Allora Gesù disse
loro apertamente: "Lazzaro è morto”. Gv 11 Vs 14
Titolo: Il parlare aperto nel
Tempio dello Spirito.
Argomenti: Resurrezione. La Realtà e la
realtà. Persona e intenzione. L'Intenzione di Dio. Parabole e interrogazione. Il parlare ambiguo
e aperto di Gesù. Sopportazione e realtà.
7/giugno/1993 Casa di preghiera Fossano
Esposizione di Luigi Bracco:
Siamo gi unti al versetto
14 del capitolo XI di s. Giovanni, dove sì dice: "Allora Gesù disse loro
apertamente: «Lazzaro è morto»”.
Abbiamo visto che Gesù
finora aveva sempre affermato che Lazzaro non era morto. Quando era stato informato là dove si trovava
al di là del Giordano con i suoi discepoli, dalle sorelle Marta e Maria, circa
la malattia del loro fratello, dichiarò che questa malattia non era mortale
(infatti aveva detto: "questa malattia non è per la morte"), e anche
dopo essersi fermato ancora due giorni, aveva dichiarato che Lazzaro si era
addormentato, anzi aveva aggiunto: “Io adesso vado a scuoterlo dal sonno”. Ed
ecco che adesso improvvisamente dice: "Lazzaro è morto". E questo
capovolge parecchie cose.
Noi ci chiediamo: non
poteva dirlo subito? Già dal primo versetto, quando Lui aveva affermato che
quella malattia non era mortale, avevamo affermato che evidentemente o si era
sbagliato, oppure stava dicendo una menzogna; infatti nella realtà Lazzaro era
già morto, perché ci è voluto del tempo per i messaggeri per portare quella
notizia da Bethania fino al luogo in cui Lui si trovava.
Ci troviamo perciò in
questa contraddizione e questa non si risolverebbe certamente se non ci fosse
il fatto che Lazzaro viene risorto da Gesù; c'è la resurrezione: questo ci fa
capire che tutto quel linguaggio:
-
che la malattia non è mortale,
-
che Lazzaro si è addormentato,
ecc.,
ha un substrato di validità
in bocca a Gesù: va inserito nella prospettiva della risurrezione. Tutto questo parlare precedente dobbiamo
vederlo in funzione di questa risurrezione da cui è informato.
Abbiamo detto già fin
dall'inizio che presso Dio non ci sono morti. "Presso Dio tutti sono
vivi" (Mt 22,32): è Parola di Dio. D'altronde ne capiamo il perché:
altrimenti Dio regnerebbe su dì un camposanto. Il Regno di Dio non è un Regno
su morti una un Regno di viventi, su viventi.
Infatti Dio dice a Mosé: "lo sono il Dio di Abramo, di Isacco, di
Giacobbe” (Es 3,6). Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è ancora il Dio di
oggigiorno, il che vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe sono vivi. E questo
già ci fa pensare che quella che noi chiamiamo "risurrezione dei morti"
è immediata, cioè avviene subito dopo la morte. E' immediata! non c'è uno
spazio in cui si resta morti.
Noi li chiamiamo morti
perché non li vediamo più, non li tocchiamo più, non parlano più con noi, ma il
passaggio è immediato: si passa dalla vita terrena alla vita celeste.
Come passano alla vita
celeste evidentemente le creature sfuggono al nostro controllo, come Dio stesso
sfugge al nostro controllo, perché passano ad una dimensione superiore. Dio non
è sotto il nostro controllo, Dio è trascendente, quindi non è relativo a noi. Noi
siamo relativi a Dio. Ma Dio non è relativo a noi! quindi non è sotto il
controllo nostro. Dio non Lo possiamo vedere né toccare e tutti coloro che
passano a Dio, passano in questa dimensione trascendente che noi non possiamo
più né vedere né toccare: non sono relativi a noi, non sono dipendenti da noi. Noi
siamo dipendenti da loro (perché ad esempio, ne soffriamo la mancanza) ma loro
non sono dipendenti da noi.
Però la vita dopo il
passaggio della morte fisica continua, cioè il cammino continua, il sentiero
continua anche se sfugge, dico, ai nostri sensi. Ci sono infatti queste due grandi realtà:
-
la realtà che è relativa ai nostri
sensi, cioè che rappresenta tutto quello che è dato a noi senza di noi,
-
e la Realtà che non è relativa a
noi, al nostro io, che trascende noi, che sfugge quindi a noi.
Però queste due grandi
realtà ci sono, e una è in funzione dell'altra, una al servizio dell'altra.
Abbiamo detto quindi che
questo linguaggio, che Gesù ha usato e che per noi e ambiguo ha una funzione. Abbiamo
parlato di ambiguità: segni di Dio, parole di Dio che sono ambigue per noi,
perché mentre ai nostri occhi uno che dorme, dorme e non é morto e uno che
invece è morto è morto e non dorme, dico, mentre ai nostri occhi le cose non hanno
questa ambiguità e non c'è questa confusione, invece nella parola di Dio c'è
questa ambiguità per noi, perché "Realtà" che è presso Dio non è la
"realtà" che noi vediamo e tocchiamo. Il problema è questo: che
rapporto c'è tra queste due realtà, cioè, vale quello che noi vediamo e
tocchiamo o vale quello che è presso Dio?
Tutto il dilemma nella
nostra vita, tutta la problematico nella nostra vita è questo: conta la realtà
che noi esperimentiamo, vediamo, tocchiamo tutti i giorni, cioè conta la realtà
dei corpi, oppure conta la Realtà che è presso Dio? cioè la Realtà che si vede
dal punto di vista di Dio?
E' un problema sostanziale
poiché in base a quello che per noi è realtà noi fondiamo tutte le nostre
scelte di vita. La vita è una scelta continua e noi queste scelte le ordiniamo
sempre in relazione a ciò che per noi è la realtà: "bisogna avere i piedi
per terra", noi diciamo.
Gesù dopo aver affermato
che la malattia di Lazzaro non era per la morte, che Lazzaro dormiva, ecc.
improvvisamente adesso dice: "Lazzaro è morto". Lo dice dopo che i suoi discepoli avevano
rivelato quello che portavano dentro di sé. Perché tutto il parlare di Gesù
quando aveva affermato che Lazzaro non era morto, ma che dormiva, che la sua
malattia non era mortale, ecc., si è convogliato nel provocare i suoi discepoli
a rivelare quello che avevano nel cuore.
Abbiamo visto che in fondo
nel loro cuore i suoi discepoli avevano paura di ritornare in Giudea, perché "poco
fa hanno cercato di lapidarti" e naturalmente la lapidazione del loro
Maestro era la loro lapidazione.
Dominati da questa paura
approfittavano di tutte le occasioni per tirare l'acqua al loro mulino, per non
andare in Giudea: "se dorme guarirà...; non è il caso di correre là",
dicono. Gesù aveva detto: "vado a
svegliarlo dal sonno". Ma essi obiettano: “non c'è il caso che andiamo in
Giudea per svegliare uno che sta dormendo e affrontare il rischio di essere
lapidati”. In fondo è questo quello che
dicono.
Ma questo ci fa intuire che
tutto il parlare di Dio tra noi nella nostra vita sia una provocazione per
farci dichiarare quello che noi portiamo nel nostro cuore, per farci rivelare
le nostre vere intenzioni, perché è lì che il Signore incomincerà poi a
imbastire il suo dialogo. E' necessario che le creature rivelino il loro cuore,
quello che portano dentro di sé, quello che hanno come amore principale, come
punto fisso di riferimento. E' lì che si incomincia a costruire la persona.
Abbiamo detto che
l'elemento determinante in tutto è sempre l'intenzione. Tutti i segni di per sé sono ambigui e
possono essere rivestiti di mille intenzioni. E' soltanto conoscendo
l'intenzione di una persona che si può navigare nel campo della verità, della
certezza.
Abbiamo detto che i segni
sono dipendenti dall'intenzione e l’intenzione è dipendente dalla natura della
persona, per cui soltanto conoscendo la persona noi possiamo conoscere
l'intenzione di quella persona e quindi capire il significato delle cose che
opera, delle cose che dice, altrimenti tutte le parole che una persona dice possono
essere rivestite di mille intenzioni e quindi essere ambigue. Ci accorgiamo che
di fronte a tante dichiarazioni di persone, resta sempre in noi
dell'incertezza: “quale sarà veramente l'intenzione di fondo che fa parlare
questa persona in questo modo?”
Quanta problematico umana
nasce da queste incertezze! L'uomo non è mai sicuro degli altri, anche negli
affetti più intimi, anche nei problemi più familiari, ecc., c'è sempre questa
incertezza: ma cos’ha dentro di sé? quale sarà il suo pensiero? Ecco c’è sempre
una dimensione che sfugge a noi.
Soltanto la persona conosce
il proprio pensiero, conosce la propria intenzione e quindi soltanto la persona
può essere rivelatrice del suo pensiero. A molto maggior ragione Dio; per cui
ci accorgiamo che il campo della Verità è profondamente fondato non sui segni,
non sulla realtà sensibile, non su quello che vediamo e tocchiamo (perché,
abbiamo detto, questo è sempre ambiguo e può essere rivestito di tante
intenzioni), è fondato soprattutto sull'intenzione. Soltanto conoscendo l'intenzione noi
incominciamo ad entrare nel Regno della Luce, nel regno della Verità, nel regno
delle certezze. Ma la conoscenza dell'intenzione è sempre in relazione
strettamente personale con la Persona, per cui soltanto conoscendo Dio, possiamo
conoscere la sua intenzione.
Noi abbiamo infatti questa
graduazione di valori:
- la Persona, (Dio, il
Creatore, l'Autore delle cose, Colui che parla, Principio che parla)
- l'Intenzione,
- la parola, il segno.
Se non rispettiamo questa
scala di valori noi certamente ci inoltriamo in un campo di incertezze, di
dubbi, ecc., e navighiamo nella notte.
Portandoci nel campo del
Divino, dell'Assoluto (dato che noi dobbiamo partire da Dio), soltanto
conoscendo Dio Creatore di tutte le cose, noi possiamo capire qual è
l'intenzione di Dio, perché oltre tutto è molto più facile conoscere
l'intenzione di Dio che conoscere l'intenzione degli uomini, perché Dio essendo
l'Assoluto, l’Essere unico(unico proprio perché Dio è l'Assoluto), l'intenzione
è facilissima da dedurre perché l'intenzione di Dio è Dio stesso. Dio non può
avere un'altra intenzione se non Se stesso, per cui diventa molto facile
conoscerLa.
Gli uomini possono avere
tante intenzioni, Dio non ha tante intenzioni, tant’è vero che proiettati nel
campo delle Persone assolute, noi diciamo: il Figlio di Dio è Unigenito. Il Figlio di Dio e Unigenito; il che vuol
dire che è inconfondibile. Questo ci fa
capire che presso Dio noi abbiamo una sorgente di qualche cosa che è
inconfondibile, sicurissimo. L'intenzione di Dio è inconfondibile!
Ho detto: Dio solo è
l'Essere assoluto. Essendo l'Essere assoluto è unico, singolarità massima: Dio è
la massima singolarità. Se Lui è l'Essere assoluto, massima singolarità, la sua
intenzione è una sola: Lui stesso.
Qui siamo nel campo della
linearità, quindi della luce: presso Dio tutto è luce. Presso Dio tutto è Luce!
Non possiamo attribuire a Dio un'intenzione diversa, e noi stessi non possiamo
attribuire a Dio un'intenzione diversa da quello che Lui stesso è, perché fuori
di Lui c'è niente: tutte le creature non sono altro che significazioni di Lui:
significazioni di Lui! non possono essere significazioni di altro, perché Lui
solo è.
Quindi partendo dall'Essere
Assoluto, dico, l'intenzione di Dio è immediata ed è immediatamente
comprensibile, cioè il Pensiero di Dio è immediato, è unico: Unigenito!
singolarità quindi anche come Pensiero, anche come intenzione.
Singolarità, quindi luce,
quindi inconfondibilità, perché noi siamo nella notte in quanto abbiamo la
possibilità di dubbio, cioè di dire: può avere quell'intenzione, quel pensiero,
ma può anche averne un altro. Presso Dio non c'è questa possibilità, questo
dubbio.
Presso tutte le creature,
presso tutti gli uomini, noi possiamo dire: può avere quel pensiero, ma può
anche averne un altro, e allora tutte le cose sono cariche di incertezza, di
dubbio. Ecco, ci carichiamo di dubbi
proprio così. Ma se noi partissimo da Dio, unicamente da Dio immediatamente
saremmo liberati da tutti i dubbi, perché da Dio c'è unicamente la singolarità
del suo Essere e quindi c'è la liberazione da ogni dubbio.
Ora qui ci siamo trovati di
fronte a Gesù che ad un certo momento apertamente (dopo che i suoi discepoli
avevano detto, tirando l'acqua al loro mulino, poiché in fondo avevano paura: “non
è il caso di ritornare in Giudea, perché Tu stesso hai detto che dorme... e se
dorme guarirà”), dice: "Lazzaro è morto". capovolgendo completamente
quello che aveva detto prima.
Questo ha bisogno dì una
luce, di una giustificazione, ché noi siamo abituati a cercare sempre la
logicità nel parlare delle persone, e più una persona è logica, cioè non si
contraddice, cioè è lineare, e più è degna di fede. Invece noi ci troviamo qui
con una Persona, che addirittura è il Dio tra noi, che non è logica, non è
lineare: dice una cosa e poi ne dice un'altra.
Deve avere un significato
questo: infatti ha provocato i discepoli e ad un certo momento i discepoli
hanno rivelato il loro cuore facendo una deduzione dall'affermazione di Gesù ("Lazzaro
dorme e io vado a svegliarlo”), una deduzione che rivelava la loro paura di
tornare in Giudea: "Se dorme non è il caso che noi andiamo".
Per poco che noi ci
soffermiamo capiamo che questo problema è il problema che già si era impostato
con le parabole. Infatti ad un certo momento vediamo nel Vangelo che i
discepoli dicono al Maestro: "Perché parli in parabole?"; e Lui fa
una dichiarazione: "Tutto è detto in parabole: a coloro che sono fuori,
tutto è detto in parabole" (Mc 4,11).
A coloro che sono fuori?
sono tutti fuori! Siamo tutti fuori di
Dio! Non vediamo Dio, non siamo dentro Dio. Siamo chiamati ad entrare in Dio,
nel Regno di Dio, ma noi esperímentiamo ben altro da Dio! Non vediamo Dio sulle
nostre strade, non ascoltiamo Dio parlare. Ecco, noi parliamo, dialoghiamo con
le creature, ma non con Dio. Per questo Gesù dice: "A coloro che sono
fuori tutto è detto in parabole". Ci
fa capire allora che c'è questo linguaggio!
Se tutto è detto in
parabole, vuol dire che tutto a tutti viene detto in parabole. Allora tutto
l'universo è una parabola, tutta la creazione è una parabola, la storia
dell'umanità è una parabola; ma anche la vita di ognuno di noi è una parabola. Tutto
è un parlare di Dio in parabole. La cronaca di ogni giorno, ad esempio:
dovremmo essere consapevoli che la cronaca di ogni giorno che noi leggiamo sui
nostri giornali o che ascoltiamo alla radio oppure vediamo alla televisione,
ecc., è tutto una parabola di Dio per noi, personalmente per noi: e come se
aprissimo il Vangelo, perché tutto è Vangelo: più oscuro o meno oscuro, ma
tutto è sempre Vangelo, perché tutto è parola di Dio, tutto è opera di Dio: è
parabola!
Parabola! Quando diciamo
"parabola", cosa intendiamo? Parabola
è Dio che si riveste di una forma creata, si riveste di creature, per cui ci
presenta gli uomini che fanno questo, che fanno quell'altro, ecc. e invece è
Lui che fa! È Lui che opera tutto! perché Lui è il Creatore. Non si muove foglia senza che Dio lo
voglia... non avviene nulla che non sia voluto da Lui. "Anche i capelli sono tutti
contati" dice Gesù (Mt 10,30). Quindi è sempre Dio che opera tutto in
tutto. Dio è il Creatore, Dio continua ad essere il Creatore di tutte le cose:
è Lui che fa gli avvenimenti. E' Lui il Signore della storia, è Lui il Signore
della vita di ognuno di noi. “E' Lui che muove in noi - dice addirittura s.
Paolo, ed è Parola di Dio - è Lui che muove in noi il volere, il fare, il
pensare" (At 17,24; 2 Cor 3,5).
Quindi abbiamo questo Dio che
opera tutto in tutti, però si presenta a noi sotto vesti di creature:
"uomini che fanno". E questo ci fa correre un grande rischio: di
fermarci alle creature: e l'uomo che fa, è l'uomo che decide, è l'uomo che
opera, è l'uomo che pensa.
Gesù inizia tutte le sue
parabole con quella fondamentale: "Il Regno di Dio è simile ad un,
seminatore che uscì a seminare" (Mc 4,13). Il seminatore è un uomo. Quindi
abbiamo una creatura. Allora il regno di Dio e simile ad una creatura che esce
a seminare in un campo. E noi ci
chiediamo: ma che significato ha? Per noi il campo è una realtà, il seme è una
realtà, il seminatore è una realtà, ma sono realtà che noi vediamo e tocchiamo.
Così pure realtà è il sole, la luna, realtà sono le leggi universali, realtà
siamo noi stessi... e tutto questo è una realtà che però vuole indicare altro:
"il Regno di Dio e simile.." E cosa vuol dire?
Ecco, dico, noi ci troviamo
con una realtà apparente, e diciamo apparente in quanto noi la vediamo, la
tocchiamo, la esperimentiamo con i nostri sensi: quindi è relativa a noi; però
è una realtà che vuol indicare altro, che significa altro. Noi non possiamo
fermarci al seminatore (la realtà é il seminatore... il seminatore semina il
suo seme... la realtà è il seme, la realtà è la terra...), perché poi ad un
certo momento il seminatore muore e tutto finisce, tutto cambia... e tutto questo
che significato ha? che senso ha?
Noi nasciamo.. viviamo per
un certo numero di anni, ecc., e poi moriamo: finito, chiuso! E tutto questo che senso ha? E noi restiamo lì sospesi, “come Valentino…
vestito a metà...” e non concludiamo. Perché?
Perché non siamo soddisfatti di questo? Noi abbiamo bisogno di un
significato alla parabola.
Infatti gli Apostoli
chiedono a Gesù: "Perché?...cosa significa questo?". E Lui risponde: "A
voi che siete dentro è dato conoscere i Misteri del Regno, ma a tutti gli altri
è detto in parabole". E poi aggiunge: "E' detto in parabole affinché
non capiscano" (Mt 4,11-12). Adesso
abbiamo una chiave: una chiave di lettura per capire perché Dio parla in
parabole.
Ho detto: tutto l'universo
è un parlare di Dio in parabole. Dio è il Creatore e quindi tutto l'universo è
un parlare di Dio a noi, ma è un parlare in parabole. E poi ci dice, Lui
stesso, Dio, dice a noi: “affinché non capiscano”. E aggiunge: “a voi che siete dentro (cioè a
coloro che sono dentro) invece è dato conoscere i misteri del Regno. Agli altri non è dato conoscere.." e non è dato a conoscere, ecc. "affinché non capiscano".
Ecco, con queste parole
Gesù ci dà una chiave di lettura: ci fa capire che tutta l'opera di Dio, tutta
la creazione di Dio, tutti gli avvenimenti che succedono nella nostra vita,
anche la cronaca che ogni giorno ci viene presentata, sono fatti che ci vengono
presentati da Dio Creatore e che entrano nella nostra vita di ogni giorno,
perché determinano sentimenti, scelte, giudizi, determinano anche pianti e
preghiere, perché tra tutte le parabole ci sono gioie e sofferenze, c'è chi
nasce molto vicino a noi e c'è chi muore molto vicino a noi, c'è chi si
ammala..., ci sono delle tragedie molto vicino a noi, magari nel seno della
nostra stessa famiglia, quindi in tutti i nostri affetti, ecc.: è Dio che parla
In parabole! “Signore, perché parli in
parabole?” “Affinché non capiscano", ci risponde. Ma forse Dio non parla
per comunicare, per farsi capire, per farsi conoscere?
Ora qui siamo In questo dilemma.
Dico, certissimamente se Dio opera, opera per comunicare Se stesso, perché Lui
solo è, e siamo nell'intenzione di Dio: Dio opere per farsi conoscere. La
Parola stessa di Dio dice: "DIO non ama le tenebre... non c'è nulla di
nascosto che non abbia ad essere rivelato... presso Dio tutto è luce" (Mt
10,26; 1 Gv 1,5). Quindi abbiamo un Dio che sia che non ascoltiamo, sia che noi
Lo ascoltiamo nelle sue parole, è un Dio che opera ogni cosa per comunicare Se
stesso, e non può comunicare altro perché Lui solo è. Lui è l'Assoluto.
Quindi ci troviamo in
questo dilemma: Dio è un Essere che parla in tutto per manifestare Se stesso,
per farsi conoscere, e poi abbiamo la Parola di Dio che dice che Lui opera in
tutto per farci capire che noi non capiamo.
E allora ci chiediamo: che
significato ha tutto questo?
Ecco, quando uno non
capisce esperimenta la cecità. E quando l'uomo si trova di fronte ad una cosa
che non capisce, cioè quando si sente cieco, cosa succede? Invoca la luce,
interroga!
Allora tiriamo la conclusione:
Dio opera tutto per farci interrogare, cioè per farci capire che non capiamo,
affinché capendo di non capire, noi incominciamo ad elevare i nostri occhi e a
chiedere riguardo a ciò che ci gira attorno: "ma che cos'è tutto
questo?" E infatti noi ci chiediamo: "cos'è tutto questo?".
C'è quel cieco di Gerico
che ad un certo momento sente un rumore: rumore di folla che passa, e domanda: "cos'è
tutto questo?"; gli rispondono: "Gesù di Nazareth che passa!" (Lc
18,36-37). E già! e allora incomincia a invocare.
Tutti gli uomini ancora
oggi quante volte li sentiamo dire: "ma che significato ha tutto questo?
che cos'è tutto questo che sta succedendo? Ma dove sta andando il mondo?".
Noi stiamo assistendo ad una fine di mondo, di tutto un certo inondo: quante
cose sono mutate, quante cose sono crollate!
E' tutta l'umanità che sta chiedendo: ma cosa sta succedendo? E cos'è tutto questo? Noi ci chiediamo: cos'è tutto questo?
E c'è una voce che
risponde, perché in definitiva i fatti sono sempre gli stessi: le persone
cambiano, gli avvenimenti sono sempre gli stessi, perché uno solo è il
Creatore. E c'è questa voce, questa voce come ad esempio nella parabola delle
vergini che a mezzanotte esclama: "Ecco lo Sposo che viene”.
C'è questa voce che
risponde a questo bisogno dell'anima che dice: "cos'è tutto questo? cos'è
tutto questo rumore?", e risponde dicendo: "E' Gesù di Nazareth che
passa". E' il Verbo di Dio che sta
passando nella nostra vita. Tutto questo è il Verbo di Dio che sta passando
nella nostra vita! E' Dio che sta passando in mezzo a noi! E' opera di Dio che sta scrivendo qualche
cosa per noi! E che cosa sta scrivendo? Sta scrivendo delle cose affinché noi
abbiamo a capire di non capire e a cercare il significato presso la Sorgente,
presso la luce. Perché noi per quanto interroghiamo a destra e a sinistra, per
quanto interroghiamo uomini, scienziati, filosofi, pensatori, religiosi, noi ci
accorgiamo che per quanto interroghiamo, nessuno sa rispondere.
Ora tutto questo rientra
nel disegno di Dio: nessuno risponde! perché nessuno è Maestro, uno solo è il
Maestro! Ma se uno solo è il Maestro, allora tutta questa cecità che noi
sentiamo gravare su di noi, tutto questo accorgerci di non capire il
significato di tutte le cose che avvengono, ci fa elevare i nostri occhi
all'unico Maestro, all'unica Sorgente, all'Unico che può rispondere, all'Unico
che si è riservato la risposta per ognuno di noi.
DIO vuole attraverso le sue
parabole far elevare a noi i nostri pensieri fino a Lui, al suo Pensiero, per
ricevere da Lui, personalmente da Lui, solo da Lui, la risposta ai nostri
interrogativi.
Quindi la parabola, e tutte
le parabole del Signore (ho detto: tutto l’universo è parabola), sono
unicamente per suscitare in noi un’interrogazione. Qui abbiamo visto che anche
il parlare di Gesù (“Lazzaro non è morto... la malattia di Lazzaro non è per la
morte... Lazzaro dorme...”) era tutto un parlare in parabole. Era un parlare in
parabole per suscitare un'interrogazione da parte dei suoi discepoli! E invece che cosa è successo?
Li aveva portati nel
deserto, lontano dalla Giudea per far succedere tutto questo e farli
interrogare. E invece cosa e successo?
Succede che l'uomo si lascia dominare dalla paura: non chiede più il
significato degli avvenimenti, e dei fatti, non cerca il "perché?"
presso Dio! Trema di paura e
naturalmente agisce in conseguenza e rivela questa intenzione.
Sarà poi su questa
intenzione di paura che Dio opererà, poiché Dio conversa con ognuno di noi,
anche con le nostre paure.
Intanto proprio quando essi
hanno detto apertamente che non volevano andare in Giudea, a questo punto Lui
non ha difficoltà a dire apertamente: "Lazzaro è morto". Rivela le
carte. Infatti qui leggiamo: "Gesù disse loro apertamente”. Ora in quanto
si dice: "Ha parlato apertamente", evidentemente ci fa pensare che
prima non parlava apertamente.
Quindi c'è un parlare di
Dio che non è aperto: è un parlare ambiguo, abbiamo detto, ed è il parlare in
parabole. E poi c’è un parlare aperto: “apertamente disse: «Lazzaro è
morto»". Era un parlare aperto per loro, perché anche la morte è un a
parabola.
Questo già ci fa capire che
c'è un parlare aperto, cioè che agli uomini sembra aperto. Cioè, abbiamo detto, se uno dice: “quel tale
dorme” per dire che è morto, evidentemente il parlare è ambiguo. Ma se
umanamente si dice: "quello è morto", tutti capiscono cosa vuol dire
essere morto, e se si dice: "quello dorme", tutti capiscono cosa vuol
dire che dorme: non c'è l'ambiguità. L'ambiguità c’è in quanto uno intende una
cosa diversa: ecco, è il problema dell'intenzione.
Quindi quando Gesù dice: "Lazzaro
dorme", era parabola per suscitare un’interrogazione ma in realtà Lazzaro
era morto. Infatti Lui lo farà
risorgere: non si fa risorgere uno che dorme.
Arriva un certo momento in
cui nell'opera di Dio si passa da un parlare ambiguo, per sottintesi, a un
parlare aperto. Dio in un primo tempo si
veste ai creature, prende la forma di creature, per cui se trascuriamo Dio facciamo
l'errore di fermarci alle creature: noi vediamo le creature che operano e
diciamo: "è la creatura che opera", e invece è Dio che opera.
Dico, c'è questo parlare
ambiguo, da parte di Dio, perché? Perché noi vediamo delle apparenze, ma sfugge
a noi l'intenzione di Dio, sfugge a noi la comunicazione di Dio. Però tutto
questo parlare è per condurre noi a un'interrogazione, a capire che non capiamo
e quindi a desiderare la luce. E' nel desiderio di luce che si arriva poi al
parlare aperto di Dio.
Si va verso un parlare
aperto di Dio! La nostra vita va verso
un parlare aperto, cioè va da un parlare ambiguo di Dio ad un parlare aperto
(tema di oggi e appunto: "Il parlare
aperto nel Tempio dello Spirito Santo "), in cui siamo posti di
fronte alla Realtà.
Ad un certo momento Gesù
dice apertamente: "Lazzaro è morto": ecco la realtà! per noi la morte
è realtà, ma anche questo parlare aperto è ancora parabola, segno del vero
parlare aperto, nel campo della Verità. Ad un certo momento tutto il parlare di
Dio converge verso un parlare aperto: infatti Gesù all'ultimo dice ai suoi
discepoli: "Finora vi ho parlato in parabole, ma viene l'ora in cui non vi
parlerò più in parabole, ma apertamente (ecco il parlare aperto!), vi parlerò
del Padre!” (Gv 16,25).
Questo di fa capire che
tutto il parlare in parabole, converge verso una meta ben precisa, ben chiara: "viene
il giorno in cui vi parlerò apertamente: vi farò vedere il Padre!". E'
Parola di Dio, promessa di Dio. Questo lo dice per tutti gli uomini, perché
quello che Gesù disse allora, essendo parola di Dio, è rivelazione di quello
che Dio dice ad ognuno di noi.
Si va verso un giorno in
cui ci sarà il parlare aperto. Però di fronte a quel parlare aperto c'è un
rischio, e se non ci fosse questo rischio non ci sarebbe più il problema del
parlare in parabole, del parlare in modo ambiguo; perché se Dio in un primo
tempo parla in parabole, evidentemente c'è una funzione importante di quel
parlare in parabole: non si diverte mica a parlare in parabole! Evidentemente
perché attraverso il parlare in parabole c'è una funzione che si deve compiere,
che si deve realizzare in ogni creatura, affinché possa giungere preparata a
quel giorno quando Lui parlerà apertamente, in modo che possa sopportare questo
parlare.
Gesù. stesso dice: "Ho
tante cose da dirvi, ma per ora non le potete sopportare, non le potete
portare" (Gv 16,12). Ecco. il rischio, ed ecco anche il motivo per cui c'è
questo parlare in parabole da parte di Dio, perché c'è il rischio, quando Lui
parlerà apertamente, di non poter sopportare le sue parole.
Questo ci fa capire che il
suo parlare in parabole è un parlare in modo che noi lo possiamo sopportare,
quindi è un adeguarsi alle nostre capacità di sopportazione; ma tutto questo è
per preparare il nostro animo, per formare in noi quella forza, quella capacità
tale, che quando Lui parlerà apertamente e certamente arriverà il giorno in cui
Lui parlerà apertamente, noi avremo la possibilità di sopportare le sue parole.
E allora dobbiamo
chiederci: cos’è che forma in noi questa debolezza che ci rende incapaci di
sopportare? E cos'è invece che ci rende capaci di sopportare le sue parole?
Dico, il parlare in
parabole da noi è sopportabile. Resta il problema del capire, però lo
sopportiamo. Perché? Perché ci parla di
cose che noi vediamo, tocchiamo, esperimentiamo. Dico, ci parla di acqua, ci parla di seme, ci
parla di terreni, ci parla di seminatori, ci parla di vergini stolte e di
vergini sagge, ci parla di re, ci parla di pranzi, ci parla di cene, ecc.: è un
parlare di cose che noi diamo, tocchiamo e esperimentiamo.
Tutte quelle parole che si
riferiscono a cose che noi vediamo, tocchiamo, esperimentiamo, quelle le
possiamo sopportare; perché? Perché
hanno un punto di riferimento in noi. Dico, quando uno dice ad un altro: “il
tale sta dormendo”, l'altro capisce, sopporta quel parlare, perché capisce cosa
vuol dire: ha una realtà presente, sa cioè cosa vuol dire dormire. Quando uno
dice: "quel tale è morto!", si sa cosa vuol dire morire: e un
concetto univoco: è morto! Come ho detto altre volte il morto non si può né,
curare, né risuscitare: è morto, finito! chiuso! Quindi c'è questo operare tra noi, di questo
parlare di cose che noi vediamo, tocchiamo, esperimentiamo.
Ma quando si incomincia a
parlare di Dio, della Volontà di Dio, del Regno di Dio, queste sono cose che
noi non vediamo, non tocchiamo, non esperimentiamo. Sono cose astratte, sono
cose che in noi destano fastidio, il che vuol dire che già creano
insopportazione: non possiamo portarle.
Direi: il criterio di
valutazione della sopportabilità è il criterio della "realtà". Fintanto che noi non arriviamo a constatare
la realtà di qualche cosa, quel qualche cosa non entra dentro di noi. Entra in
quanto là relativo ad una realtà, ad una cosa che per noi è realtà. Il che vuol
dire che fintanto che noi personalmente (personalmente!) non siamo stati
condotti a constatare la realtà di Dio (e questa è tutta opera di Dio, si
capisce), a constatare che la Realtà di Dio è reale più di noi stessi e più di
tutta la realtà del mondo che sta attorno a noi e che noi vediamo, tocchiamo ed
esperimentiamo, più reale di tutto questo, non possiamo sopportare il parlare
aperto di Dio. Sant'Agostino dice che ad un certo momento Dio l’ha condotto a
constatare la sua Verità, la Verità di Dio più della sua stessa esistenza di
Agostino, di creatura: era più convinto di Dio, dell'esistenza di Dio, che di
se stesso. Ecco, Dio opera in questo
modo.
Soltanto quando Dio ci ha
convinti della sua Presenza, della sua Realtà, della sua opera in tutto, del
suo parlare in tutto, lì ci rende sopportabile il suo parlare aperto. In caso
diverso, noi se arrivassimo alla presenza di Dio senza essere stati portati a
constatare questa sua Realtà e fossimo ancora dominati dalle realtà dei corpi,
dalle realtà che sono relative al nostro io, di quello che vediamo e tocchiamo,
noi dovremo scappare da Dio, perché non potremmo sopportare la presenza di Dio.
Ecco perché Gesù dice: "Ho
tante cose da dirvi, ma per ora non le potete sopportare", "Quando
verrà lo Spirito di Verità... – dice - vi condurrà a vedere tutto" (Gv
16,13), il che vuol dire che vi renderà sopportabile tutto il parlare aperto di
Dio.
E questo Spirito di Verità
che cos'è? E' lo Spirito della Presenza:
lo Spirito della presenza del Padre e del Figlio. Ecco, quando verrà questo
Spirito della Presenza, quindi Realtà, Spirito della Realtà del Padre e del
Figlio, vi renderà sopportabile tutto il parlare di Dio.
Ecco quindi che tra il
parlare ambiguo di Dio, diciamo, in parabole e il parlare aperto di Dio si deve
formare in noi la capacità di sopportare il suo parlare aperto. Il passaggio
dal parlare ambiguo di Dio (ambiguo perché, ci sfugge l'intenzione) al parlare
aperto è determinato dalla conoscenza dell’intenzione di Dio, dalla
constatazione della Realtà illuminata e quindi resa sopportabile dalla
conoscenza dell'intenzione. E' l'intenzione che illumina la Realtà e la rende
sopportabile. Dico, quando noi ci troviamo di fronte a delle parole o dei segni
o delle opere di cui ci sfugge l'intenzione, quelle sono ambigue per noi. Quando
invece vediamo l'intenzione, l'opera è univoca, la parola è univoca, il parlare
è aperto.
Dio opera tutto in un primo
tempo in parabole per formare in noi questa capacità di portare il parlare
aperto di Dio, capacità che si forma attraverso l'interesse: se in noi non si
sveglia l'interesse per capire, certamente noi perdiamo la capacità, cioè la
possibilità della formazione in noi della capacità di sopportare il parlare
aperto di Dio.
Dio opera quindi in un
primo tempo attraverso il suo parlare in parabole, per risvegliare in noi
interesse per conoscere Dio, per capire il significato di quello che Lui fa. Noi
non possiamo ignorare che tutto è opera di Dio. Dio solo è il Creatore, non
siamo noi i creatori; quindi non potendo ignorare questo, noi di fronte a tutto
l'operare di Dio, non capendo l'intenzione di Dio siamo sollecitati (è il cieco
di Gerico che invoca) ad invocare la luce, a cercare di capire da Dio il
significato di quello che Lui fa.
Formato in noi questo
interesse, ecco adesso è questo interesse che ci porterà a capire (perché
"Colui che ti crea senza di te non ti salva senza di te", cioè senza
questo tuo interesse per conoscerLo). Formato
in noi questo interesse per conoscerLo, la parabola ha svolto la sua missione:
adesso su questo interesse, su questa dedizione di pensiero, della nostra anima
a Dio, è Dio che rivela la sua Realtà: la Realtà, Dio la rivela soltanto in
quanto in noi c'è interesse per conoscerLo. E' nell'interesse per conoscerLo
che si rivela la Realtà, si svela la Realtà di Dio. E' rivelandoci questa
Realtà di Dio che la nostra anima è fatta capace di sopportare il parlare
aperto di Dio, prima no.
Ecco quindi che a questo
punto possiamo capire il significato di quello che qui è detto: Gesù parla
apertamente (dicendo: "Lazzaro è morto") dopo che i suoi Apostoli
hanno rivelato il loro animo, la loro paura, il loro interesse principale. Ma
questo parlare apertamente di Gesù è per condurci per introdurci a quell'"apertamente",
a quel parlare aperto di Dio che noi potremo sopportare soltanto quando in noi
si sarà formata l'intenzione di Dio, perché è l'intenzione di Dio che illumina
la Realtà di Dio, del Regno di Dio, che è la vera Realtà in cui noi ci troviamo
e che ce la rende sopportabile. Soltanto lì noi avremo la capacità, la
possibilità di sopportare il suo parlare aperto, perché avremo la possibilità
di capire il significato delle sue parole, altrimenti no.
Alcuni pensieri tratti dalla conversazione:
-
Soltanto quando avremo sposato
l'intenzione di Dio constateremo la sua Realtà, e quindi potremo sopportare le
sue parole. Fintanto che non conosciamo l'intenzione di Dio siamo giocati dalle
nostre intenzioni.
-
La funzione del linguaggio in
parabole è unica da parte di Dio ed è quella di farci interrogare. Ma se
l'anima non ha presente Dio, anziché interrogare rivela la propria intenzione
(es. la paura, come è successo qui per gli Apostoli).