e quindi per portare noi nel suo Amore? Come è possibile che riesca a farci esperimentare la sua assenza? Uno che non ci lascia mai, come può arrivare a farci provare la sua lontananza? Lui è più vicino a noi dei nostri stessi pensieri, dei nostri stessi desideri ("della tua stessa gola", dicono gli orientali)! Eppure Colui che è vicino a noi più di noi stessi, più presente in noi di quello che noi siamo presenti a noi, riesce a farci esperimentare la sua lontananza, la sua assenza! Lui che è il Vivente riesce a farci esperimentare la sua morte!  Dico, come è possibile?

Ho detto: non nell'intelletto! Noi nell'intelletto non possiamo nel modo più assoluto dimostrare che Dio sia assente, non possiamo dimostrare che Dio sia morto: nel modo più assoluto non lo possiamo. Quindi sul campo della ragione noi non possiamo dimostrare che Dio sia morto: infatti come Spirito Dio non muore; Dio come Spirito non si muove, non è soggetto né a tempo né a spazio. Dio è trascendente, quindi non subisce né mutamenti , né morte.

Non nel campo dell'intelletto, ma nel campo del sentimento sì.

E cos'è questo campo del sentimento Il campo del sentimento è il campo in cui le cose sono misurate in relazione al nostro desiderio. Ho detto molte volte: io desidero una caramella, Dio non me la manda, quindi dico: "Dio non mi conosce, Dio è assente, Dio mi ha dimenticato!". Ma perché?  Perché io desidero la caramella! Ecco, è in relazione al desiderio.  Qui, noi siamo molto lontani dalla Verità!

Quando il desiderio nasce da noi, noi lì in quel campo facciamo l'esperienza dell'assenza di Dio, della dimenticanza, della lontananza di Dio o della morte di Dio! Ma è in relazione ai nostri pensieri! In relazione ai nostri desideri! Dio non possiamo conoscerlo nel campo dei nostri pensieri, dei nostri desideri! Dio qualche volta si concede e allora noi confondiamo e poi entriamo nelle grandi crisi! Noi confondiamo la Verità di Dio, la Presenza di Dio con quel sentimento: "sento Dio!  Dio è presente!". Poi il giorno dopo non sentiamo più Dio e allora diciamo: "Dio mi ha abbandonato... !" e allora entriamo in crisi e ci tormentiamo: "che colpa avrò fatto, ecc." e incominciamo a girare intorno a noi stessi e non ne usciamo più! Il problema è tutto un altro!

Il problema è farci capire che la conoscenza di Dio, la presenza di Dio, soprattutto la presenza di Dio, perché la vita eterna sta in questa presenza di Dio (noi siamo salvati dalla Presenza!), non sta nel sentire Dio! La presenza di Dio viene in quanto non si misurano le cose in relazione ai nostri desideri, in relazione ai nostri pensieri o alle nostre volontà, ma si misurano in relazione alla Volontà di Dio, al desiderio di Dio, a quel desiderio che viene da Dio, al Pensiero che viene da Dio!

La presenza di Dio si trova in quel Desiderio, in quel Pensiero, in quella Volontà che viene da Dio!

Ecco perché per arrivare a quello Spirito di Presenza che è lo Spirito Santo, è necessario conoscere il Padre e poi conoscere quello che viene dal Padre, cioè suo Figlio, il suo Pensiero. E' in quello che viene dal Padre, è in questo rapporto, nel Pensiero di Dio che viene da Dio, in questo rapporto tra il Pensiero di Dio e Dio che si fa l'esperienza della Presenza di Dio.

Come, ad esempio, noi facciamo l'esperienza dell'assenza o della presenza nel campo del sentimento in relazione ai nostri desideri, ai nostri pensieri e alla nostra volontà, così nel campo della Verità noi facciamo esperienza della presenza di Dio (e qui c'è solo Presenza, non c'è assenza), perché l'assenza di Dio non si può dimostrare. Qui facciamo l'esperienza della presenza di Dio, ed è un'esperienza eterna, in relazione al Pensiero che viene da Dio, all'intenzione che viene da Dio, alla Volontà che viene da Dio. Nella Città di Dio si entra dall'Alto, da Dio! Soltanto che per arrivare a vedere le cose da Dio è necessario aver sottomesso tutto a questo Pensiero di Dio che Dio ha dato a noi.

Gesù quando disse alla samaritana: "Se tu conoscessi il dono di Dio..." (ed è stato l’argomento di domenica scorsa), aggiunse:    “…e chi è Colui che ti chiede da bere, tu forse avresti chiesto a Lui quello che Lui ti chiede".  Ecco: “avresti chiesto a Lui quello che Lui ti chiede!”.  Ecco, dico, l’importanza di conoscere il dono di Dio!

Ci chiediamo: “che importanza ha il conoscere il suo dono?". Basta portarLo! Noi portiamo il Pensiero di Dio, noi portiamo Dio, benissimo!  Ringraziamo Dio, benissimo!  Però Gesù dice: "Se tu conoscessi...! se conoscessi questo dono!". Ma allora vuol dire che questa conoscenza ti cambia tutto! perché tu prima di conoscere questo dono di Dio che porti in te vai a cercare, ad elemosinare altrove l'acqua. "Se tu conoscessi ... !". Ecco, cosa succede quando si conosce? Gesù dice: "Tu avresti chiesto acqua!". Ecco, Dio ci dà il suo Pensiero, affinché, conoscendo questo dono, noi incominciamo a guardare dal suo punto di vista, a chiedere a Lui. E' da questo chiedere che si riceve la luce, perché chiedere vuol dire dedicare il nostro pensiero. Nel campo dello Spirito uno chiede in quanto dedica il pensiero a- per capire da-. L'acqua che Dio ti dà è questa luce, questa conoscenza, questa vita.

Ecco, dico, se tu conoscessi questo dono, questo dono di Dio! cioè, se tu conoscessi questa Sorgente che Dio ti mette a disposizione con il suo Pensiero! E' la fontana del paese, è la Sorgente di vita! Se tu conoscessi quel dono che Dio ti pone nelle mani dandoti il suo Pensiero, tu chiederesti a Lui tutto, per ricevere tutto da Lui, perché Lui ti mette a disposizione la Sorgente di tutto!  Ecco, soprattutto la Sorgente...!

E allora qui non si fa esperienza di lontananza! Ho detto che Dio ci fa fare esperienza di lontananza (“se ne sta due giorni lontano da noi”) per convertire la nostra mentalità alla sua mentalità, per risvegliare in noi il pensiero, perché soltanto in questa lontananza si incomincia a pensare e si forma in noi la dedizione del pensiero e Dio che ci porterà a partecipare di quello che Lui è.

Tema di oggi ho detto è "ALLA MENSA DI ABRAMO, DI ISACCO E GIACOBBE". E cos'è questa partecipazione alla mensa?  E cos'è questa mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe?  Ecco, è da lontano, è nella lontananza che Abramo, Isacco e Giacobbe desideravano capire la Volontà di Dio, il Pensiero di Dio! Perché Il Dio li metteva in continua contraddizione e la contraddizione è una grande lontananza!

Gesù dice: "Vedrete dall'oriente e dall'occidente venire tanti a partecipare a questa mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe” (Mt 8,11), a questa mensa di lontananza: gente che da lontano desidera capire il Pensiero di Dio, desidera entrare nella mentalità, nella visione di Dio! da lontano, perché Dio essendo lontano suscita in noi il pensiero, la dedizione del pensiero. E lo videro!

Ecco, dico, la lontananza (la lontananza di Gesù in questi due giorni) avviene per questa conversione, per questo risveglio di pensiero, affinché dedicando il nostro pensiero a Dio possiamo entrare nella luce, nella vita. Dedicare il nostro pensiero vuol dire mettere Dio prima di tutto perché quando si pensa si privilegia, e quindi vuol dire sottomettere tutto a-: soltanto così si entra, si incomincia non più a operare per noi, ma si incomincia a vedere le cose dal punto di vista di Dio. Ed è qui che si entra nella Vita.